Partito da Venezia nel 1653, entrò al servizio di un nobile inglese, Henry Bard, I visconte di Bellomont (1616-1656), diretto a Isfahan in missione diplomatica per conto del re d'Inghilterra Carlo II Stuart.
Giunto in India nel 1656 svolge varie mansioni presso la corte Moghul. Inizialmente assoldato come artigliere, in seguito viene ingaggiato come medico; svolge poi incarichi diplomatici per conto dei portoghesi di Goa, ma anche per conto degli inglesi (East Indian Company) e dei francesi (Compagnie des Indes orientales). Gli ultimi anni della sua vita li passa tra Madras e Pondichéry. È a questo periodo che risale la stesura della Storia do Mogor, resoconto dei suoi viaggi e dettagliata descrizione dell'Impero Moghul di fine Seicento.
Biografia
Niccolò (o Nicolò) Manucci nasce a Venezia il 19 aprile 1638, da Pasqualino Manucci, di professione «pestaspecie», e Rosa Bellini; è il primo di sei figli (Andrea, Giorgio, Franceschina, Angela e Pierina).
Nel settembre 1653L. Lockhart, The Diplomatic Missions of Henry Bard, Viscount Bellomont, to Persia and India, Iran, 1966, Vol. 4 (1966), p. 100., appena quindicenne, si imbarca su di una nave in partenza dal porto di Venezia, tra i passeggeri vi è anche Henry Bard, visconte di Bellomont, che prende il giovane Nicolò al suo servizio come valletto.
Che Manucci abbia effettivamente viaggiato al seguito di lord Bellomont è stato messo in dubbio dallo studioso italiano Piero Falchetta, egli fa notare che Manucci non menziona mai il fatto piuttosto evidente che lord Bellomont era privo del braccio sinistro, perso durante la guerra civile inglese.
Nel febbraio del 1654, dopo diversi mesi di navigazione, la nave giunge finalmente sulle coste della Turchia, e i due sbarcano nel porto di Smirne. Al seguito di Lord Bellomont Manucci attraversa tutta l'Anatolia per raggiungere la Persia, meta della missione diplomatica del suo protettore. Arriva a Isfahan, capitale dell'Impero persiano e residenza reale, probabilmente nell'ottobre del 1654Ivi, pp. 101-102. e vi resta per circa un anno: lo scopo di Lord Bellomont è ottenere un'udienza presso l'imperatore Shah Abbas II. Carlo II d'Inghilterra sperava infatti che lo scià di Persia gli fornisse l'aiuto economico necessario per sconfiggere Cromwell e i rivoluzionari inglesi. Le trattative però non vanno a buon fine e Lord Bellomont, con Niccolò al seguito, si rimette in viaggio.
Si dirigono verso Bandar Abbas, città portuale del Golfo persico, e da lì raggiungono il porto di Hormuz dove ottengono il permesso di imbarcarsi su di una nave della Compagnia Inglese delle indie Orientali diretta a Surat. Nel gennaio 1656 arrivano a Surat, "il maggior porto dell'India Orientale e il più frequentato dagli europei."N. Manucci, Usi e costumi dell'India dalla "Storia del Mogol" di Nicolò Manucci veneziano, T. Gasparrini Leporace (a cura di), Dalmine, 1964, p. 116.
A Surat Manucci rimane due mesi e mezzo, il tempo necessario per preparare il viaggio di Lord Bellomont a Delhi, sede della corte dell'imperatore moghul Shah Jahan. Verso metà marzo si mettono in viaggio e, dopo numerose tappe, giungono ad Agra dove sono ospiti di mercanti inglesi del luogo. Ad Agra il caldo è asfissiante e decidono di lasciare la città. Il 17 giugno si rimettono in viaggio, ma a soli tre giorni di distanza (20 giugno 1656) Lord Bellomont muore improvvisamente, probabilmente proprio a causa delle elevate temperature. Manucci si ritrova solo, senza più il suo protettore, in un paese straniero, privato di ogni suo bene, impossibilitato a proseguire nel suo viaggio.
In seguito ad uno spiacevole incontro con due artiglieri inglesi impiegati nell'esercito dell'imperatore Shah Jahan si trova costretto a seguirli a Delhi. Arrivato in città si reca dal segretario del re, Wazir Khan, per informarlo dell'accaduto e porgergli le proprie rimostranze. Wazir Khan resta così colpito dal giovane Nicolò che gli procura un'udienza con l'imperatore.
Manucci decide di stabilirsi per il momento a Delhi e trova ospitalità presso Claude Maillé, avventuriero francese, fonditore nell'esercito del principe Dara Shikoh (primogenito dell'imperatore Shah Jahan). Grazie a questa sua nuova amicizia ottiene un colloquio con il principe Dara Shikoh; anche questi resta colpito dal giovane italiano che, seppur appena giunto in India, è perfettamente a suo agio con il complesso cerimoniale di corte e possiede una capacità linguistica tale da permettergli di esprimersi in turco, in persiano e in francese. Dara Shikoh gli offre di entrare nel suo esercito: Manucci si arruola come artigliere.
A Delhi Manucci frequenta prevalentemente europei, "specie i chirurghi e gli artiglieri", che insieme ai mercanti e ai missionari rappresentano le principali categorie di occidentali presenti nell'India del Seicento.
Nel 1658 scoppia una guerra fratricida tra Aurangzeb e Dara per la successione al trono Moghul. Nell'aprile 1659 Dara è definitivamente sconfitto nella battaglia di Deorai, e tenta di fuggire in Perisia, ma viene catturato e condotto a Delhi dove trova la morte: la notte del 30 agosto 1659 viene assassinato da alcuni schiavi al servizio di Aurangzeb. Manucci si ritrova nuovamente solo e senza protezione: rifiuta l'amnistia concessa da Aurangzeb a tutti gli europei che militavano nell'esercito sconfitto, a patto che essi si arruolassero nelle sue file, e si mette in viaggio per il Kashmir, al seguito della carovana imperiale.
Della vita che conduce tra il 1659 (dopo la morte di Dara Shikoh) e il 1662 Niccolò non racconta molto, solo avvenimenti di poco conto. Tra questi però ve ne è uno di particolare interesse: racconta di essere riuscito a guarire un familiare dell'ambasciatore del re di Balkh in missione diplomatica a Delhi. Pur non essendo medico la cura che somministra al suo paziente, una modifica nella dieta e un «estratto tonico di corallo», si rivela vincente e nel giro di cinque giorni l'afgano si ristabilisce completamente. Il successo riportato lo convince a percorrere questa nuova carriera e, tramite i familiari veneziani con i è rimasto in contatto, si procura dei libri di medicina.
All'inizio del 1663 lascia Delhi per recarsi in Bengala. Prima però fa sosta ad Agra per qualche tempo, trova ospitalità presso il Collegio dei Padri Gesuiti. Da Agra raggiunge Allhabad; da lì prosegue per Varanasi e Patna. Da Patna continua il suo viaggio via acqua, discende il Gange e nel giro di pochi giorni approda a Rajmahal. Qui non sosta a lungo: vuole raggiungere velocemente Dacca, la capitale del Bengala. Lasciata Dacca, dopo più di un mese di faticoso attraversamento delle foreste di mangrovie, arriva nella città di Hooghly. Durante la sua permanenza intercede per conto dei padri gesuiti presso il governatore della città. Grazie alle sue abilità diplomatiche i gesuiti ottengono il permesso di costruire una chiesa in muratura; colpiti dalle sue capacità decidono di offrirgli l'incarico di loro portavoce presso il Mogol, oltre ad un matrimonio vantaggioso. Manucci rifiuta l'offerta e decide di rimettersi in cammino verso le regioni centrali dell'impero: desidera finalmente praticare la medicina, il cui studio non aveva mai abbandonato in questi anni.
Verso la fine del 1663 fa ritorno a Delhi, in quel periodo inizia a frequentare assiduamente la casa del ràjah Jai Singh, conosciuto quando era artigliere nell'esercito di Dara. Jai Singh, che nel frattempo è stato messo da Aurangzeb a capo di un'armata di 15.000 uomini scelti, offre a Niccolò il ruolo di comandante nella sua artiglieria. È scoppiata una nuova guerra: Aurangzeb vuole espandere i confini dell'impero Moghul verso sud e in particolare vuole assumere il controllo del Deccan. Il suo progetto espansionistico incontra però la resistenza di Shivaji Bhonsle, a capo della fazione induista. Nel 1664 Manucci, arruolato nell'esercito imperiale come capo artigliere, ricopre anche incarichi diplomatici: grazie alle sue capacità convince tre ràjah alleati di Shivaji a collaborare con le truppe dell'imperatore.
Nel dicembre del 1665 lascia l'esercito moghul. La sua prossima meta è la città di Goa, importante colonia portoghese, che raggiunge nel maggio del 1666 e dove si trattiene fino al luglio 1667. Il suo soggiorno tra i portoghesi non è dei più felici: li considera, nei modi e nei costumi, peggiori dei “maomettani".
Nel luglio 1667 si mette in viaggio verso Delhi e nell'ottobre dello stesso anno raggiunge la sua meta. Giunto a Delhi si reca del giovane figlio di Jai Singh, Kirat Singh, che lo invita a vivere nella sua dimora e a condurre una vita nell'agio.
Tra la fine del 1668 e l'inizio del 1669 si trasferisce a Lahore, dove si dedica alla professione di medico per sette anni, riscuotendo successo e accumulando così una discreta fortuna.
Nel 1676, Manucci vive in India da ormai vent'anni, la maggior parte dei quali trascorsi tra i "maomettani". Decide di lasciare Lahore e di trasferirsi a Bandora, un villaggio a poche miglia a sud-est di Goa, abitato da numerosi mercanti europei e amministrato dai padri gesuiti. Qui investe le fortune accumulate in un'attività mercantile, che si rivela però un fallimento. Senza un soldo, Manucci fa ritorno alla corte del Mogol "per tentare un'altra volta di far fortuna"N. Manucci, Storia do Mogor or Moghul India by Niccolao Manucci Venetian, Oriental Books Reprint Corporation, New Delhi 1981 , Vol. 2, p. 164..
Nel 1678 è nuovamente a Delhi. Appena giunto in città la sua fama è tale che il maestro di cerimonia del principe Shah Alam (secondo figlio maschio di Aurangzeb) lo fa chiamare per curare la propria moglie gravemente malata. L'intervento di Niccolò si rivela propizio e viene assunto come medico di corte. Entra a servizio di Shah Alam in qualità di suo medico personale, oltre che della salute del principe si occupa anche di quella dei suoi famigliari e dell'harem.
Nel 1679, al seguito del principe Shah Alam, si dirige verso Aurangabad. Shivaji nel giugno 1674 era riuscito a farsi riconoscere legittimo sovrano dei maratha e le sue azioni si stavano facendo sempre più intraprendenti. Aurangzeb, per porre fine alle mire espansionistiche di Shivaji nei territori Moghul, invia ad Aurangabad un grosso esercito guidato da Shah Alam. Nei primi mesi del 1679, mentre si trova ad Aurangabad, Niccolò riceve la visita di un suo compatriota, il medico veneziano Angelo Legrenzi. Sia Niccolò che Legrenzi scriveranno di questo incontro: per quasi un anno Legrenzi è ospite di Niccolò, prima ad Aurangabad e poi a Delhi.
Nel luglio 1679 Shah Alam viene richiamato a Delhi dal padre. Angelo Legrenzi ricorda nel suo libro che il principe, con tutto il suo seguito, partì da Aurangabad il 25 luglio e dopo circa un mese (inizio settembre) giunsero a Delhi.
La vita al seguito del principe, sempre sui campi di battaglia, fiacca molto Manucci che nel 1683 ottiene il permesso di recarsi a Surat. Qui, con l'aiuto di François Martin, delegato della Compagnia francese delle Indie orientali, approfitta di un passaggio per l'enclave portoghese di Goa. Goa era minacciata dall'esercito di Sambhaji, figlio di Shivaji (nel frattempo morto): ancora una volta Manucci mette alla prova la propria abilità diplomatica e diviene inviato ufficiale e primo negoziatore del viceré portoghese Francisco de Távora, I conte di Alvor, sia con Sambhaji che con Shah Alam. Con il suo operato riesce a salvare Goa e, il 29 gennaio 1684, riceve l'onorificenza dell'Ordine di Santiago.
Risoltasi positivamente questa vicenda, è costretto suo malgrado a fare ritorno alla corte di Shah Alam. Ora la sua condizione è leggermente diversa e diviene una sorta di "prigioniero": pur godendo dell'affetto del principe, per evitare che Manucci tenti nuovamente la fuga, Shah Alam ordina che gli vengano poste due persone di guardia.