Gardigiano (Gardijan /gardi'jaŋ/ in veneto) è una frazione del comune di Scorzè nella città metropolitana di Venezia.

Origini del nome Il toponimo è di probabili origini latine: Potrebbe derivare da (praedium) Cartillianum, che indicava le proprietà di un certo Cartillius, mentre un'altra teoria lo avvicina a "cardo" e in effetti Gardigiano non è distante dallumbelicus agrii (ovvero il punto in cui il cardo e il decumano massimi si incrociavano) del territorio di Altino.

Il nome del paese ha subito anche in tempi recenti variazioni e storpiature: Gardigian, Gardigliano, Cartigliano, Cardigiano, cosa rilevabile in svariati testi ottocenteschi e dei primi del Novecento. Nell'Ottocento queste storpiature fecero credere che esistessero contemporaneamente sia Gardigian che Gardigiano, tanto che la località fu affidata contemporaneamente a due distretti differenti. Storia

Il territorio di Gardigiano era civilizzato sin dall'epoca romana. Pare, infatti, che il decumano massimo dell'agro Altinate, da cui dipendeva, passasse poco più a sud dell'abitato, collegando direttamente Altino e la via Annia a Camposampiero (dove forse sorgeva un piccolo abitato) e alla via Aurelia. La centuriazione romana sussiste tuttora nella regolare disposizione di strade, fossati e nell'orientamento delle coltivazioni. A ulteriore conferma di ciò, in alcune pergamene alto-medievali la località è indicata come villa Cardiclani, avvicinando ancor di più il toponimo al termine "cardo". Altre etimologie più fantasiose lo avvicinerebbero all'area germanica, e quindi da Gardten, ovvero "giardino" data la floridezza della zona durante il Medioevo, o da Warten che, come nel caso del lago di Garda e di altre località, starebbe ad indicare un appostamento di guardia militare.

La località è citata per la prima volta nel 1177 in una pergamena di Papa Alessandro III alla Badessa Matilde dell'abbazia benedettina di Santa Maria di Mogliano, dove si fa già riferimento ad una chiesa dedicata a San Donato.

Da un registro del 1597 si ricava che durante alcuni interventi di restauro presso la chiesa fu rinvenuta una lapide nella quale era scritto Gardigian San Donato Huius Ecclesiae Patronus 785, forse parte di una più ampia lastra posta in occasione della consacrazione della chiesa. È inoltre probabile che la chiesa non fosse dedicata inizialmente a San Donato Vescovo e Martire d'Arezzo, ma ad un omonimo San Donato martire di Concordia.

La cartografia a partire dal 1600 mostra come Gardigiano non possedeva anticamente un vero e proprio centro ma, le abitazioni, come per molte località della provincia veneziana, erano distribuite in maniera disomogenea come chase sparpanade, ovvero case sparpagliate nella campagna. Sorprende il fatto che nei pressi della chiesa, attuale centro della località, non vi fossero abitazioni ad esclusione della casa parrocchiale, della casa del cappellano e dei campanari e di una struttura della famiglia Bonaparte divenuta poi Villa Sbrojavacca. Le mappe antiche ci mostrano inoltre un'altra particolarità, ovvero come il nucleo dell'attuale paese si trovi all'interno di un lotto rettangolare di 330 per 400 metri delimitato dalle attuali vie Moglianese, Canaletto e Don Bosco (antica via dei Capitelli) superficie rimasta pressoché disabitata fino agli anni cinquanta del novecento. Questo quadrilatero delimitato da profondi fossati era un tempo servito da quattro vie e due sentieri campestri che dipartendosi dai quattro angoli si dirigono nelle campagne. Agli angoli erano inoltre posti quattro capitelli votivi a delimitare in qualche modo il centro. Inserendo il tutto all'interno della centuriazione romana dell'agro altinate, ci si accorge che il lotto è equidistante dai due decumani (Nord e Sud) e che al centro è idealmente attraversato dal limites romano centrale della centuria. La medesima situazione si ha per il centro fortificato medievale di Moniego (Motta di Moniego) che si trova sullo stesso limites a circa nove km di distanza; misura che corrisponde verosimilmente ad un "Sestum" romano ovvero alla distanza tra due stazioni di sosta. Le mappe del catasto austriaco e le rilevazioni del 1810 non mostrano una situazione diversa da quella del 1600 tanto che le abitazioni rimangono sparpaglaite nella campagna e la presenza di determinati gruppi famigliari determinano la toponomastica delle località. Nella cartografia più moderna si trovano infatti ancora indicate le località "Bulegato", "Frattin", "Brotto", "Zanocco", "Tasca", "Giusto". Sono invece pressoché scomparsi i nomi delle località dovuti ad altre famiglie come "Marini", "Case Binato" (detto di un ramo dei Favaro ancora esistente) e "Case dei Gatti", e i toponimi legati al territorio, come "Al Bosco del Marini", "Campo al Pozzo", "Alla Montagnola", "Contrada Chiesa".

Per quanto riguarda il paesaggio antico, dopo la caduta dell'impero romano, le strade della centuriazione decaddero e buona parte del territorio fu ricoperto da boschi. In particolare è noto da alcuni documenti medievali che tra Gardigiano, Campocroce e Mogliano, si estendesse una selva chiamata Maggiore, mentre più a sud in località Vallongo, antico nome della località Ghetto, si trovassero delle "valli" acquitrinose dovute probabilmente al mancato o cattivo incanalamento della Pianton, della Peseggiana e del fiume Dese. Sappiamo inoltre che fino al 1365 vi era un altro bosco detto "Forestum Consortaia" scomparso a causa di un eccessivo sfruttamento, dal cinquecento l'area occupata dalla selva venne chiamata dei "Ronchi" di Gardigiano.

Storia della popolazione di Gardigiano dal XV al XX secolo Il Quattrocento fu un periodo caratterizzato da uno spopolamento delle campagne, oltre che da un grave arretramento produttivo e solo a partire dalla metà di questo secolo si delineò una crescita progressiva della popolazione italiana. La vita delle piccole comunità agricole, come quella gardigianese, era contrassegnata da duro lavoro e da privazioni, con il continuo terrore dell'arrivo di eventi eccezionali quali grandine, siccità, inondazioni, o, semplicemente, stagioni non favorevoli che in breve tempo potevano annullare i raccolti. La terra in massima parte era di proprietà di nobili o di istituzioni religiose e l'ambiente domestico, nella grande maggioranza, si presentava decisamente povero: abitazioni precarie col tetto di paglia, affiancate da “tèze”, cioè tettoie che servivano a riparare il fieno, anch'esse coperte di paglia, nonché stalle per bovini e suini e il fondamentale pozzo per l'acqua. L'alimentazione era modesta e si basava soltanto su alcuni cibi come ad esempio il latte, il formaggio, il pane di sorgo e miglio, il pollame, le uova, le fave e le verdure, anche perché erano sconosciuti altri importanti prodotti che successivamente giunsero dalle Americhe, quali la patata, il pomodoro e il mais. Infine, in questo secolo vengono trascritti in antichi registri della Serenissima alcuni cognomi che sono tuttora diffusi, come è il caso di Vanin.

La prima metà del Cinquecento fu caratterizzata da una fase di crescita della popolazione italiana, ma ben presto si verificarono delle rilevanti perdite demografiche in seguito alle pestilenze, in particolare quella del 1575-77 che coinvolse varie città della Repubblica di Venezia, sebbene non sia possibile sapere se Gardigiano fu colpito da questa epidemia. È comunque probabile che nel 1591 la comunità sia stata interessata da una carestia riconducibile ad alcune annate di scarsi raccolti dovuti alla particolare inclemenza delle stagioni. Non si possono neppure escludere dei periodi di difficoltà per gli abitanti della parrocchia già nei primi anni settanta del Cinquecento. Ad ogni modo, la popolazione gardigianese contava 250 individui nel 1584 e si mantenne sostanzialmente stabile, dal punto di vista numerico, per molto tempo.

Il Seicento venne profondamente segnato da una depressione economica che coinvolse gran parte d'Europa e che generò crisi di popolazione di notevole ampiezza in diversi anni. Una delle principali calamità fu la pestilenza del 1630-31, che falcidiò moltissime persone, tuttavia non vi sono notizie certe per quanto riguarda Gardigiano e praticamente nulla si può dire sulla consistenza numerica della popolazione nel corso di questo secolo. La vita della comunità procedeva come nel secolo precedente, cioè cercando di garantire al meglio le attività agricole durante i mesi estivi. Questo condizionava anche certi aspetti demografici, ad esempio quello delle nascite, che si concentravano soprattutto nei mesi freddi, perché le donne non dovevano essere impedite dalle gestazioni nei periodi in cui risultava massimo l'impegno lavorativo delle famiglie. Una fondamentale coltivazione importata dall'America fu quella del granturco o mais che si diffuse ovunque nelle campagne durante il Seicento, sia per la sua alta resa produttiva, sia per la facilità di renderlo cibo commestibile sotto forma di polenta. Tale alimento contribuì a salvare dalla morte per fame migliaia di persone, anche se la sua principale controindicazione fu la diffusione della pellagra che nello stadio finale porta alla demenza, con allucinazioni, delirio, stati maniaco-confusionali e, infine, sopraggiunge il decesso dell'individuo.

Il Settecento è ricordato come l'epoca delle grandi trasformazioni socioeconomiche e culturali che posero le basi del mondo contemporaneo. Nelle terre venete si verificò un generale incremento demografico e infatti anche a Gardigiano si osserva un aumento numerico della popolazione che, alla fine del secolo, sfiorava le 400 unità. La mortalità si manteneva comunque molto alta, specialmente quella infantile, tanto che durante il Settecento la metà circa dei decessi della popolazione gardigianese riguardava dei bambini di età inferiore ai cinque anni. Le cause sono diverse, ma riconducibili al basso tenore di vita delle persone dell'epoca, alle minori attenzioni nel proteggere i neonati dal freddo, senza contare periodi climaticamente sfavorevoli durante i quali molte malattie infettive della prima e primissima infanzia si mostrarono particolarmente virulente. Bisogna ad esempio ricordare che nel corso di questo secolo si registrarono a Gardigiano numerosi casi di morte per vaiolo, che spesso colpivano proprio i bambini.

Nel corso dell'Ottocento si innescò una espansione demografica per il generale declino della mortalità e il mantenimento di una elevata natalità, nonostante il verificarsi di epidemie come ad esempio quelle relative al colera. Un aumento dei decessi è registrato nel biennio 1816-17, in occasione della grande carestia che contrassegnò varie zone del Veneto e che generò fame oltre a gravi carenze alimentari. Non casualmente, successivamente a questo periodo di crisi, ci fu un apprezzamento della patata, proveniente dall'America, poiché i tuberi non risentivano dei danni dell'inclemenza stagionale e offrivano buone rese senza troppe spese di aratura. Si ricorda che durante l'Ottocento una alimentazione basata essenzialmente sulla polenta poteva essere arricchita soltanto con il pesce secco, con i legumi e le cipolle, insieme a un po' di pane durante i lavori pesanti e nelle festività, mentre il riso veniva consumato nei giorni di maggiore lavoro. Le famiglie dimoravano essenzialmente in due tipi di abitazione: la “caseta” e il “casone”. La prima era un rifugio alquanto misero e piccolo, probabilmente in legno, paglia e intonacato con fango, invece il secondo era una caratteristica abitazione rustica veneta dai muri d'argilla e coperta di strame e canne che formavano un tetto a forte pendenza. Va tuttavia tenuto presente che verso la metà dell'Ottocento esistevano anche delle case in muratura, ma si trattava certamente di eccezioni. La comunità gardigianese giunse a superare abbondantemente le 700 unità nella seconda parte del secolo.