Studiò i problemi riguardanti la crisi sociale ed economica del sud dopo l'unità nazionale, illustrando nelle sue opere una serie di interventi programmati per fronteggiare la cosiddetta questione meridionale. Durante la sua attività parlamentare, si impegnò nel miglioramento delle infrastrutture, dell'alfabetizzazione e della sanità nel Mezzogiorno, sostenendo politiche di bonifica e profilassi farmacologica.

Il suo pensiero, che toccò aspetti geologici, economici e storici meridionali, esercitò una grande influenza su numerosi meridionalisti e sul panorama politico-culturale del tempo ma, al tempo stesso, fu penalizzato dal suo notorio pessimismo, che lo rendeva sconfortato verso le istituzioni e lo spingeva spesso ad isolarsi dagli schieramenti politici, ricevendo da parte dei suoi detrattori il malevolo nomignolo di "apostolo del nulla"Pietro Borraro (a cura di), La questione meridionale da Giustino Fortunato ad oggi, Galatina, Congedo, 1977, p. 145.. Tuttavia Fortunato considerò il suo pessimismo "una filosofia del costume"Giustino Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, Bari, Laterza, 1911, vol. 2, 1911, p. 473.. Fu, altresì, tra i primi che compresero la minaccia del fascismoAlessandro Roveri, Le cause del fascismo, Bologna, Il Mulino, 1985, p. 25. e figurò in seguito tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti.

Biografia Nato il 4 settembre 1848 a Rionero in Vulture da Pasquale, avvocato, e Antonia Rapolla, fu discendente di una famiglia di possidenti terrieri, originatasi da Carmelo, emigrato a Rionero da Giffoni Sei Casali nel 1720. La famiglia aveva compiuto nel corso del XVIII secolo una rapida ascesa sociale. Un figlio di Carmelo, Gennaro Fortunato, era stato tra il 1792 ed il 1799 l'ultimo vescovo di Lavello. Suo prozio, Giustino Fortunato senior, ebbe notevoli incarichi burocraticiː fu giudice di pace durante la Repubblica Napoletana, procuratore e intendente sotto Gioacchino Murat e primo ministro del Regno delle Due Sicilie dal 1849 al 1852.

Suo nonno Anselmo (fratello minore di Giustino senior) era un carbonaro, mentre suo padre era fedele alla dinastia borbonica, tanto che, a detta di Fortunato, "non credeva, non immaginava nemmeno l'unità"Giustino Fortunato, Carteggio, a cura di E. Gentile, Bari, Laterza, 1978, vol. 1, p. 234.. Durante le reazioni legittimiste (che resero il Vulture uno dei maggiori centri del movimento ribellista), i suoi zii paterni Gennaro e Giuseppe furono arrestati con l'accusa di manutengolismo, essendo la famiglia Fortunato in rapporti con il capobrigante Carmine Crocco e suo padre fu incarcerato per oltraggio all'ufficiale che eseguì il mandato di catturaː tuttavia, il padre e gli zii vennero, poi, scarcerati per insufficienza di prove nel 1862.

Dopo il rilascio del padre, Fortunato, ancora adolescente, si trasferì con la famiglia a Napoli. Compì i primi studi presso il collegio dei Gesuiti e conseguì, in seguito, la laurea in giurisprudenza presso l'università "Federico II" nel 1869 ma, maturando la passione per gli studi storici, non esercitò mai professioni giuridiche. Frattanto si appassionò anche all'arte, all'alpinismo e al giornalismo diventando redattore di due giornali del partito moderato: Unità Nazionale e Patria. Fu allievo di intellettuali come Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini e si focalizzò sullo studio della letteratura tedesca, in particolare su Herder e Goethe. Nel 1873, vinse il concorso da Consigliere di Prefettura a Lecce, ma rinunciò all'incarico. Nel 1875, figurò tra i fondatori della Società Napoletana di Storia Patria. Nel 1880, Fortunato debuttò in politica, candidandosi alle elezioni per il collegio di Melfi.

In occasione del terremoto di Casamicciola del 28 luglio 1883, si trovava presso l'Albergo della Sentinella, da dove "giunse a venir fuori illeso... ed imbarcatosi sul Tifeo, recò alla Prefettura di Napoli il triste annunzio". Nello stesso evento si rese protagonista del salvataggio di un villeggiante, il sig. Du Martean, che "fu salvato con uno sforzo quasi sovrumano"C. Perrone, Casamicciola e le sue rovine, Napoli, s.e., 1883, pp. 11 e 18..

Durante la sua attività parlamentare, divenne noto per essere un deputato scrupoloso nei suoi programmi e, benché di idee liberal-conservatrici, di giudizio svincolato e molto spesso in contrasto con entrambi gli schieramenti politici. Nello stesso periodo strinse rapporti di amicizia con molte personalità, tra cui Nicola Mameli, Napoleone Colajanni, Sidney Sonnino e in particolare Benedetto Croce, il quale dedicherà a Fortunato la sua opera Cultura e vita morale in segno di profonda stima. Insieme a Leopoldo Franchetti, fondò l'Associazione per gli interessi del Mezzogiorno,Nell'elogio funebre che Fortunato scriverà sul Franchetti disse che nessun altro lo eguagliò nel patrocinio e nella rivendicazione degli obliati e spregiati volghi dell'Italia meridionale da Antonio Saltini Storia delle scienze agrarie Edagricole 1989 IV p.195 di cui fu presidente onorario dal 1918 fino alla morte, e per questo si batté in Parlamento: una delle sue tante proposte fu quella di costruire le ferrovie ofantine che, secondo il progetto, dovevano passare anche per il suo paese natale, Rionero.

A causa però del suo carattere scettico, polemico e forse eccessivamente delicato, rifiutò diversi incarichi ministeriali.Francesco Barbagallo, Francesco Saverio Nitti, Torino, UTET, 1984, p. 163. Ricoprì la mansione di segretario alla presidenza della Camera dal 1886 al 1897 e fu nominato senatore nel 1909. Gli ultimi anni furono tristi: dovette allontanarsi dal suo paese natio a causa dell'incomprensione dei concittadini e di alcuni incidenti che gli mostrarono l'ingratitudine del popolo, come ad esempio nel 1917, quando venne accoltellato da un soldato in licenza a Rionero, che lo accusava di aver appoggiato la guerra.Nino Calice, Ernesto e Giustino Fortunato, De Donato, 1982, p.109 Suo fratello Ernesto, a cui era molto legato, morì nel 1921.

Fortunato lasciò la politica attiva nel 1919, ritornando a Napoli per dedicarsi agli studi economici e sociali, resi difficoltosi dalle sue precarie condizioni di salute per via di una grave malattia alla vista. Entrò anche in contatto con nuove generazioni di politici e antifascisti da cui appresero insegnamenti come Piero Gobetti, Guido Dorso, Umberto Zanotti Bianco, Nello Rosselli, Manlio Rossi Doria e Giorgio Amendola. Con l'instaurazione del regime fascista, Fortunato cercò di mantenere in vita il suo impegno meridionalista e, in clandestinità, cercò di divulgare i suoi pensieri antifascisti. In questo periodo, scrisse il saggio Nel regime fascista (1926) che, onde evitare il pericolo della censura, fu stampato in poche copie e distribuito agli amici più intimi.

Nel 1930, nella sua residenza napoletana invitò un giovane Indro Montanelli, al tempo redattore di un piccolo quindicinale fiorentino, con cui tenne un discorso sulla questione meridionale. Montanelli lo definirà anni dopo «il più grande e illuminato studioso del Meridione»Indro Montanelli, L'Italia dei notabili. (1861-1900), Milano, Rizzoli, 1973, p. 86..

Fortunato morì a Napoli il 23 luglio 1932.

Nel 2006, gli è stata dedicata l'Università telematica Giustino Fortunato, con sede a Benevento. A lui è intitolata anche la Biblioteca di Studi meridionali "Giustino Fortunato" di Roma, fondata nel 1923 con il contributo dello stesso Fortunato.

L'uomo e il pensatore

Le case dei Fortunato a Napoli, Rionero in Vulture e Gaudiano (frazione di Lavello) erano rinomati e ospitali luoghi d'incontro di intellettuali come Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini. Egli e il fratello Ernesto, l'uno da uomo politico, attivo ben oltre il mandato parlamentare, l'altro da imprenditore, coltivarono per tutta una vita, quasi simbioticamente, ambizioni egemoniche oltre i confini della Basilicata.

Ernesto praticamente provando la non ineluttabilità del carattere assistito dell'impresa agricola meridionale e la possibilità di diffondere, con gli spiriti imprenditoriali, un diverso sistema di relazioni sociali e umane con il lavoro contadino e bracciantile; Giustino, mirando al problema di una riforma delle classi dirigenti del paese, come problema soprattutto delle sue campagne, dove solo una moderna capacità produttiva dei ceti agrari poteva garantire la civilizzazione delle masse contadine, e offrire un solido retroterra a qualunque ipotesi di sviluppo.

Di sentimenti politici moderati e conservativamente riformatori, Fortunato fu vicino agli intellettuali napoletani di Destra e per sempre ostile alla Sinistra. Il suo conservatorismo non era grettamente chiuso nella difesa dei più retrogradi rapporti sociali, ma si apriva ad una visione riformistica che non intendeva negare, bensì superare la "questione sociale". Quindi un più incisivo intervento dello Stato, reso capace di fondarsi su un più ampio consenso delle masse essenzialmente contadine, e non ridotto al ruolo di semplice repressione.

Sforzo egemonico e oculate riforme, secondo il modello conservatore inglese; invece che mero dominio e conservazione dello status quo. Le conoscenze delle condizioni economico-sociali delle province meridionali, compiute attraverso continue esperienze "pedestri", e il giudizio critico per certe forme dell'azione politica, maturato nella pratica giornalistica di parte, condurranno presto Fortunato ad un'analisi spietata, ma realistica, delle responsabilità di una classe dominante priva delle necessarie qualità e attitudini per essere classe progressivamente dirigente.

Sul piano generale era un fervido assertore del parlamentarismo, contro le tentazioni autoritarie di rafforzare il potere esecutivo sul legislativo. Criticò le avventure coloniali del Regno d'Italia e l'intervento nella prima guerra mondiale; intuì subito la nefasta natura del fascismo, dissentendo in ciò da molti intellettuali dell'epoca, come Nitti, Croce, Salvemini, Gramsci e Kuliscioff che in principio non percepivano le gravi conseguenze che avrebbe portato. Egli comprese sin dal principio che il fascismo non fosse una via della restaurazione dello Stato liberale, rovinato da quattro anni di violenze e disordini.

Per Fortunato il fascismo non era una "rivoluzione" ma una "rivelazione", una rivelazione della sua natura,Giustino Fortunato, Emilio Gentile, Carteggio 1927-1932, Laterza, 1981, p. 185 non una "fugace comparsa" ma la "più incredibile, terribile tragedia",Giustino Fortunato, Scritti politici, De Donato, 1981, p.24 dovuta non al semplice sopravvento dello squadrismo ma alla debolezza della classe dirigente, poiché il fascismo era "la risultante delle deficienze morali e delle incapacità secolari della borghesia italiana".Armando Saitta, Dal fascismo alla resistenza, La Nuova Italia, 1967, p.13

Fortunato difese il nome della sua terra Basilicata, contrariamente ad alcuni suoi conterranei che dibatterono sul ripristino dell'antico toponimo Lucania. Fu particolarmente acceso il confronto con Decio Albini, figlio del patriota Giacinto, che risollevò la questione che vide contrapporsi, decenni prima, Giacomo Racioppi e Michele Lacava, i quali difendevano, rispettivamente, i nomi Basilicata e Lucania. Fortunato disse:

Inoltre considerò basilicatese "il vero corretto nostro aggettivo",Giustino Fortunato, Pagine e ricordi parlamentari - Volume 1, Vallecchi, 1926, p.383 in contrapposizione a lucano, tuttora denominazione ufficiale degli abitanti della Basilicata.

L'educatore