La strage di Castel VolturnoL'Ordinanza di custodia cautelare in carcere nr. 45855/08 R.G. N.R. 40547/08 R.GIP 395/09 R.O.C.C., emessa dal GIP presso il Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione distrettuale antimafia nei confronti di SETOLA Giuseppe, CIRILLO Alessandro, LETIZIA Giovanni, GRANATO Davide contesta a questi ultimi il reato di strage con l'aggravante delle finalità terroristiche, primo caso in Italia applicato a un agguato di camorra. (detta anche strage di San Gennaro) è stato un fatto di sangue causato dalla camorra a opera della fazione del Clan dei Casalesi facente riferimento al boss stragista Giuseppe Setola, avvenuta la sera di giovedì 18 settembre 2008, che ha portato alla morte del pregiudicato Antonio Celiento (gestore di una sala giochi di Baia Verde, frazione di Castel Volturno, sospettato di essere un informatore delle forze dell'ordine) e di sei immigrati africani, vittime innocenti della stragehttps://vittimemafia.it/18-settembre-2008-castel-volturno-ce-strage-di-san-gennaro-morirono-6-giovani-ghanesi-ibrahim-alhaji-karim-yakubu-qawangaq-julius-francis-kuame-antwi-sonny-abu-justice-eric-affun-yeboa-wiafe-kwadwo-ow/, in due blitz distinti da parte dello stesso gruppo di fuoco, avvenuti a mezz'ora di distanza l'uno dall'altro.
Gli immigrati africani si chiamavano Kwame Antwi Julius Francis, Affun Yeboa Eric, Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwako del Togo e Jeemes Alex della Liberia e si trovavano presso la sartoria Ob Ob Exotic Fashion a Ischitella, altra frazione di Castel Volturno. Dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti, successivamente alla strage, è emerso che nessuno degli immigrati (tutti giovanissimi, il più vecchio aveva poco più di trent'anni) era coinvolto in attività di tipo criminale e che nessuno di loro era legato alla camorra locale né alla cosiddetta "mafia nigeriana", la quale, poco lontano da lì, all'ex hotel Zagarella, gestisce la piazza dello spaccio e il giro di prostituzione di ragazze africane per conto della potente camorra locale.
Il massacro degli immigrati, attuato con modalità inedite, causò il giorno successivo una sommossa della comunità immigrata contro la criminalità organizzata e contro le autorità, chiedendo che gli assassini venissero assicurati alla giustizia, un episodio unico nell'intera storia d'Italia. Per fronteggiare la delicata situazione che si era determinata furono immediatamente predisposti dei provvedimenti urgenti varati dal Ministero dell'Interno e dal Ministero della Difesa sulla lotta alla criminalità organizzata casertana e all'immigrazione clandestina.
Uno degli immigrati che si trovavano all'interno della sartoria, Joseph Ayimbora, un cittadino ghanese che abitava a Castel Volturno da otto anni, sopravvissuto fingendosi morto, nonostante la mitragliata di colpi che lo aveva centrato alle gambe e all'addome, riuscì ad avere il tempo di guardare in faccia chi gli aveva sparato e altre due persone. In seguito la sua testimonianza è stata decisiva per riconoscere gli autori della strage. Joseph Ayimbora è poi anch'egli deceduto a causa di un aneurisma cerebrale nel febbraio 2012.
Il precedente della Strage di Pescopagano del 1990
La Strage di Castel Volturno ha un precedente, per la sua efferatezza, con la strage di Pescopagano avvenuta il 24 aprile 1990 davanti al bar "Centro" della piccola frazione del comune di Mondragone. Nell'agguato al bar "Centro" morirono due persone, Naj Man Fiugy e Alfonso Romano, e sei rimasero ferite. Subito dopo il gruppo di fuoco uccise tre stranieri: Haroub Saidi Ally, Ally Khalifan Khanshi, Hamdy Salim, a bordo di una Fiat 127 parcheggiata vicino all'esercizio commerciale, e ferì il quarto occupante della vettura.
Tra i morti e i feriti anche due : ; un ragazzo di 14 anni, Francesco Bocchetti, ferito gravemente alla spina dorsale e poi rimasto paralizzato. Si era trattenuto al bar per tenere compagnia al padre, il gestore del locale.
La mattanza fu causata dall'obiettivo di bloccare per conto del boss Antonio Bardellino la vendita di droga nella zona tra Castel Volturno e Mondragone, da un conflitto interno tra le due principali organizzazioni malavitose del posto, il clan La Torre che gestiva da anni l'intero territorio e i casalesi.
Preludio della strage Esattamente un mese prima della violenta strage si era già verificato un grave episodio di intimidazione ai danni dei cittadini stranieri di Castel Volturno. Il 18 agosto 2008, intorno alle 19.10, un commando di camorra, composto da motociclisti su due moto coi volti protetti da caschi integrali e un furgone Fiat Scudo, sparò diversi colpi di Kalašnikov contro la sede dell'Associazione Nigeriana Campana, in Via Cesare Battisti nr. 1 di Castel Volturno, dove erano riunite 14 persone, tra cui 4 bambini, rimasti illesi solo perché giocavano all'interno della casa.Ordinanza di Custodia Cautelare nr. 45855/08 R.G. N.R. 40547/08 R.GIP 395/09 R.O.C.C., emessa dal GIP presso il Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia
L'obiettivo dell'agguato, il presidente dell'associazione Teddy Egonwman, mediatore culturale e interprete per la Polizia di Stato, si batte da anni contro il racket della prostituzione e della droga che coinvolge una parte della comunità nigeriana di Castel Volturno, e i cui boss sono agli ordini dei casalesi, secondo un patto nato poco dopo la strage di Pescopagano e che vede camorristi e mafiosi nigeriani vivere in parallelo sul litorale domizio con scambio di armi, garanzia della vigilanza per le case dei latitanti, la "tassa" pagata ai casalesi sul giro di affari di droga e prostituzione, la gestione dei "money transfer".
Dagli esami balistici condotti nei laboratori della Polizia scientifica, successivamente alla strage di Castel Volturno, è emerso che il fucile Kalašnikov usato nell'agguato del 18 agosto, in cui furono ferite cinque persone, compresi Teddy Egonwman e sua moglie Alice, è lo stesso del massacro del 18 settembre. L'agguato causò il ferimento di 6 persone, tra cui una donna, alcune delle quali in modo grave avendo riportato ferite al capo o al torace, circostanza questa che non lasciava dubbi sui propositi stragisti e omicidiari degli autori. Nell'occasione venivano impiegate tre armi diverse, come è risultato dal rinvenimento di 24 bossoli riconducibili a un fucile mitragliatore Kalašnikov, e altri 4 esplosi da due diverse pistole, una calibro 9x21mm, l'altra calibro .40".
Nella ricostruzione effettuata dagli investigatori della Squadra Mobile è stato possibile ricostruire anche il ruolo dei protagonisti: Davide Granato impugnava la pistola calibro .40"; Giuseppe Setola, disceso dal furgone Fiat guidato da Antonio Alluce, utilizzò il Kalašnikov sparando dopo avere appoggiato il mitra sulla inferriata del cancello, Giovanni Letizia, armato della pistola cal. 9x21mm, entrò all'interno del cortile. Le armi di Setola e Letizia dopo le prime raffiche si incepparono, circostanza che impedì che il gruppo attuasse il proposito di entrare nell'appartamento e uccidere i presenti, circostanza, questa, confermata da Oreste Spagnuolo che rivestiva un ruolo di copertura.
La strage La strage di Castel Volturno, perpetrata con modalità inedite e con un impressionante volume di fuoco, fu tale da portare la magistratura a individuare, oltre all'aggravante di avere agito con metodo mafioso e della finalità di agevolare l'associazione mafiosa denominata Clan dei Casalesi, anche l'aggravante di avere agito con finalità di discriminazione e odio razziale, poiché le stragi indicavano un odio indiscriminato del gruppo di Setola fondato su un pregiudizio di razza, in base al quale si voleva assoggettare l'intera comunità nera alla volontà del clan.
Altro aspetto inedito del processo è stata l'aggravante, individuata dal Gip, della finalità terroristica della strage, finalizzata a destare il panico e incutere terrore nella collettività, attraverso un'azione violenta, indiscriminata e volutamente eclatante, con l'obiettivo di minare la fiducia della cittadinanza nello Stato e indebolirne così le strutture: l'intera comunità di immigrati di colore doveva sapere che qualsiasi cosa, lecita o illecita, essa facesse sul territorio necessitava dell'autorizzazione del clan e doveva sottostare al versamento di una tangente.
Antonio Celiento, gestore di una sala giochi in via Giorgio Vasari a Baia Verde, con precedenti penali per furto e rapina e affiliato al clan dei Casalesi, è stato colpito verso le ore 21 da una sessantina di proiettili davanti al suo esercizio; ricoverato d'urgenza presso la clinica Pineta Verde, è morto poco dopo.
Dopo l'agguato contro Celiento, il commando omicida, a distanza di venti minuti dal primo episodio, raggiunge la sartoria Ob. Ob. Exotic Fashions, al civico 1083 della Strada statale Domitiana in località Ischitella. Sei cittadini ghanesi, che si trovavano all'interno o nei pressi della sartoria, rimangono vittime di un impressionante volume di fuoco esploso, come verrà poi accertato, da almeno sette armi di modello e calibro diverso. Sul luogo dell'accaduto sono stati infatti repertati ben 125 bossoli riconducibili a due armi calibro 7,62x39mm, le munizioni dell'AK-47 (cosiddetto Kalašnikov), una pistola mitragliatrice calibro 9x19mm (Parabellum), 4 pistole semiautomatiche (due in 9x19mm, una calibro 9x21mm e una calibro 9x17mm).
Il raid stragista, secondo la ricostruzione della Polizia durò meno di trenta secondi. Anche in questo caso gli investigatori hanno potuto ricostruire la dinamica e il ruolo degli stragisti: Alessandro Cirillo era l'autista della Fiat Punto, Davide Granato utilizzava una pistola semiautomatica 9x21, Giovanni Letizia impugnava una pistola mitragliatrice e una semiautomatica, Giuseppe Setola uno dei Kalašnikov, mentre il secondo era imbracciato da Oreste Spagnuolo.
I tre principali responsabili della strage sono stati inchiodati da foto segnaletiche dei carabinieri mostrate all'unico sopravvissuto, il ghanese Joseph Ayimbora, durante il ricovero in ospedale. Dalla sua testimonianza è emerso che i sicari indossavano divise della polizia.
Le vittime della Strage Antonio Celiento: titolare di una sala giochi a Baia Verde, era un pregiudicato ed affiliato al Clan dei Casalesi, ucciso perché ritenuto un informatore delle forze dell'ordine. Kwame Antwi Julius Francis: nato in Ghana, era fuggito dal suo Paese nel 2002. Francis aveva formalizzato la sua domanda di asilo a Crotone e poi si era trasferito a Castel Volturno, ottenendo dopo diversi anni la "Protezione Umanitaria". Lavorava come muratore e piastrellista e si era iscritto a un corso di formazione per apprendere il mestiere di saldatore. Viveva in un appartamento situato sopra la sartoria dove è avvenuta la strage ed era sceso in strada perché Eric, un'altra delle vittime, lo aveva chiamato: aveva un lavoro da offrirgli come muratore. Affun Yeboa Eric: il suo cadavere è stato ritrovato riverso al volante della sua auto, parcheggiata davanti alla sartoria. Eric era in Italia dal 2004, proveniva dal Ghana ed era sprovvisto di permesso di soggiorno. Da poco tempo si era trasferito a Castel Volturno, dove aveva iniziato a lavorare come carrozziere. El Hadji Ababa: veniva dal Togo e gestiva la sartoria Ob Ob Exotic Fashions. Il suo corpo è stato ritrovato senza vita accasciato sulla macchina per cucire. Jeemes Alex: cittadino liberiano, lavorava saltuariamente come muratore ma non rifiutava di lavorare nelle campagne. Samuel Kwako: veniva dal Togo, faceva il muratore ma, come Alex, anche lui non rifiutava di lavorare nelle campagne. Christopher Adams: aveva 28 anni ed era ghanese. Era in Italia dal 2002 e aveva ottenuto il permesso di soggiorno per protezione umanitaria. Adams faceva il barbiere a Napoli.