I santi martiri sono Patroni/Compatroni tutelari delle città di Lentini, San Fratello, Sant'Alfio, Scifì (frazione di Forza d'Agrò), Trecastagni, Vaste (Le), Catania, Sant'Alfio è considerato il Patrono dei muti.
Agiografia
In Puglia, terra in cui il Cristianesimo ebbe una larga diffusione sin dai primi secoli dopo Cristo, vi è un piccolo borgo di poche migliaia di abitanti: si tratta di Vaste (frazione di Poggiardo, in Provincia di Lecce), antichissimo centro sotto la dominazione greca e poi romana, che in un tempo assai remoto godette di grande fama. Qui nella Città dei Prefetti, nel III secolo, nacquero i tre fratelli Alfio, Filadelfo e Cirino. Dai nobili natali, discendevano da Benedetta di Locuste e dal principe Vitale (o Vitalio), padre di quattro figli (la primogenita fu madre del martire Erasmo). Entrambi i genitori furono barbaramente martirizzati. I tre fanciulli vennero educati dapprima da Evodio da Bisanzio e, successivamente, dal Sacerdote cristiano Onesimo.
I loro nomi, le cui radici presentano eminentemente una derivazione ellenistica, evidenziano tre significati ben precisi: Alfio (di carnagione chiara), Filadelfo (amico del fratello), Cirino (piccolo signore).
Nel 251 l'Imperatore Treboniano Gallo, succeduto a Gaio Messio Quinto Traiano Decio, emanò un editto in cui si esigeva che ogni persona sospettata di Cristianesimo offrisse incenso ad una qualsiasi divinità romana, Imperatore compreso. La validità di questo editto venne estesa su tutto il territorio romano, colpendo indifferentemente i membri delle diverse comunità cristiane, i loro beni e la loro fede. Nel 251 il Prefetto Nigellione ordinò che tutti i cristiani di Vaste fossero condotti al suo cospetto. Furono arrestati molti individui fra cui i tre fratelli e questi ultimi, dopo esser stati interrogati, vennero condotti a Roma - ove furono rinchiusi nel Carcere Mamertino ai piedi del Campidoglio, per mano del Prefetto Licinio - e successivamente a Pozzuoli dal Prefetto Diomede, famoso per la rapidità delle sue sentenze. Qui, dopo vari interrogatori, il tiranno ordinò l’uccisione di Onesimo e la decapitazione di Erasmo insieme con altri tredici compagni. Diomede tentò qualsiasi lusinga per far distogliere dalla loro fede i tre fratelli, ma non riuscì nel suo intento. Alfio, Filadelfo e Cirino quindi, essendo di nobile famiglia, furono risparmiati ed inviati in Sicilia..
Il 25 agosto del 252 giunsero a Taormina da Tertullo, giovane patrizio romano e Preside dell'isola, che aveva acquistato la fama di funzionario integerrimo ed autoritario. Costui li accolse nel suo maestoso palazzo per interrogarli, ma non riuscendo a convincere i tre fratelli a tornare alla religione dei loro antenati, fa tagliare le loro bionde chiome e fa versare sul loro capo della pece bollente, poi fa serrare il loro collo e le loro mani tra pesanti travi.
Furono quindi inviati a Lentini, ove trovarono la morte. Durante il tragitto, il gruppo costeggiò l'Etna e si fermò dove in seguito nacquero i paesi di Sant'Alfio e Trecastagni. Verso la fine di Agosto, di sera, giunsero a Catania e furono rinchiusi in una prigione (ancora oggi è indicata con la scritta «Sanctorum Martyrum Alphii Philadelphi et Cyrini carcer») che ai giorni nostri si trova in una cripta sotto la Chiesa dell'Immacolata Concezione della Beata Maria Vergine ai Minoritelli, dove sorgeva il Presidio Ospedaliero Santa Marta. Lì è possibile ammirare una lapide in marmo e un quadro. All'alba vennero avviati a Lentini e attraversarono il fiume Simeto ch'era in piena. Vi furono spinti da otto soldati fanatici pagani; i tre fratelli lo passarono incolumi, mentre gli otto soldati che li avevano spinti e seguiti annegarono.Nel cammino da Catania a Lentini avvengono vari prodigi e conversioni: si convertono addirittura i venti soldati di scorta e il loro capo Mercurio, che Tertullo fa battere aspramente e uccidere. Il 2/3 settembre del 252 giunsero finalmente a Lentini, nella contrada che anche oggi è denominata Palmiere: la città si presentava per l'appunto ricca di palme, ulivi, viti, fiorente d'ogni verdura e di fiori. Marco Tullio Cicerone la definì il «granaio di Roma». Entrando in città, i tre giovani liberarono un bambino ebreo - indemoniato ed ammalato - figlio del Rabbino Samuele. Un'altra leggenda, ancora, narra che quando i Tre Fratelli originari di Vaste giunsero a Lentini la trovarono appestata, per poi miracolarla e liberarla dalla peste. Vennero quindi affidati al Ministro Alessandro (vicario di Tertullo) che, dopo vari interrogatori, li condusse infine nelle carceri del luogo.
Vivevano in città due giovani contesse, di nome Tecla e Giustina, cugine tra loro nonché ricche proprietarie terriere. Tecla - cugina di Alessandro - da oltre sei anni soffriva di un’irreversibile paralisi alle gambe; Giustina invece era cieca in un occhio. Nessun medico era mai riuscito nell'impresa di guarirle. Venendo a conoscenza dei prodigi che - durante il tragitto da Roma a Lentini - avevano accompagnato i tre fratelli, Tecla formulò la richiesta rivolta al cugino di voler conoscere quei giovani per implorare, mediante la loro intercessione, una miracolosa e tanto sperata guarigione. Richiesta che venne esaudita da Alessandro, con suo grande rischio, in uno dei giorni di assenza del Preside. Il vicario di Tertullo, successivamente, si convertirà al Cristianesimo e si farà battezzare con il nome di Neofito da Agatone, per poi diventare il primo Vescovo di Lentini. Egli condusse i Tre Giovinetti da Tecla e quest'ultima, con animo ricolmo di speranza, chiese loro di intercedere con preghiere rivolte alla sua salute. I tre fratelli rimasero commossi alla vista di quella giovane immobilizzata sul letto e le promisero che avrebbero pregato per lei. Durante la stessa notte le sarebbe comparso in sogno l'Apostolo Andrea il quale, segnatala con un segno di croce, le assicurò che sarebbe guarita grazie all'intercessione di quei Giovani incarcerati da Tertullo. Il mattino seguente, trovandosi miracolosamente guarita, decise di recarsi al carcere per ringraziare i tre giovinetti con l'aiuto di Alessandro, visibilmente sbigottito. Anche Giustina fu guarita. Da quel giorno Tecla continuò a visitarli segretamente insieme alla cugina per assisterli, confortarli e portar loro dei viveri con cui rifocillarsi nelle notti di miseria e solitudine.
Tuttavia la sua opera durò poco giacché Tertullo, arresosi di fronte alla loro inflessibile fede, emanò la sua inappellabile sentenza. La sterminata piazza di Lentini era gremita di folla, in attesa di un grande evento storico: dopo averli fatti girare ammanettati e frustati per le vie della città, esposti nudi e scalzi allo scherno del popolo inferocito ed urlante, ad Alfio venne strappata la lingua, Filadelfo bruciato su di una graticola e Cirino, nondimeno, gettato in una caldaia di pece bollente. Era il 10 maggio del 253. Alfio aveva ventidue anni e sette mesi, Filadelfo ventuno, Cirino diciannove e otto mesi.
Nel mentre Tertullo fece arrestare e martirizzare due giovani lentinesi presenti al sacrificio, Cleonico e Stratonico, poiché osarono inveire contro il tiranno accusandolo di crudeltà. Su ordine del Preside dell’isola, i corpi martirizzati e privi di vita dei Tre Fratelli furono legati con funi e trascinati in una foresta (denominata Strobilio per la gran quantità di pini esistenti), per poi esser gettati in un pozzo secco vicino alla dimora della nobile Tecla. Nella notte tra il 10 e l'11 maggio, accompagnata da Giustina e da undici servi cristiani tra cui cinque donne, estrasse i loro corpi conferendone una dignitosa sepoltura sfruttando una piccola grotta nelle immediate vicinanze. Nel 261, in quel luogo ormai sacro, fu eretto un maestoso tempio in onore ai Santi Martiri originari di Vaste. Ancora oggi è possibile osservare il luogo della sepoltura all'interno della Chiesa Madre (Ex Cattedrale) Santa Maria la Cava e Sant'Alfio di Lentini. La breve vita terrena dei Tre Santi si concluse, dunque, in modo tragico. Essi vennero però a costituire il seme della Chiesa leontina, che ebbe il privilegio d'esser elevata a sede vescovile sino al 790.
Documenti e fonti storiche
Le notizie che possediamo sulla vita e sul martirio dei santi Alfio, Filadelfo e Cirino, il cui culto è molto diffuso in quasi tutta la Sicilia Orientale fin dall'Alto Medioevo, sono contenute in un documento che gli storici e gli studiosi fanno risalire al 24 dicembre del 964: si tratta di una lunga e minuziosa narrazione scritta da un Monaco (certamente italogreco) di nome Basilio, con verosimiglianza a Lentini, come si evince dalla precisa indicazione dei luoghi, delle tradizioni e dei costumi della comunità ivi esistente. Il manoscritto contiene due tra i testi più fantasiosi della letteratura agiografica siciliana: la Vita di San Pancrazio (primo Vescovo di Taormina) e, appunto, la Passio sui Santi Martiri Alfio, Filadelfo e Cirino. Al termine il volume si chiude con questo periodo, tradotto dal greco: «Con l'aiuto di Dio venne a fine il libro dei SS. Alfio, Filadelfo e Cirino, scritto per mano del Monaco Basilio». Il prezioso documento è oggi conservato presso la Biblioteca Vaticana, segnato col numero 1591, proveniente dal Monastero di Grottaferrata nei pressi di Roma.
Nel corso dei secoli, l'antico testo (denominato altresì Codice di Grottaferrata) è divenuto la fonte ispiratrice a cui attingere per un ingente numero di volumi. In particolar modo, si ricordano:
L’opera dal titolo Martyrium Sanctorum Trium Fratrum Alphii, Philadelphi et Cyrini, edita a Palermo il 5 aprile 1522 dal tipografo palermitano Antonio Mayda e custodita presso la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana Alberto Bombace nel medesimo capoluogo dell'isola, redatta dal latinista, grecista e poeta lentinese Silvestro Sigonio (o Sigona) Il Tomo Primo dell’opera dal titolo Vitae Sanctorum Siculorum ex antiquis Graecis Latinisque monumentis, pubblicata postuma a Palermo nel 1657, redatta dal gesuita e storico siracusano Ottavio Gaetani Il Tomo Secondo dell’opera dal titolo Acta Sanctorum Maii, collecta, digesta, illustrata, redatta nel 1680 dai gesuiti e storici belgi Godefridus Henschenius (Godfried Henschen) e Danielus Papebrochius (Daniel Papebroch): quest'ultimo, peraltro, fornì un grande supporto nella risoluzione della questione concernente l'esatta provenienza dei tre fratelli, per secoli ritenuta da alcuni Guascogna (un territorio appartenente all’odierna Regione dell'Occitania, in Francia) piuttosto che la città salentina di Vaste a causa di un grossolano errore di traduzione dei testi antichi diffusasi nel tempo, fortunatamente superato L’opera dal titolo Istoria de’ SS. MM. Alfio, Filadelfo e Cirino fratelli e lor compagni, edita a Catania nel 1691 e custodita presso la Biblioteca Regionale Universitaria Giambattista Caruso nel medesimo capoluogo etneo, redatta dal gesuita e storico lentinese Filadelfo Mauro
Le narrazioni agiografiche legate ai santi martiri nonché a Lentini, ancora, vengono menzionate nelle numerose edizioni del celebre Martyrologium Romanum, ad novam kalendarii rationem, et ecclesiasticae historiae veritatem restitutum della Chiesa cattolica, redatto dal Cardinale e storico italiano Cesare Baronio. Da alcuni passaggi tratti dal volume dal titolo Terrone e Polenta dello studioso Salvatore Brancato, infine, si riportano delle informazioni sull'esistenza di una Basilica dedicata a Santa Tecla, venuta alla luce diversi anni fa sotto il sagrato del Duomo di Milano. Sebbene nel suo sermone 77 Sant'Ambrogio (Vescovo milanese) faccia riferimento ai Santi Martiri Alfio, Filadelfo e Cirino, la Basilica nova o maior (attualmente coperta da Piazza del Duomo) ricondurrebbe però a Santa Tecla di Iconio, poiché eretta in suo onore.
Festività e riti Lentini