La produzione di energia elettrica in Italia avviene a partire dall'utilizzo di fonti energetiche non rinnovabili (i combustibili fossili quali gas naturale, carbone e petrolio in gran parte importati dall'estero) e in misura sempre più rilevante con fonti rinnovabili (come lo sfruttamento dell'energia geotermica, dell'energia idroelettrica, dell'energia eolica, delle biomasse e dell'energia solare); il restante fabbisogno elettrico (il 15% nel 2025) viene soddisfatto con l'acquisto di energia elettrica dall'estero, trasportata nel Paese attraverso elettrodotti e diffusa tramite la rete di trasmissione e la rete di distribuzione elettrica.
Il fabbisogno di energia elettrica è solo una parte dell'intero fabbisogno energetico nazionale, al quale concorrono anche i consumi legati ad esempio all'autotrazione, al trasporto marittimo e aereo, al riscaldamento degli ambienti e a parte della produzione industriale, in larga parte coperti dall'uso diretto dei combustibili fossili, anch'essi in massima parte di provenienza estera.
Storia Dalle origini al secondo dopoguerra La prima centrale elettrica italiana, alimentata a carbone, entrò in funzione a Milano, in via Santa Radegonda, nel giugno 1883; serviva negozi e locali del centro cittadino e, dalla seconda metà dello stesso anno, il Teatro alla Scala. Lo sviluppo della rete di trasmissione permise in seguito lo sfruttamento del bacino idroelettrico delle Alpi: l'energia idroelettrica, allora unica fonte nazionale a buon mercato, sostenne il primo sviluppo industriale del Paese e alimentò per un certo periodo l'idea di una possibile autosufficienza energetica, legata alla retorica del cosiddetto «carbone bianco». Nel 1938 le centrali idroelettriche fornivano quasi il 94% della produzione nazionale lorda (14,6 TWh su 15,5).
Nel 1904 a Larderello Piero Ginori Conti sperimentò per la prima volta la produzione di energia elettrica dal vapore geotermico; la produzione geotermoelettrica compare nelle statistiche nazionali dal 1916.
Tra le due guerre mondiali il settore fu dominato da alcuni grandi gruppi privati in posizione di monopolio a livello regionale, tra cui Edison, SIP, SADE, SME, le società del gruppo La Centrale e la Terni.
Nel secondo dopoguerra la crescita della domanda fu coperta in misura crescente dalle centrali termoelettriche: tra il 1950 e il 1962 la produzione termoelettrica passò da 1,8 a 23,2 TWh e la quota idroelettrica scese dall'88% al 61% della produzione lorda.
Dalla nazionalizzazione all'abbandono del nucleare
Con la legge 6 dicembre 1962, n. 1643 fu istituito l'Enel (Ente nazionale per l'energia elettrica), al quale fu riservato l'esercizio delle «attività di produzione, importazione ed esportazione, trasporto, trasformazione, distribuzione e vendita dell'energia elettrica da qualsiasi fonte prodotta», salvo le eccezioni previste dalla stessa legge.Legge 6 dicembre 1962, n. 1643, art. 1. Negli anni sessanta la richiesta di energia elettrica crebbe a ritmi compresi tra il 6 e il 10% annuo e nel 1967 la produzione termoelettrica superò per la prima volta quella idroelettrica.
Dopo le crisi petrolifere del 1973 e del 1979 crebbe il contributo dell'energia nucleare, la cui produzione raggiunse il massimo nel 1986 con 8,8 TWh, pari al 4,6% della produzione lorda; in quell'anno le fonti non fossili (idroelettrica, geotermoelettrica e nucleare) coprivano nel complesso il 29,1% della produzione. A seguito del disastro di Černobyl' e dei referendum del 1987 l'Italia abbandonò la fonte nucleare, la cui produzione cessò nel 1988.
Dopo l'uscita dal nucleare crebbe il peso del termoelettrico, che nel 2007 raggiunse il massimo storico di 265,8 TWh, pari all'84,7% della produzione lorda; solo nel 2013 la quota della produzione idroelettrica, geotermoelettrica, eolica e fotovoltaica (33,4%) tornò a superare il livello del 1986.
La liberalizzazione Nel 1992 l'Enel fu trasformata in società per azioni.Decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333, art. 15. Il decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79 (il cosiddetto «decreto Bersani») avviò la liberalizzazione del settore: dal 1º gennaio 2003 nessun soggetto avrebbe potuto produrre o importare più del 50% dell'energia elettrica prodotta e importata in Italia, e l'Enel fu tenuto a cedere almeno 15 000 MW della propria capacità produttiva.Decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, art. 8. Gli impianti ceduti, per complessivi 15 057 MW, furono conferiti a tre società (le cosiddette GenCo: Eurogen, Elettrogen e Interpower), vendute per un introito complessivo di circa 8,3 miliardi di euro; l'ultima, Interpower, fu trasferita nel gennaio 2003.
Negli stessi anni il gas naturale sostituì progressivamente l'olio combustibile nelle centrali termoelettriche: tra il 1990 e il 2007 la produzione da gas passò da 39,1 a 172,6 TWh, mentre quella da prodotti petroliferi scese da oltre 100 a 22,9 TWh. Crebbero anche le importazioni nette di energia elettrica, passate da 34,7 TWh nel 1990 a 44,3 TWh nel 2000.
Con il provvedimento n. 6 del 1992 (CIP6) il Comitato interministeriale dei prezzi introdusse incentivi alla produzione da fonti rinnovabili e «assimilate», dei quali beneficiò soprattutto l'incenerimento dei rifiuti, all'epoca assimilato alle fonti rinnovabili.Con il decreto legislativo 387/2003, emesso in attuazione della direttiva n.2001/77/CE, gli incentivi previsti dal cosiddetto "CIP6" furono estesi anche alla produzione energetica mediante combustione dei rifiuti inorganici, che quindi fu per legge assimilata alle fonti rinnovabili, sebbene le stesse direttive europee in materia considerino rinnovabile la sola parte organica dei rifiuti (vedasi C 78 E/192 Gazzetta ufficiale dell'Unione europea IT 27.3.2004). Eolico e fotovoltaico restarono a lungo marginali: nel 1999 producevano ancora appena 0,4 TWh.
Dal 2000 alla crisi energetica Nei primi decenni del XXI secolo la produzione eolica e fotovoltaica, ancora marginale alla fine degli anni novanta, crebbe rapidamente: da 0,6 TWh nel 2000 a 37,5 TWh nel 2014, fino a superare nel 2025 i 66 TWh complessivi.
Nel 2008 il governo Berlusconi IV avviò un programma per il ritorno alla produzione elettronucleare, rinviando alla definizione di una «Strategia energetica nazionale».Decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, art. 7, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 147 del 25 giugno 2008 (Supplemento ordinario n. 152), convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 195 del 21 agosto 2008. Nel 2011, dopo l'incidente di Fukushima, il programma fu sospeso e il referendum del 12 e 13 giugno 2011, con la partecipazione di circa il 54% degli aventi diritto e oltre il 94% di voti favorevoli, abrogò le norme che lo consentivano. La Strategia energetica nazionale del 2017 fissò tra i propri obiettivi l'abbandono del carbone per la produzione elettrica entro il 2025.
Nel 2022, a seguito dell'invasione russa dell'Ucraina e del taglio delle esportazioni di gas russo verso l'Europa, le quotazioni del gas naturale salirono al PSV da 45 a 125 €/MWh e l'Italia riorientò le proprie importazioni di gas verso altri fornitori. L'aumento si trasmise ai prezzi dell'energia elettrica: il prezzo unico nazionale (PUN) raggiunse una media annua di 304,0 €/MWh (+142% rispetto al 2021), con un massimo mensile di 543,2 €/MWh in agosto, mentre la produzione idroelettrica toccava un minimo di 28,4 TWh.
Obiettivi e politiche recenti Il Piano nazionale integrato per l'energia e il clima (PNIEC) nella versione del 2024 prevede che nel 2030 le fonti rinnovabili coprano il 63,4% dei consumi finali lordi di energia elettrica (erano il 37,1% nel 2022), con circa 131 GW di impianti rinnovabili installati, di cui circa 80 GW fotovoltaici e 28 GW eolici.
Il PNIEC prevedeva inoltre l'abbandono del carbone entro il 2025, con l'eccezione degli impianti della Sardegna, dove il processo avrebbe dovuto completarsi nel 2028; nel settembre 2025 un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri ha individuato le opere necessarie al phase out del carbone in Sardegna.Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 10 settembre 2025, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 255 del 3 novembre 2025. Nel 2026 la legge di conversione del cosiddetto «decreto Bollette» ha stabilito che «entro il 31 dicembre 2038 cessa l'operatività delle centrali a carbone in esercizio per la produzione di energia elettrica».Decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, art. 5-bis, inserito dalla legge 10 aprile 2026, n. 49.
Il 2 ottobre 2025 il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva un disegno di legge di delega al Governo in materia di «energia nucleare sostenibile», approvato dalla Camera nel giugno 2026 e, senza modifiche, in via definitiva dal Senato il 23 settembre 2026, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti. La delega, da attuare con decreti legislativi entro dodici mesi, riguarda esclusivamente i piccoli reattori modulari (SMR) e i reattori modulari avanzati (AMR), oltre alla prospettiva della fusione nucleare, ed esclude le grandi centrali tradizionali. Durante l'esame alla Camera sono stati introdotti, tra l'altro, un meccanismo di candidatura volontaria dei comuni a ospitare i reattori o le infrastrutture per lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi e l'estensione all'impiego dei piccoli reattori nel settore navale; l'Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione è destinato a diventare l'autorità autorizzativa unica.
La legge è stata criticata da associazioni ambientaliste e del settore delle rinnovabili: Greenpeace Italia, Legambiente, WWF Italia e Kyoto Club l'hanno definita una «scatola vuota, piena di false promesse», sostenendo che gli SMR non sono ancora disponibili commercialmente e che restano aperte le questioni di costi, tempi, sicurezza e gestione delle scorie. Secondo i dati dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica riportati in quell'occasione, gli impianti di questo tipo in esercizio commerciale nel mondo erano soltanto due: la centrale galleggiante russa Akademik Lomonosov e l'HTR-PM cinese di Shidao Bay.
Il decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, di recepimento della direttiva (UE) 2018/2001 sulla promozione dell'energia da fonti rinnovabili, disciplina tra l'altro le comunità energetiche rinnovabili.Decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, art. 31.
Consumi, potenza e potenza installata
Secondo le statistiche di Terna, società che dal 2005 gestisce la rete di trasmissione nazionale, nel 2025 la richiesta di energia elettrica in Italia è stata di 312,2 TWh, in aumento dello 0,1% rispetto all'anno precedente. Il fabbisogno è stato coperto per l'85% dalla produzione nazionale destinata al consumo (265,3 TWh) e per il restante 15% dal saldo degli scambi con l'estero (46,9 TWh, in calo dell'8,1% rispetto al 2024).
La richiesta di energia elettrica è pari alla produzione netta delle centrali (cioè al netto dei consumi dei servizi ausiliari), diminuita dell'energia destinata ai pompaggi e aumentata del saldo degli scambi con l'estero; comprende anche le perdite di rete. Il «consumo interno lordo» è invece dato dalla produzione lorda, misurata ai morsetti dei generatori, più il saldo con l'estero.
Nel 2025 la potenza oraria richiesta sulla rete italiana ha raggiunto un massimo di 55 450 MW e un minimo di 18 657 MW, valori inferiori al picco registrato nell'estate del 2015, pari a 60 491 MW.