Il Piano Solo fu un piano di emergenza speciale a tutela dell'ordine pubblico fatto predisporre nel 1964 da Giovanni de Lorenzo durante il suo incarico di comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, per volere del presidente della Repubblica Antonio Segni. Comportava la predisposizione di un tentativo di colpo di StatoPaul Ginsborg, A History of Contemporary Italy: Society and Politics 1943–1988, Penguin books, 1990. e fu chiamato in tal modo perché "solo l'Arma dei Carabinieri" lo avrebbe dovuto attuareMimmo Franzinelli, Il piano Solo. I servizi segreti, il centro-sinistra e il «golpe» del 1964, Mondadori, 2010..

Dai principali attori della vicenda politica, che si sviluppò nel giugno-luglio del 1964 intorno alla crisi del governo Moro I, fu percepito soltanto nei termini di un "tintinnar di sciabole"Per Mimmo Franzinelli e Alessandro Giacone, introduzione a Il riformismo alla prova. Il primo governo Moro nei documenti e nelle parole dei protagonisti (ottobre 1963-agosto 1964), Feltrinelli, 2013, la frase, «ascritta a Pietro Nenni, non trova riscontro in alcun documento del luglio 1964 e risale verosimilmente al 1967-1968, ovvero all’epoca delle inchieste dell’“Espresso”». Per Paolo Franchi, SOCIALISTA LIBERTARIO GIACOBINO; DIARI (1973-1979), Marsilio, 2016, invece, Pietro Nenni "annoterà più di dieci anni dopo" che, in quelle settimane del luglio 1964, era risuonato il "tintinnar di sciabole" "dei carabinieri del generale De Lorenzo". che «non ha segnalato il pericolo di un golpe alla greca, ma un'azione militare»Paolo Franchi, SOCIALISTA LIBERTARIO GIACOBINO; DIARI (1973-1979), Marsilio, 2016. minacciata per alterare il corso fisiologico della crisi di governo. Che le vittime designate fossero in primo luogo i dirigenti del Partito Socialista Italiano fu attestato quando, in seguito alla desecretazione del 1990, emerse che, secondo tale piano, la sede del PSI avrebbe dovuto essere occupata, con carabinieri da impiegare.

La stampa – come ad esempio in un articolo nel 1967 pubblicato sul giornale l'Espresso – e in particolare i giornalisti Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari sostenne che Segni e de Lorenzo fecero pressione sul Partito Socialista, il quale rinunciò alle riforme ed accettò di formare un secondo governo Moro perché preoccupato dell'attuazione del piano. La risonanza mediatica portò ad un grande dibattito in Parlamento, dove si decise di istituire un'apposita commissione parlamentare d'inchiesta, presieduta da Giuseppe Alessi, che però escluse ogni tesi di tentato colpo di Stato.

Storia

L'attività di de Lorenzo e l'affluenza di reparti militari a Roma

Nel 1963 e all'inizio di marzo 1964 si era sviluppata la crisi della lira, dovuta alle richieste di aumenti salariali a seguito del netto aumento di produttività e di disponibilità di prodotti per l'acquisto. Le autorità erano pertanto sotto forte pressione, perché i mercati speravano in una svalutazione della lira stessa. Tutto ciò era fonte di preoccupazione ai piani alti delle Istituzioni.

Il 25 marzo 1964 de Lorenzo si incontrò con i comandanti delle divisioni di Milano, Roma e Napoli ponendo in essere con essi un piano finalizzato a far fronte a una situazione di estrema emergenza con il coinvolgimento esclusivo dell'Arma dei Carabinieri. Il piano prevedeva di occupare anche questure, sedi di partiti e sindacati. La riunione era stata autorizzata ufficialmente dal capo di stato maggiore della difesa, generale Aldo Rossi.

Il 2 giugno successivo, la tradizionale parata per la festa della Repubblica fu attesa da un numero di militari straordinariamente più elevato del solito. In occasione delle successive celebrazioni per il 150º anniversario della fondazione dell'Arma dei Carabinieri, rimandate dal 7 al 14 giugno per precedenti impegni del presidente della Repubblica Antonio Segni, il comandante generale de Lorenzo fece sfilare l'appena rodata brigata meccanizzata, con un'impressionante dotazione di armi e mezzi pesanti..

Dopo la sfilata, adducendo motivazioni di ordine logistico, il comando generale comunicò che le truppe affluite nella capitale per le celebrazioni vi si sarebbero trattenute sino alla fine del mese successivo. A Roma giunsero anche i paracadutisti dei corpi speciali; alcuni gruppi di sottufficiali, addestrati nei mesi precedenti nell'utilizzo di apparecchiature elettroniche di trasmissione, si trasferirono in gran segreto e massima riservatezza a Roma e a Milano per essere preparati, in caso di attuazione del piano, così da poter occupare subito le sedi della Rai. Secondo successive testimonianze del generale dei Carabinieri Nicolò Bozzo, nel medesimo contesto sarebbero stati predisposti presso l’aeroporto di Linate locali destinati alla custodia temporanea di esponenti politici e sindacali da trasferire in Sardegna.

La caduta del primo governo Moro

Il 25 giugno 1964, rimasto senza maggioranza nella votazione sul capitolo 88 del bilancio della Pubblica istruzione, il governo Moro, primo di centro-sinistra della Repubblica, fu costretto alle dimissioni, rassegnate il successivo 26 giugno.. La ricomposizione sembrava difficile e un'eventuale riedizione del centrosinistra non sarebbe piaciuta a Segni, poiché vedeva, in prospettiva, rischi gravi di destabilizzazione per la democrazia italiana.

Il dibattito politico verteva principalmente sulla nuova fase politica di centro-sinistra inaugurata nel 1962 dal quarto governo Fanfani col sostegno esterno del Partito Socialista Italiano e poi proseguita con l'inclusione dei socialisti stessi nel primo governo formato da Aldo Moro.

Nella riunione dello stesso 28 giugno si parlò anche del trasporto delle personalità politiche da arrestare, organizzato in precedenza con i capi di stato maggiore della Marina (l'ammiraglio Ernesto Giuriati) e dell'Aeronautica (il generale Aldo Remondino), ai quali de Lorenzo avrebbe parlato soltanto di trasmissioni e telecomunicazioni e del trasporto dei ritenuti «sovversivi» in Sardegna.

Segni, temendo gravi rischi di destabilizzazione per la democrazia italiana, si consultò ripetutamente con i comandanti delle forze armate italiane, in particolare con de Lorenzo; contemporaneamente, il 15 luglio, fatto mai visto prima e non più ripetuto per un comandante militare,. de Lorenzo fu convocato ufficialmente dal capo dello Stato Antonio Segni nel corso delle consultazioni per la nomina del nuovo governo. Immediatamente dopo, venne consultato anche il capo di stato maggiore della difesa generale Aldo Rossi.

Il contrasto tra il Presidente Segni e Aldo Moro

La contrapposizione politica che si stabilì, a livelli quasi di scontro, fra il capo dello Stato e il premier uscente Aldo Moro, riguardava appunto il centro-sinistra "organico", che doveva avere una dinamica riformatrice ben maggiore della stagione del centro-sinistra precedente, che aveva già realizzato una serie di riforme, tra cui spiccano l'istituzione della scuola media unica obbligatoria, la nazionalizzazione delle industrie elettriche con la creazione dell'ENEL e l'introduzione della cedolare d'acconto.

Durante le consultazioni per il conferimento del nuovo incarico di governo, Segni esercitò pressioni su Nenni per indurre il Partito socialista a uscire dalla maggioranza governativa, comunicandogli che comunque avrebbe rimandato alle Camere, per riesame, il disegno di legge urbanistica Sullo - Lombardi, qualora fosse stato approvato.Indro Montanelli, Storia d'Italia, vol. 10, Milano, RCS, Milano, 2004, pp. 379-380.

Secondo alcuni storici, qualora le trattative per la formazione di un nuovo governo di centro-sinistra fossero fallite, Segni sarebbe stato favorevole a sostituire Moro con il Presidente del Senato Cesare Merzagora, di tendenze conservatrici e sostenuto dai potentati economici. Poco tempo prima si era fatto notare per una singolare affermazione in cui dichiarava di attendersi che i partiti politici avrebbero avuto vita breve, invocando un Governo di emergenza.

Il secondo governo Moro e le dimissioni di Antonio Segni

Il 17 luglio, invece, Moro si recò al Quirinale, con l'intenzione di accettare l'incarico per formare un nuovo esecutivo di centro-sinistra. Durante le trattative, infatti, il PSI, su impulso di Pietro Nenni, aveva accettato il ridimensionamento dei suoi programmi riformatori. La crisi rientrò, nessun carabiniere dovette muoversi.

Moro divenne Presidente del Consiglio, mentre Pietro Nenni divenne Vicepresidente (carica che ricoprirà fino al 1968), inaugurando un governo che optò per un più tranquillo e morbido ritorno alla formula governativa precedente, che avrebbe evitato rischi alquanto inquietanti, e il PSI rilasciò prudenti comunicati di rinuncia ad alcune richieste di riforme che prima aveva avanzato come prioritarie.. È un notevole passo indietro sui programmi del precedente governo che porta a forti contrasti tra i socialisti: Riccardo Lombardi lascia la direzione dellAvanti! e il socialista lombardiano Antonio Giolitti (autore del piano di programmazione economica del PSI, secondo cui nelle grandi scelte, il potere di decisione non può non essere esercitato «dalle istituzioni democratiche responsabili davanti alla collettività e l’intervento pubblico e l’iniziativa privata vengono coordinati e indirizzati in funzione degli obiettivi fissati da quelle decisioni») rifiuta di partecipare al nuovo governo.

NellAvanti! del 22 luglio, Nenni si giustificò in tal modo di fronte ai suoi elettori e compagni di partito: «Se il centro-sinistra avesse gettato la spugna sul ring, il governo della Confindustria e della Confagricoltura era pronto a essere varato. Aveva un suo capo, anche se non è certo che sarebbe arrivato per primo al traguardo senza essere sopravanzato da qualche notabile democristiano»; e nellAvanti! del successivo 26 luglio dichiarò: «La sola alternativa che si sarebbe delineata sarebbe stata un governo di destra [...] nei cui confronti il ricordo del luglio 1960 sarebbe impallidito».Citazioni riportate in .

Il 7 agosto, giorno successivo all'insediamento del nuovo esecutivo, Segni fu colpito da un ictus cerebrale nel corso di un'accesissima discussione con Moro e Giuseppe Saragat; la supplenza del Quirinale fu assunta dal Presidente del Senato Cesare Merzagora.

Qualche mese dopo, perdurando la condizione di impedimento, Segni si dimise definitivamente e al suo posto fu eletto Giuseppe Saragat.

La scoperta e le rivelazioni Nel dicembre del 1965, dopo aver lasciato l'Arma, de Lorenzo diventò capo di stato maggiore dell'Esercito al posto del generale Giuseppe Aloja: in occasione del passaggio di questi alla carica di capo di Stato maggiore della difesa, la stampa registrò iniziative divergenti tra i due sul delicato tema della guerra psicologicaErcole Bonacina, La guerra del generali, L'Astrolabio, 5 febbraio 1967..

Quando De Lorenzo fu destituito dal suo incarico allo stato maggiore dell'esercito, per il caso delle deviazioni del SIFAR, subì diverse inchieste amministrative del Ministero della Difesa. Mentre sulla vicenda dei dossier indagava la Commissione Beolchini, al vertice dell'Arma dei Carabinieri - dove era assurto di fatto il vicecomandante generale, Giorgio Manes, peraltro già precedentemente in urto con de Lorenzo - un'investigazione amministrativa si risolse nel «rapporto Manes». Manes fu uno fra i primi ad ammettere pubblicamente l'esistenza del piano: egli parrebbe in realtà essere stato partecipe del piano e, anzi, taluni suoi appunti privati del tempo furono in seguito esaminati in sede giudiziaria per ricostruirne le fasi dell'approntamento.

L'emersione del piano nelle inchieste amministrative era stata tenuta segreta, ma le prime voci sul dossieraggio del SIFAR accesero un faro sul ruolo che aveva «giostrato il SIFAR tra governi, partiti e uomini politici, in quegli anni 1960-62, come organo soprannumerario e non controllato di azione clandestina di governo»Ferruccio Parri, Il coraggio della verità, L'Astrolabio, 26 febbraio 1967, p. 5..