La Restaurazione è stata il processo di ristabilimento del potere dei sovrani assoluti in Europa e il conseguente tentativo, in seguito alle sconfitte militari di Napoleone, di ritornare allAncien Régime precedente la Rivoluzione francese. Prese il via con il congresso di Vienna (1814-1815), convocato dalle grandi potenze per ridisegnare i confini europei, ed ebbe sostanzialmente fine dopo i moti del 1830-1831Sergio Parmentola, "Restaurazione" in Enciclopedia dei ragazzi (2006) (avvento della monarchia di luglio) oppure quelli del 1848 (caduta di Metternich, seconda repubblica francese, prima guerra d'indipendenza italiana).

In senso più ampio, per Restaurazione si intende il movimento reazionario teso a contrastare le idee della Rivoluzione francese, diffuse in tutta Europa dagli eserciti napoleonici. Da questo punto di vista, essa si presenta come un fenomeno che trascende il piano puramente politico per estendersi a quello culturale. L'età della Restaurazione si fa infatti coincidere in letteratura con il Romanticismo e in filosofia con l'Idealismo.

La nuova concezione romantica della Storia

Nel Congresso di Vienna si confrontarono due linee politiche contrapposte: coloro che volevano un puro e semplice ritorno al passato e quelli che sostenevano la necessità di un compromesso con la storia trascorsa: «Conservare progredendo» era la loro parola d'ordine. Questo contrapposto modo di pensare l'azione politica nasceva paradossalmente da un unico punto di origine ideale.

Nell'età della Restaurazione si avanzava infatti una nuova concezione della storia che smentiva quella degli illuministi basata sulla capacità degli uomini di costruire e guidare la storia con la ragione. Le vicende della Rivoluzione francese e il periodo napoleonico avevano dimostrato che gli uomini si propongono di perseguire alti e nobili fini che s'infrangono dinanzi alla realtà storica. Il secolo dei lumi era infatti tramontato nelle stragi del Terrore e il sogno di libertà nella tirannide napoleonica che, mirando alla realizzazione di un'Europa al di sopra delle singole nazioni, aveva determinato invece la ribellione dei singoli popoli proprio in nome del loro sentimento di nazionalità.

Secondo questa visione, dunque, la storia non è guidata dagli uomini, ma è Dio che agisce nella storiaCarl Ludwig von Haller, La Restaurazione della Scienza Politica, tre volumi, Torino, Utet, 1963-1976-1981 (1816-1834). mediante una Provvidenza divina che s'incarica di perseguire fini al di là di quelli che gli uomini ingenuamente si propongono di conseguire con la loro meschina ragione.

La concezione reazionaria

Da questa nuova visione romantica della storia, concepita come manifestazione della volontà divina, scaturiscono due interpretazioni tra loro opposte. La prima è una prospettiva decisamente reazionaria, secondo cui l’intervento di Dio nella vicenda umana preannuncia una sorta di apocalisse destinata a porre fine alla tormentata e fallace storia degli uomini. In questa lettura, Napoleone, con il suo incessante susseguirsi di guerre, diventa l’Anticristo che prepara tale catastrofe finale.

Si cercherà in ogni modo di cancellare tutto ciò che è accaduto dalla Rivoluzione a Napoleone restaurando il passato. I sovrani restaurati dal Congresso di Vienna tenteranno di ripristinare le vecchie strutture politiche e sociali spazzate via dalla Rivoluzione francese e da Napoleone, ma il loro sarà un compito impossibile. "L'aratro della Rivoluzione" scrive lo storico tedesco Franz Mehring in Absolutisme et Révolution en Allemagne (1525–1848) "aveva sconvolto troppo in profondità il suo terreno, fino ai campi di neve della Russia; un ritorno alle condizioni che avevano dominato in Europa fino al 1789 era impossibile".

È stato detto che, mentre Napoleone veniva sconfitto sui campi di battaglia, gli ideali di cui si era fatto portatore ispiravano, sia pure forzatamente, quei sovrani reazionari che lo combattevano. Si erano visti sovrani conservatori pressati dai tempi nuovi come Ferdinando IV di Napoli e Ferdinando VII di Spagna che fin dal 1812 avevano concesso ai loro sudditi addirittura la Costituzione. Vero è che questi stessi sovrani, dopo la caduta di Napoleone, cancellarono con un tratto di penna quanto avevano concesso, ma dovettero poi affrontare moti insurrezionali interni che riuscirono a fatica a controllare solo con l'intervento della Santa Alleanza.

La concezione progressista Un'altra prospettiva, che nasce dalla stessa concezione della storia guidata dalla Provvidenza, è quella che potremo definire liberale, che vede nell'azione divina una volontà diretta nonostante tutto al bene degli uomini, escludendo che nei tempi nuovi ci sia una sorta di vendetta di Dio che voglia fare espiare agli uomini la loro presunzione di creatori di storia.

È questa una visione dinamica della storia che troviamo in Saint Simon, con la concezione di un nuovo cristianesimo per una nuova società, o in Lamennais, che vede nel cattolicesimo una forza rigeneratrice della vita sociale. Una concezione progressiva che è presente anche in Italia nell'opera letteraria di Alessandro Manzoni, nel pensiero politico di Gioberti, nel progetto neoguelfo e nell'ideologia mazziniana.

Antesignani e teorici della Restaurazione

Questa nuova visione della storia intesa come espressione della volontà divina e quindi come base teorica dell'unione di politica e religione e della legittimità del potere politico per "grazia di Dio", aveva avuto, già prima della Restaurazione, i suoi principali teorici nell'anglo-irlandese Edmund Burke, nei francesi François-René de Chateaubriand e Louis de Bonald, nell'italiano Joseph de Maistre.

Nelle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, pubblicate nel 1790, Burke mettendo a confronto la rivoluzione inglese del 1688 con quella francese vede nella prima una linea evolutiva che si era sviluppata per gradi nel rispetto delle tradizioni e questo «lascia libera la possibilità di nuovi acquisti, ma fornisce la garanzia assicurata di ogni acquisto»Edmund Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, Cappelli, Bologna, 1935. mentre la seconda gli appare come un evento caotico in cui si mescolano «leggerezza e ferocia, confusione di delitti e di follie travolti insieme»Edmund Burke, op. cit.. Nella stessa opera contesta il principio della sovranità popolare e della democrazia a cui contrappone la supremazia dell'aristocrazia e dell'ordine sociale legittimati dalla loro natura divina. Per lui le masse, che esprimono una maggioranza che scioccamente pretende di prevalere sulla minoranza mentre non sa distinguere il suo vero interesse, sono il sostegno del dispotismo, e la Rivoluzione francese era perciò destinata a fallire poiché si era allontanata dalla grande e diritta via della natura.

François-René de Chateaubriand fin dal 1802 aveva attaccato con il suo "Génie du Christianisme" (Genio del Cristianesimo) le dottrine illuministiche accusandole di estremo razionalismo e difendendo la religione e il Cristianesimo. Louis de Bonald, fervente monarchico e cattolico, fu la voce più importante degli ultra-legittimisti. Aveva aderito all'inizio alle idealità rivoluzionarie che ripudiò dopo i provvedimenti anticlericali sanciti con la Costituzione civile del clero.

Nelle sue numerose opere,Nel 1802 pubblicò la Legislazione primitiva, in contemporanea con il Genio del Cristianesimo di Châteaubriand. Commentando lo scarso successo della sua opera rispetto a quella dell'amico, Bonald affermò di avere «offerto la sua droga al naturale, mentre Chateaubriand l'ha offerta zuccherata». attaccò la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, il Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau e le innovazioni sociali e politiche portate dalla Rivoluzione, sostenendo il ritorno all'autorità della monarchia e della religione. La rivoluzione stessa, egli sosteneva, è una specie di prova dell'esistenza di Dio, poiché mette in luce come l'eliminazione della religione conduca alla distruzione della società. L'ambito religioso e quello politico sono, agli occhi di Bonald, inseparabili.

Ma il vero teorico della Restaurazione fu il savoiardo Joseph de Maistre. Sulla linea del tradizionalismo di Burke nell'opera Du Pape (1819) egli sostiene la concezione della storia come depositaria di valori etici trascendenti. Nel Medioevo la Chiesa è stata il sostegno dell'ordine sociale e questo la rende superiore al potere civile che solo essa può rendere legittimo in quanto depositaria e interprete della volontà divina.

Le teorie illuministiche sulla libertà naturale dell'uomo sono semplici follie e diaboliche stranezze. L'uomo è troppo malvagio per potere essere libero, egli è invece nato naturalmente servo e tale è stato fino a quando il Cristianesimo lo ha liberato. Il Cristianesimo autentico è quello cattolico, rappresentato dal pontefice romano, che ha proclamato la libertà universale ed è l'unico nella generale debolezza di tutte le sovranità europee ad avere conservato la sua forza e il suo prestigio.

De Maistre condivide poi l'analisi di Burke sulla falsa pretesa della maggioranza di prevalere sulla minoranza, mentre invece «dovunque il piccolissimo numero ha sempre condotto il grande» e per questo è diritto legittimo dell'aristocrazia l'assumere la guida del Paese.A evitare una lettura eccessivamente limitata di De Maistre riducendolo a un ultralegittimista, si consideri che quello che divenne l'apostolo della Reazione nel 1793, durante il Terrore, scriveva a un amico: «Secondo il mio modo di pensare il progetto di mettere il lago di Ginevra in bottiglie è molto meno folle di quello di ristabilire le cose proprio sulle stesse basi in cui si trovavano prima della Rivoluzione» questo è come volere richiamare in vita i morti. Egli dunque non condivide l'assurdità degli ideologi della Restaurazione che pretendevano nel congresso di Vienna di riportare le lancette della storia all'indietro cancellando tutto quello che era accaduto dalla Rivoluzione francese all'età napoleonica. D'altra parte egli riconosceva scrivendo nelle Considerazioni sulla Francia che «la Rivoluzione francese segna una grande epoca e le sue conseguenze, in tutti i campi, si faranno sentire ben al di là della sua esplosione e del suo epicentro.»

Il Congresso di Vienna

Il Congresso di Vienna (1814-1815) fu la conferenza dei maggiori ambasciatori europei nella quale si ridisegnò la mappa del continente secondo i voleri degli Stati vincitori. I princìpi fondamentali che informarono il congresso furono definiti come restaurazione, legittimità e equilibrio. Il primo prevedeva il ritorno alla situazione politica e ai confini del 1792. Il ritorno alla legittimità ripristinò le prerogative della nobiltà europea e delle famiglie regnanti. Lequilibrio, diceva che tutte le potenze dovevano avere uguale forza politica.

Nel Congresso di Vienna vennero prese le principali decisioni dai delegati delle più grandi nazioni europee del XIX secolo (Austria, Prussia, Russia e Inghilterra) che avevano reso possibile la sconfitta nella battaglia di Lipsia (in Sassonia) di Napoleone Bonaparte. Hardenberg fu il delegato prussiano, il marchese di Londonderry quello inglese, per la Russia partecipò lo zar Alessandro I in persona e l'Austria venne rappresentata da Metternich, grande diplomatico e politico austriaco che influì notevolmente nella configurazione geo-politica dell'Europa post Napoleonica.

In principio frenato dalle pretese di Prussia e Russia, che esigevano venissero loro annessi nuovi territori, fu decisivo l'intervento del francese Charles Maurice de Talleyrand-Périgord (ecclesiastico e diplomatico che passò la fase della rivoluzione e il dominio napoleonico, prima sostenendolo poi avversandolo, prodigandosi per l'ascesa al potere di Luigi XVIII), il quale, schierandosi a favore di Regno Unito e Impero austriaco, riuscì a fare tornare sui propri passi le altre due potenze, che ritrattarono le proprie pretese.

Il Congresso si basò su tre principi cardine: