La battaglia di Muʿta (in arabo: غزوة مؤتة, Ghazwat Muʿta) fu uno scontro militare avvenuto nel 629 d.C. (5 Jumādā al-Thāniya, anno 8 dell’Egira) nei pressi del villaggio di Muʿta, nell’attuale Giordania.

L’esercito musulmano, inviato dal Profeta Maometto (Muḥammad) per punire l’uccisione del suo emissario al-Ḥārith ibn ʿUmayr al-Azdī da parte di un capo ghassanide, affrontò le forze dei Ghassanidi, alleati dell'Impero Bizantino.

È considerata la prima grande battaglia tra i musulmani e i Bizantini e uno degli episodi più significativi delle campagne militari dell’Islam nascente.

Intento della battaglia Le fonti islamiche collegano la spedizione alla volontà di punire l’uccisione di un emissario del Profeta, inviato presso una delle corti ghassanidi a Bosra. Alcuni studiosi moderni ritengono che l’azione avesse anche lo scopo di affermare l’autorità di Medina su alcuni gruppi tribali arabi attivi tra la Siria e la Penisola Arabica e di inserire la regione meridionale della Siria nell’orbita politica della comunità musulmana.

Svolgimento dello scontro Le fonti biografiche e cronachistiche islamiche riferiscono che l’esercito bizantino e i suoi alleati fossero numericamente molto superiori ai circa 3.000 musulmani, talvolta quantificati in 100.000 o 200.000 uomini. Molti storici moderni considerano queste cifre esagerate alla luce delle capacità logistiche dell’epoca, ma concordano nel ritenere che le truppe musulmane fossero in forte inferiorità numerica.

Le informazioni dettagliate sullo svolgimento della battaglia sono limitate. Le tradizioni islamiche situano lo scontro nei pressi del villaggio di Muʾta e concordano nel riportare la morte successiva dei tre comandanti designati: Zayd b. Ḥāritha, Jaʿfar b. Abī Ṭālib e ʿAbd Allāh b. Rawāḥa. Dopo la loro caduta il comando sarebbe passato a Khālid b. al-Walīd, che – secondo le fonti musulmane – organizzò una ritirata ordinata e riuscì a salvare la maggior parte dell’esercito.

Le stesse fonti sottolineano il forte dolore di Maometto per la morte dei comandanti, in particolare di suo cugino Jaʿfar b. Abī Ṭālib, a cui era molto legato. Alcuni racconti riferiscono che il Profeta annunciò alla comunità il martirio dei comandanti prima dell’arrivo dei messaggeri dal fronte e menzionano per Jaʿfar una ricompensa speciale nell’Aldilà, motivo per cui la tradizione lo ricorda con il soprannome di Jaʿfar al-Ṭayyār (“Jaʿfar che vola”).

Sviluppi dello scontro

Secondo le fonti islamiche, dopo la morte dei tre comandanti designati il comando passò a Khālid b. al-Walīd, che organizzò una ritirata ordinata e riuscì a riportare in patria la maggior parte dei superstiti, in condizioni militari difficili e in territorio ostile. In relazione a questo episodio, la tradizione lo ricorda con il soprannome di Sayf Allāh, “Spada di Dio”

Bibliografia Leone Caetani, Annali dell'Islam, 10 voll., Milano, Hoepli, 1907, vol. II, pp. 80–88. William Montgomery Watt, Muhammad at Medina, Oxford, Oxford University Press, 1956, pp. 53–55. Fred McGrew Donner, The Early Islamic Conquests, Princeton University Press, 1981, pp. 105 e segg.

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