Il Parco archeologico del Forcello è un'area archeologica situata in località Forcello, presso la frazione di San Biagio, nel comune di Bagnolo San Vito, a pochi chilometri da Mantova in direzione sud-est... Vi si conservano i resti di un abitato etrusco del VI-IV secolo a.C., del quale si ignora il nome antico, considerato il principale centro dell'Etruria padana a nord del Po fra il VI e il V secolo a.C.. Fondato verso il 540 a.C. su una penisola del lago formato dal Mincio, fu per un secolo e mezzo un porto fluviale e un centro di scambi fra i porti adriatici di Adria e Spina, le popolazioni dell'Italia settentrionale e i Celti d'oltralpe, come attestano le migliaia di frammenti di ceramica attica e di anfore greche e le fibule di tipo golasecchiano, retico, hallstattiano e La Tène; fu abbandonato agli inizi del IV secolo a.C., in coincidenza con le invasioni galliche.. Il suo rapporto con la vicina Mantova etrusca è discusso: per Raffaele Carlo de Marinis, direttore degli scavi, la città fu fondata solo dopo l'abbandono del Forcello, mentre per Elena Maria Menotti era già attiva dal VI secolo. Riconosciuto nel 1981 come abitato etrusco, il primo individuato oltre il Po, il sito, esteso circa 12 ettari, è scavato dal 1988 dall'Università degli Studi di Milano e dal 2006 è valorizzato da un parco archeologico promosso dal comune e dall'università...
Il sito e l'ambiente antico
Il Forcello è un dosso allungato, lungo circa un chilometro in direzione nord-nord-ovest/sud-sud-est, che si trova dentro la valle scavata dal Mincio, presso la scarpata che la separa dal livello fondamentale della pianura; la sua modesta sommità, a 16,6 metri sul livello del mare, è separata a ovest dall'orlo del paleoterrazzo da un avvallamento largo un centinaio di metri e a est è circondata dalle bassure fluviali, così che in antico doveva emergere dalle acque del fiume come una penisola o forse un'isola.. La valle era stata incisa dal fiume nel Tardoglaciale; nell'età del bronzo, quando il Po spostò verso nord il proprio corso fino a sbarrare la foce del Mincio, nel fondovalle si formarono paludi e poi un lago naturale, il cosiddetto lago di Bagnolo, esteso da Pietole a Bagnolo San Vito e forse fino alla foce, che divenne presto navigabile; fra l'VIII e il VI secolo a.C. le acque del lago lambivano il dosso e sulla sponda fu costruito un approdo per le imbarcazioni che risalivano il Po dall'Adriatico.. Un lago fra Mantova e Bagnolo è documentato da Livio per il 214 a.C. e da numerosi documenti medievali, e sopravvisse alle opere idrauliche di Alberto Pitentino del 1188-1190, alle arginature del Po e del basso Mincio e alle bonifiche fino al XVII secolo..
Secondo Raffaele Carlo de Marinis, che ha diretto gli scavi, la scelta di un sito dentro una valle fluviale non arginata, e non del dosso di Mantova, un poco più elevato, si spiega con il clima più caldo e asciutto del VI secolo a.C. e soprattutto con i vantaggi di un'insenatura dai bassi fondali, riparata dalla corrente principale, posta al capo occidentale di un bacino fluviale e lacustre che si allungava per quasi dieci chilometri: vi potevano approdare le imbarcazioni dall'Adriatico e vi si innestavano le vie di terra verso Bologna e i valichi appenninici, verso la valle dell'Adige e verso le vie pedemontane che, dalle colline moreniche del Garda, portavano a Brescia, Bergamo e Como e da lì ai passi alpini.. Il rovescio della medaglia erano le esondazioni, contro le quali fu costruito un terrapieno; un nuovo peggioramento climatico nel V secolo a.C. è documentato in molti siti da fenomeni alluvionali.. Il rilievo che ancora oggi segnala il sito non è naturale se non in minima parte: lo hanno formato, strato dopo strato, i resti delle costruzioni che si sono succedute e disfatte nello stesso punto.. I depositi dell'antico lago conservano un archivio pollinico dal quale risulta che, nella fase etrusca, attorno al sito aumentarono le piante legate alle attività umane, fra cui i cereali, la vite e il noce..
Storia delle ricerche La letteratura archeologica dell'Ottocento ignora quasi del tutto il Forcello. Nel 1873 Attilio Portioli suggeriva di lasciar perdere Mantova e di scavare invece sulle alture che circondano il lago, fra Rivalta e Bagnolo; lo stesso anno Enrico Paglia vi trovò uno scheletro con vasi grossolani, mentre a due metri di profondità venne alla luce un aryballos intatto di vetro policromo, blu con zig-zag gialli e azzurri, che il proprietario del terreno, il dottor Berla, donò al Museo Patrio di Mantova; nel 1875 Paglia e Berla raccolsero cocci, vetri e ossa in quella che chiamavano "terramara del Forcello". Dopo un cenno di Albert Grenier nel 1912 sui vasi greci e le fibule Certosa del Mantovano, per oltre mezzo secolo non si parlò più del sito, mentre le arature continuavano a intaccare il deposito, che comincia subito sotto il terreno agrario. La scoperta si deve alle raccolte di superficie di appassionati locali, negli anni sessanta e settanta del Novecento, in concomitanza con le arature profonde: soprattutto Dino Zanoni di Mantova, Amilcare Riccò di Bagnolo e Gualberto Storti di Pietole..
Fra il 1980 e il 1983 la Soprintendenza archeologica della Lombardia fece eseguire dalla Fondazione Lerici 257 carotaggi, a maglia di 20 o 40 metri, su 19 ettari, per delimitare l'area di interesse e misurare la potenza del deposito, e prospezioni geofisiche su quasi sei ettari; nell'aprile 1981 fu aperto il primo sondaggio. La scoperta scientifica avvenne allora: de Marinis riconobbe nel Forcello un abitato etrusco, il primo individuato oltre il Po, e lo scrisse nel rapporto di scavo pubblicato su Studi Etruschi nel 1982; nel maggio 1982 il Corriere della Sera ne diede notizia in prima pagina, e il clamore portò allo stanziamento dei fondi per le due ampie campagne del 1983 e del 1985. Già nel settembre 1982 Martin Carver, allora direttore dell'unità di archeologia sul campo dell'Università di Birmingham, verificò con una trincea di 43 metri la natura del limite nord-occidentale, dove le prospezioni avevano mostrato una netta discontinuità, e mise in luce il terrapieno; nell'ottobre dello stesso anno fu aperto lo scavo nei settori V-W 10-11, nella parte meridionale, poi non più proseguito dopo il 1985 per concentrare le forze su una sola area. Dal 1983 le campagne si sono susseguite nei settori centrali R-S 17-19, dapprima per la Soprintendenza e dal 1988 per l'Università degli Studi di Milano, dirette da de Marinis, con interruzioni fra il 1993 e il 1998; ventidue campagne fino al 2014... Nel 2014 sono state avviate nuove prospezioni geofisiche in collaborazione con il Deutsches Archäologisches Institut di Berlino, estese nell'ottobre 2021 all'intero insediamento..
I carotaggi hanno mostrato che i depositi più potenti, da 100 a 180 centimetri, occupano circa 30.000 metri quadrati sulla sommità del dosso, con due fasce sterili a nord-ovest e a sud-ovest e un progressivo diradarsi della stratificazione verso sud-ovest, dove subentrano limi e torbe di un antico corso d'acqua; l'abitato, entro il perimetro che i terrapieni dovevano chiudere, è stimato in 11-12 ettari.. Lo scavo stratigrafico ha interessato la parte centrale dell'insediamento per circa 900 metri quadrati, dove il deposito raggiunge quasi due metri di spessore; il terreno vergine è stato toccato in pochi punti.. Tutta l'area è sottoposta a vincolo archeologico diretto, ma le fasi più recenti sono state in gran parte distrutte dalle arature, che proseguono nonostante il divieto di scendere sotto i 30-40 centimetri.. Nonostante il lavoro di decenni, de Marinis giudicava nel 2007 ancora frammentarie le conoscenze sull'abitato, per la scarsità dei mezzi, la discontinuità delle campagne e l'estensione del sito.
L'abitato Le fasi Nell'area centrale sono state riconosciute nove fasi insediative, indicate con le lettere da A (la più recente) a I (la più antica), comprese fra il 540 a.C. circa e il 380-375 a.C.. La data di fondazione è dedotta dalle ceramiche del terzo quarto del VI secolo trovate nel riempimento del canale fra le case della fase F e dalle fasi H e I, ormai vicine allo sterile.. In un arco di circa 150-160 anni l'area scavata cambiò più volte destinazione: in sette fasi (I, G, F, D, C, B, A) vi sorsero case, in due (H ed E) vi lavorarono all'aperto gli artigiani del metallo.
La fase H (525-520 a.C. circa)La datazione della fase H non è uniforme nel volume del 2007: il capitolo sulla città la pone al 530-520 a.C., quello sulle aree artigianali al 525-520 a.C. In voce ogni dato segue la pagina citata. Cfr. e . è documentata da un'area artigianale all'aperto; verso il 520 a.C. vi fu costruita un'ampia abitazione (G I), smantellata dopo una decina d'anni e sostituita, su un riporto di limo sabbioso sterile spesso da 12 a 20 centimetri, dalle case della fase F. La breve durata della fase G e l'innalzamento del piano abitativo sono stati messi in relazione con la prima esondazione, che entro la fine del VI secolo superò il terrapieno senza danneggiare le case.. Sulla fase F, di fine VI secolo a.C., si sa più che su ogni altra: un incendio distrusse le case e, anziché sgomberare le macerie, gli abitanti le coprirono con uno strato di argilla pura, spesso da 20 a 70 centimetri, che ha lasciato i materiali dove erano caduti.. Sul riporto argilloso si impiantò una nuova area artigianale (fase E, inizi del V secolo), poi un'abitazione a tre vani (fase D, 490-470 a.C. circa) e quindi la casa della fase C (470-450 a.C. circa), anch'essa distrutta da un incendio.. Un cratere attico del Pittore del Frutteto, databile fra il 470 e il 460 a.C., rinvenuto nel livello d'incendio della cosiddetta Casa dei Velna, ha fornito un punto fermo per la datazione di questa fase.. Le ultime fasi, A e B (450-380 a.C. circa), sono note soltanto da strutture in negativo, perché i piani d'uso sono stati asportati dai lavori agricoli.. La ceramica attica, presente in tutte le fasi, e le fibule di tipo golasecchiano, retico, hallstattiano e La Tène fanno del Forcello un punto di riferimento per le datazioni incrociate fra le cronologie dell'Italia settentrionale e dell'Europa centrale..
Il terrapieno Il primo terrapieno, ritenuto coevo alla fondazione dell'abitato, fu costruito in argilla compatta sul terreno vergine: si conserva per un'altezza massima di 1,5 metri, era largo 5 metri alla base, si prolungava sul fronte con una piattaforma di 3 metri ed era rinforzato all'esterno da una palizzata di legno. Una prima esondazione, modesta, lasciò verso la fine del VI secolo a.C. uno strato di sabbia sul lato interno; in seguito la sommità fu rinforzata con una palizzata. Attorno al 480-475 a.C. un'alluvione molto più grave sommerse gran parte del settore nord-occidentale, dove restò uno strato di sabbia di 60 centimetri. La risposta fu un nuovo terrapieno, forse di mattoni crudi, costruito 33 metri più all'interno su un piano ormai rialzato di un metro dalle stratificazioni precedenti, e mantenuto fino alla fine dell'abitato.. La datazione dell'alluvione poggia sulle ceramiche attiche della fase successiva, posteriori al 460 a.C., fra cui una coppa attribuita alla scuola di Makron e uno skyphos con un giovane ammantato confrontabile con il Pittore di Penelope. La morfologia ondulata del terreno e alcune fasce chiare nei campi arati fanno pensare a terrapieni anche sui lati orientale e occidentale; sul lato sud-orientale, invece, non è stata trovata traccia di opere di difesa.
L'impianto urbano