La monetazione longobarda è la produzione autonoma di monete da parte dei Longobardi. Fa parte della monetazione prodotta dai popoli germanici quando si stanziarono nei territori dell'Impero romano creando i regni romano-barbarici. I Longobardi emisero le loro monete dopo il loro stanziamento in Italia. La coniazione avvenne in due aree distinte: nella Langobardia Maior tra gli ultimi decenni del VI secolo ed il 774 e nella Langobardia Minor, nel ducato di Benevento, tra il 680 circa e la fine del IX secolo.

Inizialmente furono coniate monete che imitavano quelle bizantine e solo in seguito quelle con i nomi dei re dei Longobardi. A nord furono coniati quasi esclusivamente dei tremissi, mentre i Longobardi di Benevento coniarono anche solidi. Le monete dell'Italia meridionale hanno caratteri propri che le distinguono da quelle del nord d'Italia: anche quando a nord, verso la fine del VII secolo con Cuniperto, le monete presentarono i titoli regali e tipi nuovi, la monetazione longobarda di Benevento, come anche quella di Salerno, continuarono ad ispirarsi ai modelli bizantini. Le coniazioni beneventane e salernitane nella letteratura specialistica sono studiate separatamente.

Dopo la caduta del regno longobardo a opera dei Franchi, nella Langobardia Maior i nuovi dominatori coniarono ancora per qualche tempo monete con caratteristiche simili a quelle che erano state prodotte in precedenza dai sovrani Longobardi; nella Minor, invece, le monete mantennero le loro caratteristiche ancora per circa un secolo.

L'argento apparve, sotto l'influenza dei Franchi, verso la fine dell'VIII secolo accanto ai tremissi ed ai solidi coniati in precedenza e divenne il metallo monetato prevalente solo nel IX secolo.

Catalogazione e fonti Monete longobarde Per le monete coniate dai Longobardi il riferimento più recente è il testo pubblicato da Philip Grierson e Mark Blackburn, primo volume della serie Medieval European Coinage (MEC). Nei cataloghi si trova quindi un riferimento del tipo "MEC 1, 274", dove MEC indica le iniziali della collana, 1, il primo volume, e 274, la 274ª moneta in catalogo. Le monete pertinenti alle zecche longobarde, tutte nel primo volume, sono catalogate dal 274 al 331. Le singole monete analizzate nel volume ed usate nelle illustrazioni sono quelle della collezione del Fitzwilliam Museum di Cambridge.

Uno studio un po' meno recente ma più specifico è quello di Ernesto Bernareggi, pubblicato a Milano nel 1983 con il titolo di Moneta Langobardorum. In particolare raccoglie i risultati di diversi studi pubblicati dallo stesso autore a partire dal 1960. Le monete sono indicate come "Bernareggi" e numero. Altra fonte di catalogazione, ugualmente usata, è il "BMC Vand", cioè il catalogo delle monete dei Vandali e di altre popolazioni, presenti nel British Museum, curato da Warwick William Wroth e pubblicato a Londra nel 1911.

L'altra collezione rilevante è quella delle "Civiche raccolte Archeologiche e Numismatiche" di Milano, che hanno sede al Castello Sforzesco e la cui descrizione è stata pubblicata nel 1978 a cura di Ermanno Arslan. Le monete si trovano indicate per lo più con il cognome del curatore ed il numero.

Meno usato internazionalmente, ma ugualmente rilevante, è il CNI (Corpus Nummorum Italicorum), che illustra la collezione che fu di Vittorio Emanuele III. Le monete longobarde sono presenti nei volumi IV (Pavia e le altre zecche minori della Lombardia), V (Milano) e XI (zecche della Toscana).

Monete imperiali Le prime monete coniate dai Longobardi furono imitazioni di quelle coniate dagli imperatori d'Oriente; i modelli usati furono quelli di Maurizio (582-602), Eraclio (610-641) e Costante II (641-668).

Nella catalogazione delle monete di questi imperatori si usano due pubblicazioni relativamente recenti: il catalogo della collezione di Dumbarton Oaks, abbreviato DOC, e il testo di Wolfgang Hahn Moneta Imperii Byzantini, abbreviato MIB. Le monete di Maurizio sono elencate nel primo volume del DOC e nel secondo del MIB, quelle di Eraclio e di Costante sono nel secondo volume del DOC e nel terzo del MIB.

Ritrovamenti e tesori Sono noti solo cinque tesori che includono monete "nazionali" longobarde, cioè tremissi non pseudo-imperiali. Di questi solo due hanno una descrizione accurata.

Il tesoro rinvenuto a Ossi – in Sardegna – e descritto da Vincenzo Dessì nel 1908.Vincenzo Dessì, "I tremissi longobardi a proposito di un piccolo ripostiglio di monete d'oro di Liutprando, rinvenuto presso il villaggio di Ossi (Sassari)", Ristampato in Gli scritti di numismatica (Sassari 1970), pp. 225-244. Il tesoro di Ilanz – nel Cantone dei Grigioni – e descritto da Fritz Jecklin nel 1906Fritz Jecklin, "Der langobardisch-karolingische Münzfund bei Ilanz", MBNG (Mitteilungen der Bayerischen Numismatischen Gesellschaft) 25 (1906-07) pp. 28-79. e riesaminato da Bernareggi nel 1977.Ernesto Bernareggi, "I tremissi longobardi e carolingi del ripostiglio di Ilanz nei Grigioni", Quaderni ticinesi di numismatica..., 6 (1977) pp. 341-364.

Degli altri tesori conosciamo pochissimo:

il tesoro di Landriano (Pavia) è composto da tremissi di Rachis e di Astolfo. quello di Mezzomerico (Novara) conteneva tra i cinquanta ed i cento tremissi di Desiderio. del "tesoro di Biella" si conosce meglio la composizione (un tesoro di monete d'argento e con 28 tremissi di Liutprando) ma non sono note né la località né le modalità esatte di ritrovamento.

Esiste anche il cosiddetto "tesoro di Lucca" in cui, oltre a molte monete locali, ce ne sono anche alcune di Astolfo e Desiderio; sembra che sia stato ritrovato intorno al 1840, ma fu disperso immediatamente e i dati sono estremamente incerti.Giulio Cordero di San Quintino, Della zecca e delle monete di Lucca nei secoli di mezzo. Lucca, 1844.

Contesto storico

I Longobardi invasero l'Italia nel 568-569. A differenza degli Ostrogoti che avevano governato prima di loro la Penisola, non la tennero a nome dell'Impero d'Oriente, ma la conquistarono a nome proprio combattendo contro l'Impero.

La conquista non fu mai completa e l'autonomia dei vari ducati, unitamente alla sovranità bizantina esercitata su parte del territorio peninsulare, in Sicilia e Sardegna, frammentò l'Italia, ponendo termine per oltre un millennio alla sua unità, che sarebbe stata recuperata solo nel XIX secolo.

L'Italia longobarda era divisa in Langobardia Maior — che comprendeva l'Italia settentrionale e il ducato di Tuscia — e Langobardia Minor — che comprendeva il ducato di Spoleto e il ducato di Benevento; all'interno della Langobardia Maior il ducato del Friuli, che difendeva i confini orientali dei territori longobardi, godeva di particolare autonomia.

Il consolidamento della conquista avvenne intorno al 584, con il re Autari. Il regno longobardo era un'entità statuale elettiva; tuttavia per lunghi periodi regnarono i discendenti di Garibaldo I di Baviera o persone che si erano legate con il matrimonio alla dinastia Bavarese. Tale dinastia regnò fino ad Ariperto II nel 712; a questi seguirono i duchi di Asti, con Ansprando e Liutprando, uno dei più grandi re longobardi.

A partire dalla metà dell'VIII secolo la pressione dei Franchi sul regno si fece via via più forte fino a divenire insostenibile: Carlo Magno con una travolgente campagna militare durata un anno, annientò l'esercito longobardo e fece prigioniero il re Desiderio, nel 774. Il ducato di Benevento non seguì la sorte del Ducato di Spoleto e dell'Italia centro-settentrionale longobarda e rimase in vita, anche se indebolito, fino alla conquista normanna alla metà dell'XI secolo.

Nella Penisola italiana, oltre ai Longobardi, erano ancora presenti i Bizantini nel territorio che faceva capo a Ravenna (Esarcato), a Venezia, nominalmente sotto i Bizantini ma di fatto con crescente autonomia, nel ducato di Napoli, nel Salento e nell'estremità meridionale della Calabria. L'Impero d'Oriente esercitava un potere nominale (de jure) anche sulla città di Roma ed il territorio limitrofo (Ducato romano), in cui però si andò sempre più affermando l'autorità del vescovo locale, sostenuta dai sovrani franchi. Il potere pontificio si consolidò, nei primi decenni dell'VIII secolo, grazie alla cosiddetta donazione di Sutri e, successivamente, in virtù della Promissio Carisiaca.

Anche i ducati longobardi, pur facendo parte del regno, avevano ampia autonomia.

Monetazione

La monetazione longobarda si sviluppò inizialmente su tre linee differenti, nelle aree geografiche in cui si insediarono i Longobardi: l'Italia settentrionale, la Toscana ed il sud della penisola, nel Ducato di Benevento.Grierson, Blackburn: MEC, p. 58.

La monetazione della Toscana fu assorbita da quella dell'Italia settentrionale nel corso dell'VIII secolo e servì anzi da modello per gli ultimi due re e per le monete di tipo longobardo coniate da Carlo Magno dopo la sua conquista del Regno d'Italia. Il Ducato di Spoleto, stranamente, non coniò monete proprie. Secondo Grierson non è chiaro se usassero nei loro territori le monete bizantine coniate a Roma o quelle longobarde coniate sia nel nord Italia che a Benevento. La monetazione longobarda di Benevento fu diversa, anche per la separazione geografica del ducato dal nord Italia, a causa dell'interposizione del Ducato di Spoleto e del Ducato romano, nucleo del nascente Stato pontificio. Iniziò più tardi, continuò per molto tempo dopo la fine del regno longobardo ed è di norma studiata separatamente.

Le monete che circolavano nel VI secolo in Italia erano i solidi ed i tremissi coniati dall'Impero romano d'Oriente. La quantità di emissioni con legende direttamente attribuibili ai sovrani longobardi è relativamente bassa, ma bisogna aggiungere a queste una grande quantità di monete che, anche se imitano le emissioni imperiale, sono sicuramente non imperiali e sono certamente italiane per provenienza e caratteristiche stilistiche.Wroth: BMC Vand, pag. LV.

Come gli altri popoli germanici, anche i Longobardi iniziarono a coniare copiando le monete dell'Impero romano. Queste monete, denominate dai numismatici pseudo-imperiali, imitavano quelle che già erano in circolazione nell'area conquistata. La monetazione pseudo-imperiale durò, come presso gli altri popoli germanici, circa un secolo. Solo più tardi, con Cuniperto, iniziò la monetazione regale, in cui cioè il nome riportato era quello del re.

Le monete coniate sotto Cuniperto ed in seguito dai suoi successori furono quasi esclusivamente tremissi, sottili, quasi dei bratteati: questa caratteristica indica che i loro modelli furono le monete coniate nella zecca di Ravenna. Le monete "nazionali" o reali longobarde recavano l'indicazione del sovrano e, nell'ultimo periodo, quella della zecca, ma a differenza di quelle dei Franchi, non avevano l'indicazione del monetario, cioè del magistrato responsabile della coniazione.

Si tratta di una monetazione quasi esclusivamente aurea e, ad esclusione di Benevento, le monete coniate furono solamente tremissi. Le monetazione argentea fu tarda e marginale e non sostituì, come presso i Franchi, quella aurea. Anche l'imitazione del nummo, la moneta di bronzo bizantina, fu rara. I follis di bronzo coniati da Astolfo furono la conseguenza della conquista di Ravenna nel 751. Il piede numismatico utilizzato nella monetazione aurea fu lo stesso usato nell'Impero romano d'Oriente, con un solido da 4,55 grammi e quindi un tremisse da circa 1,45 grammi. Il titolo fu, come quello della monetazione romana, di buon livello.

L'assenza dei solidi, presenti invece nella monetazione visigota, in quella franca e in quella di Benevento è spiegata secondo Grierson e Blackburn dal fatto che i Longobardi avevano la possibilità di utilizzare i solidi dell'esarcato di Ravenna che ricevevano (a vario titolo, ma di fatto come tributo), e quindi coniavano solo i tremissi, di cui avevano invece bisogno.

Monetazione pseudo-imperiale