La Repubblica Napoletana, anche detta Repubblica Napolitana e, impropriamente, Repubblica Partenopea«Partenopeo» significa relativo alla città di Partenope, il nucleo originario della città di Napoli. Per estensione l'aggettivo viene riferito all'intera città di Napoli. «Napolitano», invece, modernizzato in «napoletano», è riferito all'intero Regno di Sicilia citeriore, detto Regno di Napoli, e in seguito alla parte continentale del Regno delle Due Sicilie, detta «il Napolitano». D'altro canto, il termine è rimasto in uso sino a oltre l'unità d'Italia: il plebiscito promosso da Garibaldi si chiamava «plebiscito delle province napolitane» e così venivano chiamate le province annesse dalle modifiche alla legge Rattazzi relative alla parte continentale del Regno delle Due Sicilie annessa al Regno di Sardegna, poi chiamato Regno d'Italia., fu un'entità statuale proclamata a Napoli nel 1799, ed esistita per alcuni mesi sull'onda della prima campagna d'Italia delle truppe francesi della Repubblica sorta dalla Rivoluzione.
Il contesto storico e la nascita I giacobini a Napoli Allo scoppiare della Rivoluzione francese nel 1789 non ci sono immediate ripercussioni a Napoli; è solo dopo la caduta della monarchia francese e la morte per ghigliottina dei reali di Francia (1793) che la politica del re di Napoli e Sicilia Ferdinando I e della sua consorte Maria Carolina d'Asburgo-Lorena (tra l'altro sorella di Maria Antonietta, e figlia dell'imperatrice d'Austria Maria Teresa) comincia ad avere un chiaro carattere antifrancese e antigiacobino. Il Regno di Napoli aderisce alla prima coalizione antifrancese e cominciano nel mentre le prime, seppur blande, repressioni sul fronte interno contro le personalità sospettate di "simpatie" giacobine.
Col diffondersi del giacobinismo, su ispirazione del farmacista Carlo Lauberg, nasce nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, una società segreta rivoluzionaria ben presto divisa in due fazioni: una fautrice di una monarchia costituzionale (LOMO - Libertà o morte) e un'altra fautrice di una repubblica democratica (ROMO - Repubblica o morte). Seguono i primi arresti (52) e le prime condanne a morte (8).
Nel 1796 le truppe francesi, guidate dal generale Napoleone Bonaparte cominciano a riportare significativi successi in Italia; le armate napoletane, pur forti di circa 30.000 uomini, il 5 giugno sono costrette all'armistizio di Brescia, e a lasciare ai soli austriaci l'onere della resistenza ai francesi. Nei due anni successivi i francesi continuano a dilagare in Italia; l'una dopo l'altra vengono proclamate delle repubbliche "sorelle", filo-francesi e giacobine (la Repubblica Ligure e la Repubblica Cisalpina nel 1797, la Repubblica Romana nel 1798). Nel frattempo il generale Bonaparte ha lasciato l'Italia tentando la campagna d'Egitto.
Conquista francese del Regno di Napoli
Il 23 ottobre 1798, nonostante l'armistizio di Brescia (poi ratificato nel trattato di Parigi), con Napoleone Bonaparte in Egitto e i francesi a Roma, il Regno di Napoli entrava nuovamente in guerra con i francesi, con l'appoggio della flotta inglese comandata dall'ammiraglio Horatio Nelson, vincitore della Battaglia navale di Abukir. L'Esercito napoletano, forte di 70.000 uomini reclutati in poche settimane e comandato dal generale austriaco Karl Mack von Leiberich entrò nella Repubblica Romana con l'intenzione dichiarata di ristabilire l'autorità papale. Dopo solo 6 giorni il re Ferdinando IV Borbone di Napoli arrivò a Roma, dove atteggiandosi a conquistatore fu oggetto delle ironie localiDopo la rapida ritirata dei borbonici si diffuse a Roma la battuta riferita a Re Ferdinando IV Borbone di Napoli: "in pochi dì, venne, vide e fuggì"; in Indro Montanelli, Mario Cervi, "Due secoli di guerre", Vol. II, Editoriale Nuova, Novara, 1980-1983, Pag. 82., ma una immediata e risoluta controffensiva della francese Armata di Napoli del generale Jean Étienne Championnet sbaragliò rapidamente l'Esercito napoletano alla battaglia di Civita Castellana ed i borbonici furono costretti alla ritirata che ben presto si trasformò in rotta.
Il re Ferdinando IV Borbone di Napoli tornò precipitosamente a Napoli, e il 21 dicembre 1798 s'imbarcò di nascosto sulla HMS "Vanguard" dell'ammiraglio Horatio Nelson con tutta la Famiglia Reale e John Acton, in fuga verso Palermo (portandosi dietro, tra l'altro, il denaro dei Banchi). Venne affidato al marchese di Laino Francesco Pignatelli l'incarico di vicario generale e da questi fu dato ordine di distruggere la Flotta, che venne incendiata. Seguirono alcuni giorni di confusione e di caos. Mentre gli eletti del popolo rivendicarono il diritto di rappresentare il re Ferdinando IV Borbone di Napoli, l'11 gennaio 1799 il marchese Pignatelli concluse, a Sparanise, un gravoso Armistizio col generale Championnet.
Conquista di Napoli
Alla notizia della capitolazione il popolo di Napoli e di parte delle Province insorse violentemente in funzione antifrancese: è la rivolta dei cosiddetti lazzari, che oppose una forte resistenza all'avanzata francese. Il vicario generale abbandonò la città, ormai in preda al caos, il 17 gennaio 1799. Nel frattempo nella città scesero però in campo anche i repubblicani, i giacobini e i filo-francesi e si giunse alla guerra civile: il 20 gennaio 1799 i filofrancesi riuscirono con uno stratagemma a entrare nella fortezza di Castel Sant'Elmo, da cui aprirono il fuoco sui lazzari che ancora contendevano l'ingresso della città ai francesi. Cannoneggiati alle spalle, furono costretti a disperdersi e il generale Championnet riuscì a schiacciare la resistenza: circa 3.000 popolani antifrancesi furono uccisi negli scontri.
Al patrimonio artistico napoletano i francesi imposero un durissimo colpo. Nel 1799 con l'arrivo a Napoli dei francesi e la breve istituzione della Repubblica Napoletana il danno fu enorme.
Temendo il peggio, l'anno precedente il re Ferdinando IV Borbone di Napoli aveva già trasferito a Palermo 14 capolavori. I soldati francesi depredarono, infatti, numerose opere: dei 1.783 dipinti che facevano parte della Collezione Borbonica, di cui 329 della Collezione Farnese e il restante composto da acquisizioni borboniche, 30 furono destinati alla Repubblica Napoletana, mentre altri 300 vennero venduti, in particolar modo a Roma..
Diverse opere d'arte presero la via della Francia a causa delle spoliazioni napoleoniche al "Musée Napoléon", ovvero l'attuale "Museo del Louvre", e poi in altri musei francesi.
Proclamazione della Repubblica
Il 23 gennaio, con l'approvazione e l'appoggio del comandante dell'esercito francese, viene proclamata la Repubblica Napoletana. Nasce un governo provvisorio di venti membri, poi portato a venticinque, tra cui Carlo Lauberg (il primo presidente), Ignazio Ciaia (suo successore dalla fine di febbraio), Ercole D'Agnese (terzo presidente) il giurista lucano Mario Pagano, Melchiorre Delfico, Domenico Cirillo e Pasquale Baffi, Cesare Paribelli. Il governo si articola in sei Comitati (Centrale, Militare, Legislazione, Polizia Generale, Finanza, Amministrazione Interna), che poi formano l'Assemblea Legislativa ed esercitano il potere esecutivo in attesa dell'organizzazione definitiva del governo. Nei giorni successivi, tra gli altri provvedimenti, viene ordinato che tutti i tribunali, gli organi civili, amministrativi e militari sino ad allora regi si dichiarino repubblicani. Il 2 febbraio si pubblica il primo numero del Monitore Napoletano, il giornale ufficiale del governo provvisorio, diretto da Eleonora Pimentel Fonseca, una letterata in passato vicina all'ambiente di corte. Vedono la luce molti altri fogli, ma la loro fortuna sarà limitata anche a causa del diffuso analfabetismo. Il 12 febbraio viene pubblicato il Catechismo ufficiale della Repubblica Napoletana, con il compito di educare i sudditi a divenire cittadini. Il "Catechismo nazionale pe'l cittadino" fu redatto dal canonico Onofrio Tataranni, dopo aver vinto il primo premio indetto dal governo provvisorio. Sempre a Napoli verrà pubblicato il Catechismo repubblicano per l'istruzione del popolo, e la rovina de'tiranni, alla cui diffusione si adoperò il vescovo Michele Natale.
La vita e la caduta
La vita della neonata Repubblica è difficile fin dagli inizi: manca l'adesione popolare e quella delle province non occupate dall'esercito francese; sebbene i repubblicani siano spesso personalità di grande rilievo e cultura, appaiono anche eccessivamente dottrinari e lontani dalla conoscenza dei reali bisogni del popolo napoletano. Inoltre la Repubblica ha un'autonomia estremamente limitata, sottoposta di fatto alla dittatura di Championnet e alle difficoltà finanziarie causate principalmente dalle richieste dell'esercito francese costantemente in armi sul suo territorio. Non si riuscirà mai a costituire un vero e proprio esercito ottenendo solo limitati successi nella democratizzazione delle province.
A questo si aggiunge una repressione spietata e sanguinaria contro gli oppositori del regime che certo non aiuta a conquistare le simpatie popolari; difatti durante i pochi mesi della repubblica moltissime persone vengono condannate a morte e fucilate dopo sommari processi politici.
Il primo governo provvisorio emana una sola legge importante, di cui fu promotore uno dei componenti dell'esecutivo, Giuseppe Leonardo Albanese, ed è quella per l'abolizione dei fedecommessi e le primogeniture (29 gennaio 1799). Il 1º aprile viene presentata una bozza di Costituzione, realizzata da Mario Pagano. Ricalcata sul modello della Costituzione francese del 1795, come tutte le altre costituzioni delle cosiddette "repubbliche giacobine" sorte in Italia tra il 1796 ed il 1799, la Costituzione partenopea presenta tuttavia alcuni caratteri di originalità. Il più lampante è l'istituto dell'Eforato, una sorta di organo di legittimità costituzionale (una corte costituzionale ante litteram).Maria Rosa Di Simone, Istituzioni e fonti normative in Italia dall'Antico Regime al fascismo, p. 111, Giappichelli, Torino, 2007. La carta elaborata da Pagano non troverà applicazione a causa della breve vita della Repubblica.
Durante l'occupazione francese e nell'ambito delle spoliazioni napoleoniche, vennero individuate diverse opere dagli scavi di Pompei ed Ercolano dal generale Jean Étienne Championnet per essere inviate in Francia al Louvre, come risulta da una missiva inviata al direttorio il 7 ventoso anno VII (25 febbraio 1799):
Il 25 aprile viene approvata la legge di eversione della feudalità, sulla base di criteri relativamente radicali, ma anch'essa non potrà avere un principio di attuazione in conseguenza del repentino crollo della Repubblica.
Nel frattempo, nel resto delle province, la situazione cominciò a precipitareClaudia Petraccone, La rivoluzione napoletana del 1799, Studi Storici, Anno 26, No. 4 (Oct. - Dec., 1985), pp. 929-936.. Il cardinale Fabrizio Ruffo sbarcò il 7 febbraio in Calabria con l'assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in breve tempo un'armata popolare, l'Esercito della Santa Fede, e a impadronirsi rapidamente della regione. A Cotrone, dove nel febbraio 1799 era stato instaurato un governo municipale repubblicano nell'ambito della Repubblica Napoletana, la resistenza si concluse il 21 marzo con la presa del castello da parte delle forze sanfediste e la fine della breve esperienza della Repubblica di Cotrone. L'avanzata sanfedista proseguì quindi nella Basilicata e nelle Puglie.
In quei frangenti, una squadra navale inglese tenta la conquista dal mare, ma dopo una breve occupazione dell'isola di Procida è costretta alla ritirata dalle navi comandate dall'ammiraglio Francesco Caracciolo, un ex ufficiale della marina borbonica.