La guerra civile russa () fu un conflitto scoppiato in Russia in seguito alla Rivoluzione d'ottobre, che aveva rovesciato il Governo provvisorio e portato al potere i bolscevichi. Oltre ai bolscevichi e ai loro alleati, detti "rossi", presero parte al conflitto varie armate "bianche" guidate da ufficiali rimasti fedeli allo zar nel tentativo di restaurare l'antico regime, gli eserciti delle nazioni che si erano proclamate indipendenti dall'ex Impero russo, gli anarchici dell'Esercito insurrezionale rivoluzionario d'Ucraina, le armate "verdi", e altri. Intervennero inoltre più nazioni straniere, tra cui Germania, Regno Unito e Giappone.

Il conflitto si concluse con la vittoria dei rossi e l'instaurazione dell'Unione Sovietica.

Il contesto storico Le rivoluzione russa del 1917

Dopo l'abdicazione dello zar Nicola II a marzo, il subentrato Governo provvisorio russo, guidato dal principe L'vov e successivamente da Aleksandr Kerenskij, si dimostrò sin dal principio incapace di governare efficacemente il Paese e impossibilitato a rimediare alla disastrosa situazione al fronte nella guerra contro gli Imperi centrali.

La Russia era attraversata da una pesante crisi economica (tanto che la penuria di generi alimentari generava interminabili code ai magazzini persino nella capitale) e il tessuto sociale dava preoccupanti segni di cedimento, con l'acuirsi della tensione tra classi e il brusco aumento dei fenomeni di violenza. Il governo provvisorio, formato dai cadetti e dai social-democratici, era palesemente privo della forza e dell'autorevolezza necessarie a risolvere tali problemi.

Il soviet centrale di Pietrogrado, che riuniva partiti di sinistra, sindacati e segmenti attivi della classe lavoratrice, degli studenti, dei contadini e dei soldati, già dalla Rivoluzione di febbraio costituiva agli effetti un potere parallelo a quello del governo ufficiale. Nonostante la corposa presenza di menscevichi e socialrivoluzionari all'interno dei soviet, i bolscevichi, ovvero la fazione più rivoluzionaria e intransigente, divennero presto i più organizzati e influenti nell'attività dei consigli rivoluzionari, galvanizzati anche dal ritorno in aprile del carismatico leader Vladimir Lenin. I bolscevichi, oltre a organizzare i principali scioperi, le rivolte e i presidi, erano coloro che più fermamente spingevano per compiere la rivoluzione proletaria, e il loro rafforzamento in senso amministrativo e persino militare li portò verso l'estate a dominare il soviet di Pietrogrado.

L'insurrezione e la presa del potere dei bolscevichi

Quando a fine agosto il generale Kornilov tentò la marcia su Pietrogrado, furono in larga parte le guarnigioni bolsceviche a difendere armi in pugno la capitale, nonostante l'impegno politico profuso da Kerenskij (divenuto Primo ministro il 20 luglio) nello sventare il colpo di Stato. Questo episodio accrebbe ancor più la credibilità dei bolscevichi dinnanzi al popolo, mentre il consenso verso il Governo provvisorio, alienate anche le simpatie di reazionari e nazionalisti vicino a Kornilov, divenne pressoché inesistente. A questa situazione precaria si aggiungeva il pericolo delle nuove offensive dei tedeschi, che già avevano raggiunto Riga; lo sfacelo militare dava ancor più credito alle tesi bolsceviche, secondo cui la pace immediata e incondizionata era necessaria. La guerra contro gli Imperi centrali aveva già portato via la vita a un milione e mezzo di soldati russi, era causa di massicce diserzioni tra i contadini della fanteria e causa persino di gravi ammutinamenti tra i soldati, che cominciarono a schierarsi sempre più spesso con i bolscevichi. La situazione nel settembre-ottobre 1917 era dunque critica.

Il 6 novembre i bolscevichi decisero di insorgere a Pietrogrado e nella notte tra il 7 e l'8 novembre 1917 riuscirono senza sostanziali spargimenti di sangue a prendere il Palazzo d'Inverno, sede del vacillante Governo provvisorio russo, ponendo di fatto fine alla proclamata Repubblica Russa e mettendo in fuga il primo ministro Kerenskij. Era così compiuta la Rivoluzione d'ottobre. Il potere passò di fatto nelle mani di Lenin e dei bolscevichi, ma nel resto del Paese solo in alcune regioni e città della Russia centrale i bolscevichi riuscirono parimenti a porsi al potere. Altrove il nuovo governo rivoluzionario non venne riconosciuto e cominciarono a organizzarsi le prime forze di resistenza, tra cui un contingente di ufficiali e cosacchi raccolto da Krasnov su disposizione di Kerenskij, disperso però il 12 novembre a Pulkovo.

Appena insediatasi, la giunta bolscevica guidata da Lenin proclamò la creazione di un Consiglio dei Commissari del Popolo quale massimo organo esecutivo e decisionale. In una Russia divisa e solo parzialmente controllata dal governo rivoluzionario, i bolscevichi si proposero di concludere il Congresso dei soviet (indetto già nei giorni precedenti la rivoluzione) e svolgere le elezioni per l'Assemblea costituente, necessarie per la legittimazione del nuovo regime ma alquanto temute dai bolscevichi. Svoltesi il 25 novembre 1917, le elezioni costituenti dimostrarono il modesto consenso verso i bolscevichi (24%) a fronte della popolarità dei socialrivoluzionari (41%), che conquistarono oltre 400 seggi sui circa 700 totali. Il Paese confermava in questo modo la scelta a favore di un socialismo diverso da quello bolscevico, più “mite” e più a misura delle campagne quale quello che proponevano i socialrivoluzionari.

Fondamentale per i bolscevichi, oltre che attuare la distribuzione delle terre e la collettivizzazione dell'industria, era ricercare l'armistizio presso le cancellerie degli Imperi centrali, cosa che riuscì definitivamente con la pace di Brest-Litovsk del marzo 1918. La pace avrebbe preservato la speranza di integrità territoriale della Russia post-zarista e, soprattutto, avrebbe alimentato l'aspettativa bolscevica di diffusione della Rivoluzione oltre confine. Ma tale aspettativa già si scontrava con la realtà russa del momento, dove la rivoluzione stentava a espandersi oltre un determinato bacino territoriale e incontrava man mano ostacoli non sormontabili con lo spontaneismo teorizzato da Lenin e Trockij. Dinnanzi allo sconfortante esito delle elezioni e ai seri problemi di consolidamento della rivoluzione, Lenin decise di imprimere una netta svolta autocratica al suo regime, mossa che si rivelerà determinante per la vittoria finale, ma che causerà la grave recrudescenza del nascente conflitto civile.

All'estero le potenze della Triplice Intesa vissero con preoccupazione l'avvento al potere dei bolscevichi in Russia, sia perché ciò comportò la chiusura del fronte orientale con la scomparsa del fondamentale alleato russo, sia perché la rivoluzione comunista rischiava in questo modo di espandersi altrove. Esse si prepararono quindi a sostenere qualunque tentativo controrivoluzionario che si fosse intrapreso successivamente in Russia.

Lo svolgimento La rivoluzione bolscevica e le prime ostilità Dopo il successo dell'insurrezione bolscevica del 6-7 novembre 1917 a Pietrogrado e la veloce espansione della Rivoluzione nei giorni immediatamente successivi (al 12 novembre le principali città della Russia centro-occidentale si dichiaravano bolsceviche), Lenin cominciò a rendersi conto delle prime serie difficoltà nella conduzione e nella gestione della stessa in un paese enorme e diviso come la Russia. I boicottaggi e i sabotaggi a danno delle manovre del nuovo governo si diffusero presto ovunque, mentre la resistenza controrivoluzionaria andava organizzandosi sempre più serratamente. L'esito delle elezioni dell'Assemblea costituente inoltre metteva in grande imbarazzo i bolscevichi, costretti a fare i conti con i socialrivoluzionari, all'interno delle nuove istituzioni. Dinnanzi a una crisi che pareva ormai galoppante, il governo di Lenin cominciò a emettere decreti per l'attuazione di misure sempre più rigide. Il 25 dicembre fu istituita la Čeka, la polizia politica straordinaria al comando di Feliks Dzeržinskij, e il 6 gennaio fu sciolta l'Assemblea costituente.

I primi gruppi armati antirivoluzionari cominciarono a raccogliersi nella regione del Don già a metà novembre; si composero principalmente di ex generali zaristi e di cosacchi che avevano dichiarato la loro lealtà al deposto Governo provvisorio. Comandante e figura di spicco dei Cosacchi del Don era l'atamano Aleksej Kaledin. Nel frattempo, il generale Mikhail Alekseev, il vecchio Comandante in capo zarista, iniziò ad organizzare un esercito di “volontari” presso Novočerkassk; a lui si unì in dicembre Lavr Kornilov, poi Denikin e numerosi altri. Il 9 gennaio 1918 fu annunciata ufficialmente la creazione dell'Armata dei Volontari con Alekseev leader supremo e il generale Kornilov Comandante in capo. In collaborazione con i cosacchi di Kaledin, l'Armata dei Volontari prese Rostov-sul-Don nello stesso mese. Lenin decise così di mobilitare l'Armata Rossa dirigendola verso il basso Don, che in un'offensiva inflisse una netta sconfitta all'Armata dei Volontari, costringendola a ripiegare verso sud in una manovra che prese il nome di Marcia del Ghiaccio. Il capo dei cosacchi Kaledin si suicidò. Evacuata a sud, l'Armata dei Volontari si unì ai Cosacchi del Kuban per montare un assalto fallimentare a Ekaterinodar. Kornilov rimase ucciso il 13 aprile e il comando passò così ad Anton Denikin, che si ritirò fino alla foce del Don per ricostituire l'esercito.

Le spinte indipendentiste degli Stati dell'Impero russo

Subito nei primi mesi successivi alla Rivoluzione molte provincie dell'ex impero dichiararono la propria indipendenza: Ucraina, Finlandia, Polonia, Estonia, Transcaucasia e altre. L'Ucraina in particolare, autoproclamatasi indipendente per voce della Central'na Rada a maggioranza socialista, rappresentò una grossa perdita territoriale e un inaspettato colpo politico per il governo bolscevico. Lenin e il Commissario alle Nazionalità, Stalin, decisero per l'annessione dell'autoproclamata repubblica sfruttando la presenza dell'Armata Rossa nella vicina regione del Don. Similmente accadde anche in Asia centrale, dove i bolscevichi locali ricevettero il necessario appoggio per rovesciare il governo di Kokand e instaurare il proprio governo.

Intanto gli intendimenti per l'armistizio intavolati con le cancellerie degli Imperi centrali fin da subito dopo la Rivoluzione trovarono definitivo esito nel Trattato di Brest-Litovsk, stipulato il 3 marzo 1918. Il governo bolscevico cedeva tutti i territori occidentali già occupati dall'esercito tedesco più l'Estonia, la Lettonia, parte della Russia Bianca e soprattutto l'Ucraina, che confluirono nella Ober Ost tedesca. Ucraina e Bielorussia furono costituite in repubbliche-fantoccio alla dipendenza economica e politica del II Reich. Nella Finlandia socialista vennero infine spedite truppe antirivoluzionarie. Il 14 marzo il governo bolscevico spostava la capitale da Pietrogrado a Mosca, ritenuta più sicura.

Dopo la stipula della pace con le potenze centrali e a seguito dell'introduzione di misure autocratiche da parte del nuovo regime, anche i socialrivoluzionari e i menscevichi si unirono nella lotta armata contro il potere bolscevico. Questo rispose intensificando la repressione politica, aprendo al periodo del terrore rosso. Contestualmente, il nuovo regime irrigidì il monopolio su produzione e commercio, promosse la militarizzazione della società e avviò la requisizione sistematica degli ammassi nelle campagne. Si costituiva così quello stato di emergenza che Lenin aveva intuito come necessario al fine di giungere al comunismo; una dittatura del proletariato che doveva plasmare con la forza, a sua immagine e somiglianza, lo stesso proletariato russo.