Villa Barbarigo Pizzoni Ardemani, conosciuta come Villa Barbarigo e nota anche come “La Piccola Versailles”, è una villa veneta del Seicento situata nel comune di Galzignano Terme, nella frazione di Valsanzibio.

Storia Le notizie più antiche riguardanti il sito su cui sorge la villa risalgono alla metà del Quattrocento, quando il padovano Giacomo Scrovegni vendette al veneziano Ludovico Contarini di San Paternian una gastaldia già esistente in loco.

In una mappa del 1570 è rappresentata una corte fortificata di proprietà di Pietro Contarini. Già da alcuni decenni a questa corte era annesso un giardino, citato nel 1539 dall’astronomo Alessandro Piccolomini come locus amoenus. Nello stesso periodo si ha notizia anche della presenza di una peschiera.

Nel 1588, i Contarini cedettero il complesso a Piero Michiel e Nicolò Ferro; fu quest'ultimo ad avviare lo sviluppo della villa. Alla sua morte, nel 1619, il complesso venne ereditato dalle famiglie Barbarigo e Michiel Barbarigo.

Nel 1631 la famiglia Barbarigo, che già possedeva la maggior parte dei terreni di Valsanzibio ma non aveva ancora realizzato il giardino, si rifugiò in questo luogo per sfuggire alla terribile epidemia di peste che imperversava a Venezia e nel resto d’Europa. La malattia aveva già causato la morte di Lucrezia Lion, moglie di Zuane Francesco Barbarigo. In queste drammatiche circostanze, Zuane Francesco fece un solenne voto a Dio: se il resto della sua famiglia fosse stato risparmiato da quella terribile calamità, avrebbe fatto tutto il possibile per commemorare e glorificare la potenza divina.

Dopo la morte prematura di Francesco Zuane Barbarigo, i lavori alla villa si protrassero per sette anni fino al 1669,Venezia e il Veneto, RCS, 2005 grazie all'impegno del figlio Antonio Barbarigo, procuratore veneziano, e del figlio primogenito Gregorio, che in seguito diventò San Gregorio Barbarigo, fece proprio questo voto e lo trasformò in realtà, volendo che il giardino di Valsanzibio avesse non solo una funzione di intrattenimento, ma soprattutto un profondo significato spirituale. Il progetto fu realizzato dall'architetto e fontaniere pontificio Luigi Bernini.

La costruzione dell'asse est-ovest del giardino attuale risale agli anni 1619-1623, mentre l'asse nord-sud fu realizzato nel 1664-1665.

La villa, di struttura semplice, era un tempo raggiungibile anche da Venezia attraverso canali, tramite la "Valle" di Sant'Eusebio, da cui la località (Valsanzibio) prende il nome.

La casata si estinse dopo sei generazioni con la morte di Contarina Barbarigo nel 1804, la quale nominò suo erede il cugino Marco Antonio Michiel. Successivamente, nel 1835, la tenuta passò ai conti Martinengo da Barco, seguiti dai conti Donà delle Rose. Infine, nel 1929, i nobili Pizzoni Ardemani divennero proprietari dell'intera tenuta, che è stata nelle loro mani per tre generazioni. Nel 2013 è deceduto all'età di 91 anni Fabio Pizzoni Ardemani.

Giardino Il giardino è un esempio significativo di giardino barocco italiano, realizzato nel XVII secolo. Il giardino si distingue per la sua progettazione geometrica e la presenza di fontane, statue, canali e labirinti, che ne fanno un ambiente strutturato e articolato.

Il progetto del giardino riflette una concezione allegorica e simbolica, in cui gli elementi architettonici e naturali sono guida attraverso un percorso progressivo. Le sculture e le fontane rappresentano temi legati alla morale, alla virtù, alla conoscenza e alla spiritualità, suggerendo una riflessione sul percorso dell’uomo verso la saggezza e la perfezione. L'itinerario simboleggia il cammino dell'uomo verso la salvezza come in un percorso iniziatico neoplatonico., p. 233.

Oltre alla funzione simbolica, il giardino è un esempio del controllo estetico e della manipolazione della natura tipica del Barocco, con siepi e canali disposti secondo schemi geometrici rigorosi.

Padiglione di Diana Il Padiglione o Portale di Diana era l’ingresso principale via acqua alla tenuta Barbarigo nei secoli XVII e XVIII ed è tra le prime opere del progetto di Gian Lorenzo Bernini, avviata intorno al 1662. Questo imponente ingresso costituisce uno degli elementi più significativi dell’intero complesso monumentale, segnando l’accesso alla tenuta Barbarigo Pizzoni Ardemani e sottolineandone la maestosità. Il padiglione funge inoltre da punto di partenza del percorso allegorico di salvezza concepito originariamente da San Gregorio Barbarigo.

Ai lati del portone d’ingresso si trovano due plinti, ciascuno con una statua di angelo a riposo, rappresentato da giovani ragazzi in tuniche, che sorreggono lo stemma della famiglia Barbarigo. La struttura è decorata con mascheroni, bassorilievi e tredici statue realizzate in pietra d’Istria dallo scultore Enrico Merengo, tra cui spiccano le sei sculture sulla facciata d’ingresso e le quattro sul parapetto interno. Tra le figure principali si distingue quella di Diana, o Luna, dea della natura e degli animali selvaggi, simbolo di mutamenti e prodigi.

Labirinto Il labirinto è composto da circa seimila piante di bosso (Buxus sempervirens), molte delle quali hanno oltre 400 anni, essendo state piantate tra il 1664 e il 1669 durante la realizzazione dell’attuale assetto del giardino. Si tratta di uno dei più antichi labirinti vegetali originali al mondo. Il percorso del labirinto misura circa 1,5 km.

Dal punto di vista simbolico, il labirinto ha una funzione allegorica oltre che ricreativa. Lungo il percorso, si affronta la confusione e il dubbio simboleggiati dalle alte pareti del bosso e dai vicoli ciechi, che rappresentano i sette peccati capitali. Solo chi persevera, corregge i propri errori e mantiene fede e speranza può raggiungere la torre centrale, punto da cui si osservano i percorsi superati e si comprende l’allegoria della tentazione, dei vizi e delle virtù.

Il labirinto si collega idealmente alla successiva area del giardino, la Grotta dell’Eremita, dove si può meditare sul percorso compiuto e riflettere sulla propria crescita morale e spirituale.

Isola dei Conigli L’Isola dei Conigli rappresenta simbolicamente come il corpo umano sia limitato dai confini dello spazio e del tempo, in contrapposizione alla Statua del Tempo, situata a est sul Viale Principale, che simboleggia il movimento dell’anima oltre tali limiti. Oltre al significato allegorico, l’isola fungeva originariamente anche da magazzino alimentare per i proprietari della tenuta di Valsanzibio. Oggi rappresenta uno dei pochi esempi sopravvissuti di questo tipo di struttura ("garenna") e ospita diverse razze di conigli.

Piante e le specie arboree Il giardino si estende su otto ettari, con un parco adiacente di quattro ettari, ospitando circa 800 piante e alberi appartenenti a oltre 100 specie diverse. Circa il 70% della vegetazione presente fu originariamente piantata tra il 1664 e il 1669. In particolare, si contano 24 varietà di conifere, 16 di alberi a foglia perenne, 24 di alberi a foglia caduca e vari tipi di arbusti.

Il giardino è particolarmente noto per le sue piante di bosso. La maggior parte di questi esemplari ha più di 350 anni e i boschi lungo i viali principali superano i sei metri di altezza. Sono inoltre presenti circa 40.000 m² di carpini (Carpinus betulus), potati per formare le cosiddette “gallerie” e i tre Viali dell’Ombra, molti dei quali risalgono anch’essi al periodo originale del giardino.

I viali principali, come il Cardo (Viale Principale), il Decumano (Viale dell’Acqua) e il Viale Veneziano, sono fiancheggiati da bosso, mentre i tre Viali dell’Ombra sono delimitati da carpini. Il Viale Arcobaleno è delimitato a sud da bosso e a nord da tre specie di acero (Acer campestre, Acer platanoides e Acer negundo).

Particolare rilievo ha la Calle Veneziana, un viale di bosso secolare alto tra i cinque e sei metri, largo meno di 1,5 metri e lungo circa 500 metri, che riproduce le caratteristiche calli delle città veneziane.

Tra gli esemplari più notevoli si trova il cedro della California (Calocedrus decurrens), piantato originariamente nella zona dell’Isola dei Conigli intorno al 1665. Considerato uno dei più antichi della sua specie in Europa, il cedro proveniva dal Nord America e raggiunse Valsanzibio dopo un lungo viaggio via mare attraverso lo Stretto di Magellano, l’Atlantico e il Mediterraneo fino a Venezia, per poi essere trasportato lungo la Riviera del Brenta e la Valle di Sant’Eusebio. Si stima che la pianta abbia oggi tra i 370 e i 380 anni. Statua del Tempo La Statua del Tempo, situata sul lato ovest del Viale Principale, è in contrapposizione all’Isola dei Conigli: simboleggia il modo in cui l’anima umana trascende tali confini. La scultura raffigura Crono, dio del Tempo, appoggiato a una clessidra e fisicamente appesantito dal peso del tempo.

Un dodecaedro sorregge Crono e, con i suoi dodici lati, rappresenta i dodici mesi dell’anno: il movimento del sole illumina ogni lato in maniera differente, a simboleggiare come alcuni anni siano favorevoli e altri meno. La statua è rivolta verso il tramonto e le ali di Crono richiamano l’iscrizione alla base:

Le statue Quasi tutte le oltre sessanta statue e le numerose sculture più piccole del giardino sono realizzate in pietra d’Istria e sono in gran parte attribuite a Enrico Merengo. L’unica eccezione è il Putto della Fontana degli Inganni, che raffigura un putto con un cesto di fiori e frutta sulla testa realizzata in marmo bianco di Carrara ed è attribuita alla bottega del Bernini, se non addirittura a Gian Lorenzo Bernini stesso.

Premi e riconoscimenti Nel 2003 vince il premio Il parco più bello d'Italia. Nel 2007 vince il terzo premio come Il più bel giardino d'Europa.

Note

Bibliografia Lionello Puppi, “Quivi è l'inferno e quivi il paradiso”. Il giardino di villa Barbarigo a Valsanzibio nel Padovano, in L'architettura dei giardini d'Occidente dal Rinascimento al Novecento, a cura di M. Mosser e G. Teyssot, Milano 1990, p. 181-183. A. Pietrogrande, Il giardino di villa Barbarigo a Valsanzibio, in “Padova e il suo territorio”, 16 (2001), n. 91, p. 18-21. L. Cerantola / Renato D'Agostin, Valsanzibio, Venezia 2017. Tiziano Fratus, Un cammino di purificazione. Il giardino monumentale di Valsanzibio, in L'Italia è un giardino, Editori Laterza, 2016.

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