È considerato uno dei più grandi registi di tutti i tempi, celebre soprattutto per i suoi spaghetti-western. Nonostante i pochi film diretti, la sua regia ha fatto scuola contribuendo alla rinascita del western negli anni sessanta grazie a titoli come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo (che formano la cosiddetta "trilogia del dollaro") e C'era una volta il West, mentre con C'era una volta in America ha profondamente rinnovato il lessico dei gangster movie, queste ultime due pellicole, assieme a Giù la testa, fanno parte invece della "trilogia della seconda frontiera americana", come definita dallo stesso Leone, altresì conosciuta in seguito come "trilogia del tempo" (da una definizione datagli dal critico cinematografico Morandini) o anche, infine, "trilogia della fiaba".

Nel 1972 con Giù la testa è stato vincitore del David di Donatello per il miglior regista. Nel 1984 gli è stato inoltre assegnato il David René Clair. Nel 1985 con C'era una volta in America ha vinto il Nastro d'argento al regista del miglior film ed è stato candidato al Golden Globe per il miglior regista e al David di Donatello per il miglior regista straniero. Il 9 ottobre 2014 gli è stato attribuito, alla cerimonia del Premio America presso la Camera dei deputati, un premio speciale alla memoria dalla Fondazione Italia USA.

Biografia Le origini e gli inizi Nacque a Roma, presso il Palazzo Lazzaroni sito in via dei Lucchesi, a pochi metri dalla fontana di Trevi, il 3 gennaio del 1929, figlio di Roberto Roberti (nome d'arte di Vincenzo Leone), un regista e attore originario di Torella dei Lombardi (in provincia di Avellino), considerato uno dei pionieri del cinema muto italiano, e di Bice Waleran (pseudonimo di Edvige Valcarenghi), un'attrice romana, nata da una famiglia milanese di antiche origini austriache.

Nel 1931, la famiglia Leone si trasferì a via Filippo Casini, nel quartiere popolare di Trastevere: «Il mio modo di vedere le cose talvolta è ingenuo, un po' infantile, ma sincero. Come i bambini della scalinata di viale Glorioso», la targa con questa scritta è stata affissa per segnalare la casa in cui Leone ha vissuto gli anni dell’infanzia e della gioventù lungo la scalinata di viale Glorioso che scende verso Trastevere. Studiò presso i lasalliani, su scelta della famiglia, che avversava l'organizzazione pubblica fascista dell'educazione, dove proprio tra i banchi di scuola delle elementari conobbe uno tra i suoi futuri, più stretti e celebri collaboratori: il compositore Ennio Morricone.

Non eccelso negli studi, si avvicinò con interesse già da quegli anni alla storia e all'italiano. Antifascista convinto, a quattordici anni decise di unirsi alla Resistenza, venendo però dissuaso dalla madre. Appassionato fin da bambino al cinema statunitense (adorava John Ford e Charlie Chaplin), Leone, dopo le prime esperienze col padre Vincenzo, iniziò a lavorare nell'ambiente cinematografico già all'età di diciotto anni. Ebbe infatti una piccola parte, come comparsa, in Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, di cui fu per quel film assistente non retribuito: quando i protagonisti Antonio e Bruno vengono sorpresi a Porta Portese da un temporale si riparano sotto un cornicione dove arrivano anche dei seminaristi stranieri tra cui Leone.

Successivamente, Leone incomincerà a interessarsi del genere peplum, basato su azioni eroiche ed epiche dell'antichità classica. Nel 1949 il padre Vincenzo si ritirò con la moglie Edvige al paese natio di Torella dei Lombardi: il ventenne Sergio, iscrittosi all'università a Giurisprudenza, decise di restare a Roma e di lavorare nel cinema, entrando in contatto con le conoscenze paterne nel mondo cinematografico (Carmine Gallone, Mario Camerini e soprattutto Mario Bonnard, che lo prese sotto la sua ala protettrice).

Gli anni cinquanta: i peplum e i primi lavori importanti Valutò agli albori degli anni cinquanta il suo esordio alla regia, avendo scritto la sceneggiatura di un film, mai prodotto, Viale Glorioso che ricalcava le tematiche espresse da Federico Fellini ne I vitelloni del 1953. L'uscita di questo film convinse temporaneamente Leone ad abbandonare le velleità registiche, dedicandosi all'aiuto regia. I primi lavori di un certo rilievo lo videro prima come assistente regista del padre in Il folle di Marechiaro, successivamente di Carmine Gallone e Alessandro Blasetti, e poi dell'amico di famiglia Mario Camerini. Ricoprì lo stesso ruolo o quello di direttore della seconda unità (non accreditato) in alcune produzioni hollywoodiane di grande importanza, girate agli studi di Cinecittà a Roma, nel periodo della cosiddetta Hollywood sul Tevere: quelli degni di nota sono Quo vadis di Mervyn LeRoy (1951) e soprattutto il colossal Ben-Hur di William Wyler (1959), vincitore di 11 Oscar, di cui Leone diresse la importante e spettacolare scena del "duello delle quadrighe".

Nel 1954 dirige il suo primo film da regista: il cortometraggio documentaristico Taxi... signore?. Nel 1959 subentra a Mario Bonnard, colpito da una malattia che lo costrinse ad abbandonare il set (ma Leone racconterà poi che Bonnard in realtà "scappò a dirigere il film Gastone, con Alberto Sordi, affidandogli la regia del film che stava abbandonando ed in cui lui era stato imbarcato come aiuto regista"), alla regia di Gli ultimi giorni di Pompei, al quale aveva collaborato alla sceneggiatura. Tuttavia i titoli di apertura del film non riportano il suo nome ma solo quello di Bonnard. I produttori affidarono lo sviluppo di una nuova opera cinematografica a Leone (che nel frattempo nel 1960 aveva sposato Carla Ranaldi, ballerina del Teatro dell'Opera di Roma), il quale sviluppò la stessa come una ridicolizzazione del genere, pur restando fedele alla struttura di base.

Da questo intento esordì alla sua prima regia accreditata con Il colosso di Rodi (1961). Grazie alla lunga esperienza, Leone riuscì a produrre il film con un basso budget che sembrasse tanto spettacolare quanto un vero e proprio kolossal di Hollywood. La vicenda, ambientata nell'isola di Rodi, aveva come protagonisti due amanti: un viaggiatore e la figlia del re di Rodi, finanziatore della costruzione di un enorme gigante di bronzo in grado di versare braci ardenti sui viaggiatori nemici che osavano avvicinarsi troppo all'isola. Questo film rappresentò l'ultima esperienza nel genere peplum per Leone, che rifiutò le numerose proposte successive dei produttori cinematografici per riprendere la tematica della sua prima regia.

Gli anni sessanta: gli "spaghetti-western" e il successo

Nei primi anni sessanta, la richiesta di peplum si esaurì, anche se Leone, dopo un biennio di collaborazioni alle sceneggiature di film del genere, dopo Il colosso di Rodi, stava lavorando alla preparazione del suo terzo peplum, o "film sandalone" (come lo chiamava egli stesso): Le aquile di Roma, una sorta di remake di I sette samurai in chiave peplum. In questo periodo a Leone fu affidata la stesura della sceneggiatura di un western, tratto dall'omonimo romanzo western The Bounty Killer, di coproduzione italo-spagnola, avviata dall'ispanico José Gutiérrez Maesso e sostenuta dall'italiana Jolly Film di Papi e Colombo. Ma l'opera di Leone fu bocciata da Maesso. Nella primavera 1963 l'operatore Stelvio Massi e il direttore della fotografia Enzo Barboni incontrarono Sergio Leone al Bar Rosati in piazza del Popolo. Gli dissero che avevano appena visto al vicino cinema "Arlecchino" il film giapponese La sfida del samurai, suggerendogli di farne un western.

Leone fu tra i pionieri in Italia di quello che divenne il genere preferito dal grande pubblico, il western, dando addirittura vita a un importante sottogenere di matrice italiana, noto con il nome di spaghetti-western, il cui modello stilistico sarà proprio il primo western di Leone, Per un pugno di dollari, del 1964, uno dei film più famosi del genere, che ricalca in gran parte la trama de La sfida del samurai (in giapponese Yojimbo), film di Akira Kurosawa del 1961, come ammesso dallo stesso Leone. Il regista giapponese accusò Leone di plagio, vincendo la causa legale e ottenendo come risarcimento i diritti esclusivi di distribuzione di Per un pugno di dollari in Giappone, Corea del Sud e Taiwan, nonché il 15% dello sfruttamento commerciale in tutto il mondo.

L'esigenza di dedicarsi al nuovo genere nacque dalla crisi cinematografica dei primi anni sessanta e dalla ricerca di Leone di forme narrative ispirate al cinema tedesco di genere in voga in quegli anni. Non essendo un amante del genere originale statunitense, decise di lavorare sul gioco delle maschere, ispirandosi alle opere di Carlo Goldoni. Lavorando a questo film, Sergio Leone ha lanciato nel firmamento delle star Clint Eastwood, che fino ad allora era rimasto un modesto attore televisivo statunitense con pochi ruoli al suo attivo.

Per la regia Leone si firmò Bob Robertson, un'anglofonizzazione del nome d'arte usato dal padre Vincenzo, in arte Roberto Roberti, e con l'intenzione di proclamarsi figlio di Roberti. Dovendo essere spacciato come western americano, i nomi nei titoli dovevano sembrare americani: così Gian Maria Volonté si chiamò John Wells ed Ennio Morricone si firmò Dan Savio. La versione definitiva del film fu fortemente condizionata dai problemi di budget basso e in parte alle numerose ubicazioni spagnole; presenta una violenta e moralmente complessa visione del Far West statunitense che sembra da un lato rendere tributo ai classici western, mentre da un altro se ne distacca nei toni.

I due film seguenti, Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto, il cattivo (1966), completano quella che è conosciuta come la "trilogia del dollaro". Ciascuno di questi film ha potuto beneficiare di un budget sempre maggiore e di migliori mezzi tecnici del precedente, e le capacità del regista sono riuscite anche a produrre risultati via via superiori anche al botteghino, dato il successo di pubblico. Si pensi che quando emissari influenti della United Artists vennero a Roma per sincerarsi del successo di pubblico dei film di Leone, videro che alla prima del film Per qualche dollaro in più c'era stato un vero e proprio assalto alla cassa! Gli americani, poco dopo a cena, chiesero a Sergio Leone "Next movie?", cioè quale fosse il prossimo film. Leone, spiazzato, volse lo sguardo in cerca d'aiuto a Luciano Vincenzoni, cosceneggiatore di Per qualche dollaro in più, il quale senza scomporsi raccontò la trama del film La grande guerra, di cui era stato sceneggiatore, in chiave western. E tanto bastò a entusiasmare gli americani che misero sul piatto un anticipo di circa un miliardo di lire per dare il via al terzo western di Sergio Leone, che infatti, inizialmente, si intitolò "Due magnifici straccioni". Poi verrà imbarcato il terzo protagonista, il brutto Eli Wallach.

Tutti e tre i film si avvalsero delle notevoli colonne sonore di Ennio Morricone (il quale, proprio con Il buono, il brutto, il cattivo, inizia a comporre le musiche prima del film sulla base della sceneggiatura, e non dopo, sul montato), compositore reso noto proprio grazie a queste opere, che accompagnerà Leone nella realizzazione dei tre successivi film fino a C'era una volta in America, nel 1984. Basandosi su questi successi, nel 1968 Leone dirige quello che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere il suo ultimo western, C'era una volta il West. Girato negli scenari della Monument Valley, in Italia e in Spagna, il film risultò come una lunga, violenta e quasi "onirica" meditazione sulla mitologia del West.