La guerra romano-siriaca, chiamata anche guerra romano-seleucide o guerra contro Antioco III e lega etolica, fu uno scontro bellico che vide contrapposti i romani e i loro alleati contro l'Impero seleucide e la Lega etolica tra il 192 e il 188 a.C. La vittoria arrise nettamente a Roma, che ribadì la propria egemonia nell'area greca e la impose anche nel Mediterraneo orientale.
Contesto storico
Nel 218 a.C. si affacciavano sul mar Mediterraneo cinque grandi potenze che si trovavano in equilibrio politico tra loro:Ernst Badian, Rome and Antiochos the Great - A Study in Cold War, in Classical Philology 54 (1959), pp. 81–99. si trattava delle tre dinastie dei diadochi, quella seleucide (padrona dei territori che dall'Asia minore si estendevano fino alla Siria, Mesopotamia e Persia), quella tolemaica (padrona dell'Egitto), quella antigonide (in Grecia e il Regno di Macedonia), oltre alle città-stato di Cartagine e Roma.
Una serie di conflitti, tuttavia, alterò gli equilibri iniziali. Prima di tutto la seconda guerra punica tra Cartagine e Roma (218-201 a.C.), diede una netta supremazia in Occidente a quest'ultima, mentre Cartagine fu relegata ad un ruolo marginale, ormai prossima ad essere sottomessa definitivamente (come accadde nel 146 a.C.). In parallelo, Roma dovette combattere sul fronte orientale contro Filippo V, che aveva concluso un'alleanza con la stessa Cartagine, nella prima guerra macedonica (215-205 a.C.). Sebbene Filippo fosse riuscito a resistere all'attacco di Roma, che a sua volta aveva trovato dei validi alleati nella lega etolica, nel regno di Pergamo ed in quello di Rodi, tuttavia aveva permesso in questo modo ai Romani di occuparsi delle questioni greche. Questo errore quarant'anni dopo costò molto caro all'indipendenza del suo Regno, che fu annesso anch'esso al potere di Roma (dopo la battaglia di Pidna del 168 a.C.).
Pochi anni più tardi, nel 203 a.C., Filippo strinse un'alleanza con Antioco III, ed insieme mossero guerra ai possedimenti Tolemaici che si affacciavano sul mar Egeo. Al termine di questo nuovo conflitto tra Tolomei e Seleucidi (dal 202 al 195 a.C.), i Seleucidi occuparono tutti i possedimenti tolemaici in Asia minore (come la Caria, la Licia, o le città di Efeso in Lidia e Abido in MisiaAndré Piganiol, Le conquiste dei Romani, p. 267.) e costrinsero l'Egitto ad entrare in alleanza con Roma per evitare conseguenze più gravi.
Contemporaneamente Rodi si alleò con Attalo I di Pergamo, riuscendo a respingere gli attacchi macedoni, ma con gravissime perdite. Fu così che Attalo e i rodiesi si rivolsero a Roma, che, sebbene si stesse riprendendo dallo sforzo bellico appena sostenuto contro Cartagine, decise di intervenire poiché preoccupata dall'alleanza seleucide-macedone (201 a.C.). Nel 200 a.C. Roma inviò un ultimatum a Filippo, il quale però lo ignorò. Roma decise così di intervenire direttamente nel conflitto, grazie all'alleanza iniziale con i Rodiesi ed Attalo, dal 199 a.C. sugli Etoli e dal 198 a.C. anche sulla Lega achea. La seconda guerra macedonica che ne nacque, culminò nella battaglia di Cinocefale (località della Tessaglia) del 197 a.C., dove Filippo fu sconfitto pesantemente dai Romani del console Flaminino. A Filippo fu lasciata la Macedonia, ma nel 196 a.C. Flaminino proclamò la libertà della Grecia.Polibio, Storie XVIII, 46; Tito Livio, Ab urbe condita libri, XXXIII, 32.
Frattanto Antioco passava in Europa ed occupava parte della Tracia, facendo di Lisimachia la nuova capitale della regione e mettendovi al suo governo il figlio minore, Seleuco IV.Tito Livio, Ab Urbe condita libri XXXIII, 38; Appiano, guerra siriaca, 1 e 6. Egli, inoltre, strinse relazioni amichevoli con Rodi, Bisanzio e con i Galati,Appiano, guerra siriaca, 6. mentre si era riavvicinato all'Egitto dei Tolomei, avendo promesso in moglie sua figlia Cleopatra a Tolomeo V,Appiano, guerra siriaca, 3. e dando loro in dote, non tanto la Siria meridionale (che aveva occupato dal 201 a.C.Appiano, guerra siriaca, 2.), ma il diritto di riscuoterne il tributo.Appiano, guerra siriaca, 5.
Era evidente che al termine di vent'anni di continui conflitti tra queste cinque grandi potenze del mondo mediterraneo (dal 218 al 196 a.C.), solo due ne erano rimaste: l'Impero seleucide in Oriente e Roma in Occidente. Lo scontro appariva ormai inevitabile. Fu nel 196 a.C. che Lampsaco, città della Troade, chiese aiuto a Roma poiché spaventata dall'avvento di Antioco. Si aprì così un primo periodo di negoziati tra Roma ed il re seleucide, dove Tito Quinzio Flaminino fece richiesta formale ad Antioco di abbandonare tutti i territori dell'Asia minore che erano appartenuti in precedenza all'Egitto, oltre a lasciare libere le città di Lampsaco, Smirne e Alessandria Troade. Antioco propose l'arbitrato di Rodi, ma la falsa notizia della morte di Tolomeo V, sospese i negoziati, mentre il re orientale se ne tornava in Siria. I negoziati ripresero tre anni più tardi nel 193 a.C. Anche questa volta si rivelarono infruttiferi. Antioco offriva la sua alleanza a Roma in cambio del riconoscimento delle sue conquiste, comprese quelle in Tracia (dove aveva appena occupato Enos e Maronia) e nell'Ellesponto, ma la sua proposta fu ritenuta dai Romani una sfida, quindi inaccettabile.
Dalla parte dei Romani c'era poi il re di Pergamo, Eumene II, il cui fratello, Attalo II, si trovava a Roma in quel periodo. I nuovi negoziati che seguirono si svolsero ad Efeso, ma furono interrotti dalla morte del figlio di Antioco, che era stato associato dal padre, al trono fin dal 209 a.C.André Piganiol, Le conquiste dei Romani, p.268.
Casus belli
Seleucidi e Romani non si erano ancora affrontati direttamente. Avevano semplicemente messo in atto una sorta di "guerra fredda" dove la Grecia rappresentò, con tutta una serie di conflitti locali (es. la guerra laconica), il casus belli dello scontro tra queste due potenze che si contendevano il bacino del Mediterraneo orientale.
La Lega etolica era rimasta scontenta per le conseguenze della seconda guerra macedonica, a causa delle pesanti concessioni territoriali che avevano dovuto fare ai romani, quale contributo per il loro aiuto durante la guerra. Per questo si risolsero a chiedere l'aiuto di Antioco III il Grande a capo dell'impero seleucide per liberare la Grecia dall'oppressione romana, anche se il re seleucide non sembrò in un primo momento interessato a scatenare un conflitto di così grandi proporzioni. È vero anche che Antioco poteva ora avvalersi dell'esperienza di Annibale, suo consigliere militare dal 196-195 a.C.Aurelio Vittore, De viris illustribus Urbis Romae, 42, 6; Frontino, Strategemata, I, 7.7.Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1.Dalle origini ad Azio, p.216; André Piganiol, Le conquiste dei Romani, p.267.
Nella primavera del 192 a.C., gli Etoli, sobillati dallo stratego Toante,Floro, Epitoma di storia romana, I, 24.5. provarono a sovvertire i governi locali di quattro grandi città greche per provocare l'intervento diretto delle due grandi potenze. Si trattava di Demetriade,Tito Livio, Ab urbe condita libri, XXXV, 31, 3-16. Calcide,Tito Livio, Ab urbe condita libri, XXXV, 31, 3. Corinto e Sparta.Tito Livio, Ab urbe condita libri, XXXV, 34. Livio racconta, infatti, che:
Demetriade fu convinta a rimanere fedele alleata di Roma dall'intervento dello stesso Tito Quinzio Flaminino. Gli Etoli, sebbene avessero fallito nel loro tentativo di sedizione, erano ormai decisi a scatenare una guerra contro Roma, a fianco di Antioco del quale dicevano:
E neppure l'intervento diretto di Flaminino ad una loro assemblea, poté placare i loro animi, i quali credevano che Antioco avrebbe liberato l'intera Grecia dall'oppressore romano.Tito Livio, Ab urbe condita libri, XXXV, 33. Demetriade fu la prima a cadere in mano agli Etoli.Tito Livio, Ab urbe condita libri, XXXV, 34, 6-12. Poi fu la volta di Sparta, il cui tiranno, Nabide, fu ucciso poco prima con l'inganno; ma la furia della popolazione degli Spartani, mise a morte chi aveva compiuto il terribile gesto e molti guerrieri etoli furono venduti come schiavi.Tito Livio, Ab urbe condita libri, XXXV, 35-36. Gli abitanti di Calcide riuscirono, invece, a salvare la città dagli Etoli, barricandosi tra le mura cittadine prima di essere attaccati, costringendo questi ultimi a desistere da qualsiasi assalto, anche perché avevano riposto ogni loro speranza nella sorpresa della loro azione.Tito Livio, Ab urbe condita libri, XXXV, 37-38.
Forze in campo
L'intervento di Antioco in Grecia sul finire del 192 a.C., comportò un iniziale impiego di circa fanti, 500 cavalieri, sei elefanti ed una flotta composta da 100 navi da guerra e 200 da carico, risultato relativamente modesto.Tito Livio, Ab urbe condita libri, XXXV, 43.
I Romani, che nel corso dell'inverno del 192-191 a.C. avevano reclutato ben legionari romani e tra gli alleati Italici, con la primavera riuscirono ad inviare ad Apollonia in Illiria, un esercito di fanti e cavalieriTito Livio, Ab urbe condita libri, XXXV, 20-24. avendo, inoltre, predisposto una flotta a Brundisium.Tito Livio, Ab urbe condita libri, XXXV, 41.
Guerra
Roma non era disposta ad accettare che Demetriade fosse stata conquistata dagli Etoli. Fu così che fu inviato come ambasciatore agli Etoli un certo Publio Villio Tappulo, affinché minacciasse un intervento romano nella zona.Livio, Ab Urbe condita libri, XXXV, 39. Tuttavia, ci si aspettava che l'intervento romano non si sarebbe limitato alla sola Demetriade, ma in generale contro l'infida Lega etolica. La sconfitta di quest'ultima contro Roma avrebbe generato un impatto negativo su Antioco, il quale avrebbe visto vacillare la sua posizione in Asia Minore ed in Tracia.
Fu così che Antioco si decise nell'autunno del 192 a.C. a iniziare l'intervento militare in Grecia, grazie anche ai validi consigli del cartaginese Annibale, ormai alla sua corte da alcuni anni. Quest'ultimo pare avesse suggerito al re seleucide di attaccare Roma su due fronti, non solo quindi nel mar Egeo, ma anche in Italia. Il condottiero cartaginese aveva infatti in mente di utilizzare una flotta seleucide e armati per riconquistare il potere a Cartagine, ed invadere nuovamente l'Italia dall'Epiro (auspicando soprattutto in un'alleanza con Filippo V di MacedoniaAppiano, guerra siriaca, 14.),André Piganiol, Le conquiste dei Romani, p. 269. occupandone i punti strategici principali.Appiano, guerra siriaca, 7.
Annibale fu autorizzato dal re selucide ad inviare un messaggero a Cartagine, che, però, fu scoperto ed allontanato da chi temeva un nuovo scontro "suicida" di Cartagine contro Roma.Appiano, guerra siriaca, 8. Antioco dovette, così, accantonare il piano del generale cartaginese. Vi è da aggiungere che, sebbene fossero state scoperte le loro reali intenzioni di invasione dell'Italia, questo piano non convinceva il sovrano, il quale, oltre a trovarlo poco fattibile, potrebbe aver provato gelosia ed invidia per Annibale, al quale sarebbe andato il maggior merito di una guerra vittoriosa sul suolo italico.Livio, Ab Urbe condita libri, XXXV, 42.Livio, Ab Urbe condita libri, XXXIV, 60.Appiano, Guerra siriaca, 9; Per il piano strategico di invasione di Annibale cfr. Boris Dreyer, Die römische Nobilitätsherrschaft und Antiochos III, Hennef 2007, pp. 223-228. Lo stesso Tito Livio, riferendosi ad Annibale, al suo piano ed all'invidia degli uomini riferisce:
Sembra, inoltre, che nel 192 a.C. i due antichi rivali della seconda guerra punica, Annibale e Scipione l'Africano, si incontrarono per la seconda ed ultima volta nella loro vita, ad Efeso. L'obiettivo era quello di trovare un accordo tra le parti. In verità si era creato ormai un forte legame tra il "maestro" cartaginese ed il rivale-"allievo" romano. Di questo incontro ce ne parla Appiano.Appiano, guerra siriaca, 10.
192 a.C.