La guerra di Gradisca (1615-1617), così denominata per via dell'assedio alla fortezza omonima, è conosciuta anche come guerra degli Uscocchi nelle fonti veneziane, e come guerra del Friuli o, talvolta, guerra di Gradisca nelle fonti arciducali. Il conflitto oppose la Repubblica di Venezia al ramo austriaco della dinastia Asburgo.

Pur trattandosi di una guerra di scala locale, essa assunse connotazioni internazionali per la presenza di truppe mercenarie stranierie – in particolare olandesi, guidate da Giovanni di Nassau – e per il debutto militare di Alberto di Wallenstein, destinato a diventare uno dei più celebri condottieri della Guerra dei Trent'anni. Fu inoltre l'ultimo conflitto combattuto sul suolo italiano con la partecipazione diretta delle milizie veneziane, ad eccezione del loro ruolo marginale nella successiva guerra di successione di Mantova e del Monferrato.

Antefatti e cause Dopo la sconfitta subita nella guerra della Lega di Cambrai, la Repubblica di Venezia adottò una politica essenzialmente difensiva nei confronti dello Stato di Terraferma, rafforzandone i confini attraverso la costruzione di una rete di fortificazioni di concezione straordinariamente moderna per l'epoca. Nell'ottobre del 1593 ebbero inizio i lavori per la costruzione della fortezza di Palma – oggi Palmanova –, edificata a protezione del confine orientale. Ufficialmente destinata a fronteggiare le incursioni ottomane, essa aveva in realtà una chiara funzione anti-imperiale, in contrapposizione alla fortezza di Gradisca, perduta all'inizio del secolo.

La pace di Zsitvatorok del 1606 inaugurò un periodo di tregua tra l'Austria e l'Impero ottomano, i due principali avversari di Venezia. Il sultano Ahmed I, impegnato nella guerra contro la Persia safavide, non aveva interesse a un nuovo conflitto con la Repubblica di San Marco, con la quale l'Impero ottomano rimase in pace dal 1573 al 1645.

L'ostilità tra Venezia e gli Asburgo – tanto il ramo austriaco quanto quello spagnolo – aveva diverse cause: politiche: la Serenissima, circondata da territori asburgici e costantemente minacciata, cercava alleanze con le potenze ostili agli Asburgo, comprese le nazioni protestanti dell'Europa settentrionale e i Grigioni; commerciali: Venezia rivendicava un diritto esclusivo di polizia marittima sull'Adriatico, che considerava "mare proprio"; ideologiche: la Repubblica aveva ottenuto un'ampia autonomia ecclesiastica, specialmente nella nomina dei vescovi, e offriva rifugio a religiosi sospettati d'eresia e ai marranos.

Nonostante le azioni ostili di alcuni viceré spagnoli, come l'Osuna – che agli inizi del Seicento agivano spesso di propria iniziativa – i rapporti con la Spagna rimasero formalmente corretti. Madrid, infatti, svolse più volte un ruolo di mediazione, sia durante la guerra dell'Interdetto (1606-1607), sia nel contenzioso con l'Arciduca d'Austria..

Agli inizi del XVII secolo, il principale motivo di tensione tra Venezia e gli Asburgo d'Austria era rappresentato dalle scorrerie degli Uscocchi, benché il commercio veneziano fosse minacciato anche dai corsari barbareschi – alleati dei Turchi ma indifferenti alla tregua –, dai pirati protetti dal viceré spagnolo di Napoli e persino da corsari inglesi e olandesi.

Come suggerisce l'etimologia del loro nome, gli Uscocchi erano slavi cattolici fuggiti dall'avanzata turca, stabilitisi sulle coste adriatiche all'inizio del Cinquecento. Integratisi nel sistema difensivo asburgico lungo la frontiera orientale, essi popolarono territori dalmati poveri di risorse, incapaci di sostenerli economicamente. Ai primi nuclei si aggiunsero presto banditi, galeotti evasi e avventurieri di ogni provenienza, tanto che il loro numero – stimato in circa un migliaio alla fine del XVI secolo – aumentò considerevolmente..

La perdita di Bihać nel 1592 accrebbe la loro importanza strategica, mentre la pace del 1606, imponendo la cessazione dei raid contro i domini ottomani, spinse gli Uscocchi a intensificare le loro attività piratesche contro i veneziani. L'atteggiamento dell'Arciduca nei loro confronti rimase ambiguo: pur condannandone formalmente gli eccessi, egli li considerava un utile strumento per minare la supremazia marittima veneziana – mai accettata dagli Asburgo – e per fomentare nuove tensioni tra Venezia e la Porta, nonostante il trattato di pace seguito alla guerra di Cipro avesse affidato ai veneziani la sicurezza dell'Adriatico.

Le loro scorrerie erano particolarmente detestate, non solo per l'entità dei danni – si stima che tra il 1592 e il 1609 si siano impossessati di 250-300 imbarcazioni veneziane, circa un decimo della flotta, rappresentando la seconda causa di perdita di tonnellaggio dopo i naufragi –, ma anche per la prossimità delle loro basi a Venezia stessa, considerata un affronto intollerabile alla sua storica signoria sull'Adriatico, esercitata, tra l'altro, imponendo tributi persino al porto asburgico di Trieste.

Primi scontri Già nel 1592 Almorò Tiepolo era stato nominato Capitano contra Uscocchi e aveva avviato una serie di attacchi diretti contro le basi dei pirati, che tuttavia godevano di una posizione naturalmente difensiva. La principale di esse era Segna, situata nel canale della Morlacca. Sebbene l'arciduca d'Austria nutrisse risentimento verso Venezia per il mancato sostegno nella guerra contro i Turchi, egli cercò di evitare un conflitto aperto e tentò di contenere la situazione. In risposta al blocco navale imposto dai veneziani lungo tutto il litorale adriatico, nel 1600 inviò come commissario imperiale il goriziano Giuseppe Rabatta, nobile in buoni rapporti con la Serenissima. Rabatta adottò misure durissime, condannando a morte diversi capi uscocchi, ma la reazione dei segnani fu immediata: nella notte del 31 dicembre 1601 egli venne assassinato.

Negli anni 1612 e 1613 i veneziani, in rappresaglia, devastarono alcuni territori appartenenti direttamente all'Arciduca. Nuovi tentativi di mediazione – con incontri tenutisi sia a Venezia sia a Vienna – fallirono di fronte all'intransigenza austriaca, che subordinava la fine delle scorrerie uscocche al riconoscimento della libertà di navigazione nel golfo, condizione che Venezia non era disposta ad accettare.

La tensione degenerò ulteriormente nel 1613 a causa del raccapricciante assassinio del sopracòmito Cristoforo Venier: assalita la sua galera presso Carlopago nel maggio di quell'anno, gli Uscocchi massacrarono l'equipaggio, decapitarono il Venier e, secondo le cronache, ne estrassero il cuore dal petto per divorarlo. La successiva spedizione punitiva contro Segna, condotta dal Provveditore Filippo Pasqualigo con l'appoggio di un contingente di cavalleria turca che controllava le vie d'accesso dall'interno, provocò infine l'intervento del plenipotenziario austriaco Tiefenbach, il quale fece giustiziare numerosi Uscocchi e riuscì per l'ultima volta a scongiurare la guerra.

Il fatto che Venezia, tradizionalmente incline alla diplomazia più che alle armi, considerasse ormai inevitabile un conflitto terrestre, si deduce anche dall'insistenza con cui nel 1613 cercò di assicurarsi i servigi del celebre condottiero Pompeo Giustiniani. Dopo aver rifiutato due offerte, Giustiniani accettò infine la terza, pari a 3.000 ducati, e nel marzo 1614 raggiunse Venezia, dove gli fu affidato il comando militare di Candia. La Repubblica contava sul fatto che la Spagna, già impegnata a ovest contro Carlo Emanuele I di Savoia – sostenuto finanziariamente dai veneziani –, non avrebbe aperto un secondo fronte, e che l'Arciduca di Graz non avrebbe potuto contare sull'appoggio dell'imperatore Mattia.

Nel 1615 la situazione precipitò definitivamente: gli Uscocchi arrivarono a spingersi con le loro scorrerie fino a Monfalcone, enclave veneziana in territorio arciducale, mentre i veneziani, nel tentativo di colpire Segna, si trovarono a dover affrontare non solo i pirati, ma anche le truppe regolari dell'Arciduca.

Agosto 1615-ottobre 1616 Nella fase iniziale del conflitto, le operazioni veneziane – condotte da truppe partite da Palma – furono caratterizzate da un approccio offensivo, fondato su rapidità di movimento e effetto sorpresa. Gli arciducali, invece di opporre resistenza su un fronte esteso, preferirono abbandonare numerose città e villaggi – tra cui Cervignano, Aquileia, Porpetto, Maranutto, Mariano, Romans d'Isonzo, Cormons, Medea e Sagrado – per concentrarsi su posizioni più forti e facilmente difendibili. Molti di questi centri si arresero spontaneamente alla Serenissima, senza neppure subire attacchi diretti.

Parallelamente, gli austriaci lanciarono un'offensiva in Istria, dove riuscirono a penetrare agevolmente spingendosi sino a Pola, Duecastelli e Sanvincenti. Tuttavia, una volta respinti, gli Uscocchi devastarono i villaggi circostanti, compiendo saccheggi e distruzioni. Il provveditore veneziano Loredan, per fronteggiare tali incursioni, chiese e ottenne rinforzi consistenti a difesa delll'Istria meridionale: inviò artiglieria a Parenzo e Rovigno, armi a Pola, e viveri e munizioni a Valle e Duecastelli, concentrando le milizie nei presidi di Barbana, Dignano e Sanvincenti.

In Friuli, già nel dicembre, il generale Pompeo Giustiniani minacciava Gorizia e Gradisca, quest'ultima designata come punto nevralgico delle operazioni. L'assalto veneziano alla città-fortezza fu condotto con grande energia, e Giustiniani – sostenendo che fosse lecito non fare prigionieri – non risparmiò nessuno. Tuttavia, nonostante le numerose brecce aperte nelle mura, tutti gli attacchi furono respinti con gravi perdite. Gli assedianti decisero allora di affidarsi allo scavo di gallerie da mina, ma non riuscirono mai a farle brillare a causa delle continue incursioni della cavalleria austriaca, che disorganizzavano il campo veneziano.

La risposta arciducale all'assedio fu rapida e mirata: attraversato l'Isonzo, le truppe di Trautmannsdorf investirono il territorio compreso tra Sdraussina e Sagrado. Il comandante asburgico, invece di affrontare frontalmente i veneziani, cercò di tagliare loro le linee di rifornimento, isolando così il campo d'assedio di Gradisca.

Alla ripresa delle ostilità, nella primavera del 1616, Gradisca risultava ancora sotto assedio. Nonostante l'elevata mortalità tra soldati e civili, nel luglio giunsero rinforzi e tre nuovi pezzi d'artiglieria trasferiti da Gorizia.

Esaurito lo slancio iniziale, le forze veneziane si arrestarono sul fronte del medio Isonzo, attestandosi sui rilievi del monte Cucco, monte Podgora, monte Santo, monte San Gabriele e monte San Michele. Il baricentro delle operazioni si spostò così da Gradisca, rimasta inespugnata, a Gorizia, dove entrambi i comandanti concentrarono progressivamente truppe e mezzi.

Ottobre 1616-settembre 1617 Esaurito lo slancio iniziale, l'esercito veneziano fu costretto a mutare strategia. Il cambiamento avvenne in uno dei momenti più critici per la Serenissima: la morte di Pompeo Giustiniani, determinato a espugnare a ogni costo Gorizia e Gradisca. Il suo successore, Giovanni de' Medici, si dimostrò invece più cauto, guidato da considerazioni di opportunità politica oltre che militare; preferì consolidare le posizioni già conquistate piuttosto che rischiare manovre offensive.

Le truppe veneziane, decimate non tanto dai combattimenti quanto dalle febbri e dalle privazioni, furono rinforzate nel maggio del 1617 con un reggimento di 3.000 soldati olandesi provenienti dalle Province Unite, al comando del conte Giovanni di Nassau. Sebbene il loro arrivo rinforzasse significativamente l'esercito veneziano, gli ufficiali della nobiltà veneziana li guardavano con diffidenza: li giudicavano indisciplinati, avidi e poco efficaci in battaglia – un giudizio che si sarebbe presto rivelato ingiusto.