La storia dell'istruzione in Italia si riferisce all'evoluzione dell'istruzione scolastica in Italia a partire dal periodo medioevale fino ai giorni nostri.

Medioevo Nel medioevo, l'istruzione e la scolarizzazione in Italia erano fornite interamente dalla Chiesa, e non è documentata l'esistenza di scuole laiche.

In maniera sintetica, si può dire che vi erano solo tre tipi di scuole (religiose): scuole parrocchiali, che fornivano un'alfabetizzazione di base, scuole vescovili, scuole cenobiali dell'ordine benedettino.

Le scuole parrocchiali davano un'istruzione limitata, ma erano comunque le uniche accessibili, per quanto la maggioranza delle famiglie non potesse permettersi di rinunciare al lavoro dei figli anche in giovanissima età. La condizione normale per la gran parte della popolazione in tutta Europa era, quindi, l'analfabetismo. La funzione delle scuole religiose era essenzialmente la preparazione del clero, o meglio di una sua parte minoritaria. Alcune delle scuole vescovili e cenobiali ammettevano però come studenti anche alcuni laici. Il livello medio di istruzione era comunque molto basso anche tra i nobili, tra i quali era diffuso l'analfabetismo. Alcune famiglie assumevano però religiosi come precettori privati per i propri figli.

La situazione della scuola inizia a cambiare nel XII secolo e si trasforma profondamente nel corso del secolo successivo. Nell'ambito delle scuole religiose, mentre le scuole parrocchiali tendono a sparire, per l'insegnamento superiore i benedettini vengono affiancati da altri ordini, come i domenicani, che istituiscono anch'essi scuole.

Inoltre anche lo Stato diventa sensibile a questo fenomeno e si assiste ad uno sviluppo abbastanza rapido di scuole laiche a tre diversi livelli, grosso modo corrispondenti alle attuali scuole primaria, secondaria e universitaria.

L'insegnamento elementare laico si sviluppa grazie al moltiplicarsi di scuole sia private che comunali. Ogni scuola impegnava in genere un solo maestro che nel caso delle scuole private viveva solo delle quote pagate dagli scolari. Anche quando la scuola era finanziata dal comune il maestro integrava il suo stipendio con quote dovute dagli studenti in misura fissata dal comune. Un maestro poteva insegnare a cento o centocinquanta scolari. Quando la scuola era comunale e il numero degli scolari era ritenuto eccessivo anche secondo i criteri dell'epoca il comune poteva obbligare il maestro ad assumere un ripetitore, al quale doveva corrispondere una parte (minore) dei proventi.

Nel corso del XIII secolo si svilupparono anche scuole laiche secondarie, rivolte ad alunni già alfabetizzati. Esse erano per lo più di due tipi: scuole d'abaco, nelle quali si apprendevano le tecniche di calcolo con le cifre arabe e i metodi della matematica mercantile. Si tratta di scuole che nacquero in Italia e costituiscono una tradizione della nostra cultura. scuole di grammatica, il cui programma d'insegnamento era basato sullo studio della lingua latina e la lettura di autori classici e soprattutto medievali.

Gli studenti che frequentavano le scuole d'abaco erano poco più della metà del totale. Sia le scuole d'abaco che quelle di grammatica esistevano sia nella forma privata che in quella comunale. Alcuni comuni istituirono anche altri tipi di scuole: ad esempio scuole di giurisprudenza. Naturalmente famiglie ricche e nobili continuavano ad usare precettori privati per i propri figli.

Infine, durante il XI secolo sorsero le università; la prima fu quella di Bologna.

Alla fine del Duecento le scuole religiose, pur rimanendo essenziali per la preparazione del clero, persero ogni importanza per l'istruzione dei laici: riacquisteranno un ruolo importante in questo settore solo all'epoca della Controriforma.

Rinascimento In epoca rinascimentale il sistema scolastico delle città italiane rimase fondamentalmente quello che si era delineato nel corso del Duecento, basato su scuole ecclesiastiche per la formazione del clero e scuole laiche, private e comunali, per i laici, che dopo un primo livello elementare si differenziavano in scuole d'abaco e scuole di grammatica. Il numero di scuole aumentò però notevolmente. Il tasso di scolarizzazione maschile dei ragazzi tra 10 e 13 anni a Firenze nel 1480 può essere stimato intorno al 28%.: il tasso di alfabetizzazione doveva essere superiore poiché non tutti i ragazzi che imparavano a leggere e scrivere andavano ancora a scuola dopo i dieci anni di età. Probabilmente l'alfabetismo maschile non era lontano da quello, stimato intorno al 33%, di Venezia nel 1587.. Una frazione significativa dei ragazzi appartenenti a famiglie di artigiani, negozianti e operai frequentavano scuole regolari. La percentuale delle ragazze che frequentavano scuole tra i sei e quindici anni era invece bassissima.

Sulla distribuzione degli scolari tra scuole private e comunali si hanno pochi dati. Sappiamo che nel 1587 a Venezia gli scolari che frequentavano scuole private erano l'89%, ma probabilmente una percentuale così alta era tipica di grandi città, mentre il peso delle scuole comunali era maggiore nei piccoli centri..

Un'importante novità del Cinquecento fu l'apparire di scuole comunali gratuite: Lucca, ad esempio, nella prima metà del secolo aveva sei maestri comunali di latino ai quali aveva proibito di esigere pagamenti dagli alunni.. A Milano le scuole pubbliche si tenevano al Broletto. I 'ruoli' dei docenti sono stati scoperti ed editi nel 1998.

I programmi di insegnamento nelle scuole di grammatica (ossia di latino) furono profondamente modificati con il diffondersi degli Studia humanitatis: gli autori medievali furono eliminati dai programmi, nei quali acquistarono invece importanza, accanto ai poeti (già letti anche nel Medioevo) i prosatori di epoca classica: Cicerone in primo luogo, ma anche altri oratori e storici. La lettura di autori come Cesare, Sallustio e Valerio Massimo fu la prima forma in cui lo studio della storia entrò nella scuola.

Un'altra importante novità fu il sorgere di scuole umanistiche, di livello superiore a quelle di grammatica, che si avvalevano spesso di umanisti di fama: alcune erano scuole-convitto private, come la famosa Casa Giocosa fondata e diretta da Vittorino da Feltre e altre erano pubbliche: a Venezia, in particolare, nel 1446 sorse la prestigiosa Scuola grande di San Marco, dove insegnarono illustri intellettuali come Giorgio da Trebisonda, Giorgio Valla e Marco Musuro. Non solo in scuole di questo livello ma anche in una percentuale piccola ma significativa di scuole di grammatica fu introdotto lo studio del greco.

Bisogna ricordare che le scuole d'abaco non sempre costituivano una scelta alternativa a quella dello studio del latino: un intellettuale come Niccolò Machiavelli aveva frequentato, oltre alle scuole di grammatica, anche una scuola d'abaco.

Le scuole della Riforma cattolica Un primo limitato intervento dei religiosi nel settore dell'istruzione dei laici risale alla fine del Quattrocento e consistette nell'istituzione delle scuole di dottrina cristiana, che funzionavano solo la domenica e gli altri giorni festivi, il cui scopo principale era l'insegnamento del catechismo ai ragazzi del popolo; poiché insieme al catechismo vi si insegnava anche a leggere e scrivere esse dettero un contributo alla riduzione dell'analfabetismo.

Importanza ben maggiore nella storia delle istituzioni scolastiche ebbero le scuole istituite, nell'ambito della Riforma cattolica, dai gesuiti e successivamente da altri ordini religiosi.

Il primo collegio dei gesuiti fu inaugurato a Messina nel 1548: nel 1600 i collegi aperti in Italia erano 49 ed erano diventati 111 alla fine del Seicento.. I collegi avevano in genere due-trecento iscritti ciascuno, mentre l'istituzione educativa più prestigiosa, il Collegio Romano (fondato nel 1551), alla fine del Cinquecento aveva 1500 allievi. All'inizio i gesuiti insegnavano anche a leggere e scrivere, ma abbastanza rapidamente fu abolito l'insegnamento elementare e i collegi si trasformarono in istituzioni rivolte a ragazzi dei ceti medi e soprattutto superiori (molti collegi erano riservati ai nobili) già alfabetizzati e con conoscenze elementari di latino, ai quali fornivano un'istruzione di alto livello. I programmi e i metodi didattici da applicare in tutti i collegi della Compagnia furono codificati nella Ratio Studiorum. Gli studenti erano divisi in cinque classi successive: tre di grammatica, una di umanesimo e una di retoricaProgrammi e metodi di insegnamento dei professori delle varie classi sono esposti in Ratio atque Institutio studiorum societatis Iesu. Ordinamento degli studi della compagnia di Gesù. Testo latino a fronte. Milano, BUR, 2002.. La permanenza in ciascuna classe dipendeva dai risultati conseguiti, ma in media era di un anno, tranne la classe di umanesimo, nella quale si rimaneva in media due anni. I ragazzi iniziavano la scuola a 10-11 anni e la terminavano in media a 16-17 anni. I programmi, uguali in tutti i collegi, riprendevano sostanzialmente quelli delle scuole umanistiche rinascimentali. Le principali innovazioni consistevano nell'inserimento di un insegnamento religioso e nello studio regolare del greco. Le lezioni si svolgevano in latino e non vi era posto per il programma svolto, tradizionalmente in volgare, nelle scuole d'abaco. Dopo la conclusione degli studi in un normale collegio gli studenti interessati (in genere membri del clero) potevano continuare gli studi in alcune istituzioni superiori, come il Collegio Romano, che offrivano corsi di logica, filosofia, teologia ed ebraico.

Altri ordini religiosi si occuparono dell'istruzione in volgare dei ragazzi dei ceti popolari. Particolarmente importanti furono le Scuole pie fondate da Giuseppe Calasanzio, nelle quali, dopo avere imparato a leggere e scrivere e l'abaco (ossia l'aritmetica), gli allievi potevano iniziare a lavorare o proseguire negli studi seguendo un programma di latino.. Col tempo gli scolopi (come fu detto l'ordine fondato da Calasanzio) aggiunsero nelle loro scuole insegnamenti più avanzati, ma non rinunciarono mai all'insegnamento elementare e a quello dell'abaco.

Nel Seicento, grazie anche al contributo di altri ordini, come i barnabiti e i somaschi, l'offerta di istruzione si era notevolmente accresciuta e i religiosi avevano riassunto un ruolo predominante nella scuola italiana, che fu incontrastato almeno fino alla seconda metà del Settecento.

Nel seicento, tra l'altro, in materia di istruzione in Italia, ricordiamo la figura della veneta Elena Lucrezia Cornaro (1646-1684), che fu la prima donna laureata al mondo.

Le riforme dei principi illuminati Nel Settecento iniziò l'istituzione di scuole pubbliche promosse e controllate dallo Stato (e non dai comuni, come era accaduto già dal Medioevo).

Lo Stato italiano che inaugurò la nuova politica scolastica nella penisola fu il Regno di Sardegna: una serie di riforme attuate da Vittorio Amedeo II di Savoia dal 1717 al 1727 istituirono scuole laiche statali di vario grado e un apposito "Magistrato" incaricato di vigilare contro la possibile ingerenza di ordini religiosi nella materia..

Nella seconda metà del secolo l'espulsione dei Gesuiti da molti stati (iniziata nel 1767 con il provvedimento preso nel Regno di Napoli) e poi la bolla papale del 1773 Dominus ac Redemptor, con il quale l'ordine fu soppresso, ebbero grande rilevanza nel generale processo di "secolarizzazione dell'istruzione", anche se il più delle volte i gesuiti furono sostituiti da altri ordini religiosi, anche per la difficoltà di trovare un adeguato numero di insegnanti laici.

Nel Ducato di Parma e Piacenza, fu soprattutto Ferdinando I di Parma (1765-1802) ad organizzare una scuola pubblica e laica, in particolare creando nel 1768 a Piacenza la Scuola San Pietro, un istituto superiore laico che andava a sostituire il Collegio Piacentino dei Padri Gesuiti, fondato nel XVI secolo.