Il termine diabete deriva dalla lingua greca e significa "che passa attraverso", in altri termini, notando che i sintomi prevalenti di esordio erano le molte urine (poliuria) e il dimagrimento progressivo, i medici greci, tra i quali il principale fu Aretheus di Cappadocia, immaginarono che il corpo "si sciogliesse in acqua" dal verbo "diabaino", sciogliersi, passare attraverso. Sotto la voce diabete sono riportate diverse patologie che corrispondono a due quadri clinici diversi: il diabete tipo 1 - conseguente alla impossibilità dell'organismo di produrre insulina; il diabete tipo 2 - in cui l'insulina prodotta non è sufficiente a regolarizzare le glicemie. Nel primo caso la terapia non può fare a meno dell'utilizzo di insulina fornita dall'esterno. Nel secondo caso è a volte possibile gestire o avere una remissione del diabete con dieta, esercizio fisico e compresse ipoglicemizzanti ".; nella lingua latina questa malattia è stata identificata con il termine diabetes, che significa "sifone".

Etimologia e definizione Gli antichi usavano questa terminologia particolare per descrivere la malattia perché erano stati sicuramente colpiti dalla caratteristica forse più evidente di questa malattia, cioè l'abbondante quantità di urina emessa ogni giorno da un diabetico, in termini tecnici la poliuria.

Tutto ciò non si discosta dalle principali definizioni di Diabete date nei secoli precedenti il nostro: nel 1883 il Dictionnaire encyclopédique des sciences médicales parla del diabete in questi termini: «Diabete è un termine generico che comprende molte specie distinte, le cui caratteristiche comuni sono: un aumento della sete e della fame, un'esagerata, talvolta eccessiva, secrezione renale, una modificazione variabile delle componenti dell'urina e infine una cachessia consuntiva, che chiude la scena dopo un tempo estremamente variabile, se il paziente non è già morto a causa di una delle numerose e terribili complicanze, così frequenti nel corso della malattia».. Nel 1980 invece l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) definisce il diabete «uno stato di iperglicemia cronica sostenuto da fattori genetici ed esogeni che spesso agiscono insieme»., definizione ultima derivante da numerosi e accurati studi su questa malattia che hanno portato a rintracciarne anche una componente ereditaria.

Il diabete nell'antichità Il rapporto fra diabete e antichità ha sicuramente un merito nel fatto che già allora sintomi come eccessiva sete (polidipsia) e poliuria erano associati alla presenza di questa malattia; ciononostante bisogna segnalare un grande limite, cioè l'ignorare la presenza di glucosio nel sangue e nelle urine. Come sempre nella storia esistono le eccezioni, infatti nella Medicina Indiana ricorreva il termine "urina di miele". proprio per indicare il sapore mellito delle urine dei diabetici. Sushruta, leggendario medico indiano, parlava del madu méhé. (diabete) come della malattia dei ricchi, proprio perché questi erano maggiormente colpiti da questa malattia visto che consumavano maggiori quantità di riso, farina e zucchero. Un particolare interessante rilevato da questo medico era che le formiche erano solite raggrupparsi attorno all'urina dei diabetici.

Anche la Medicina Cinese, che chiamava il diabete "malattia della sete"., era legata ad un particolare molto simile: infatti aveva notato che l'urina diabetica era così zuccherina da attirare i cani per strada. Il mondo Greco, oltre ad aver dato un nome alla malattia (i diabetici erano chiamati Διαβέτικοι), non ha prodotto personalità di spicco dedite allo studio e alla cura di tale malattia: basti pensare che il "padre della medicina" Ippocrate ha parlato solo della poliuria, ma mai di diabete vero e proprio; troviamo traccia di questo in un suo aforisma: «Se l'urina è acquosa o più abbondante di quanto dovrebbe essere in rapporto a ciò che al paziente è prescritto di bere, significa che il paziente non segue le prescrizioni, e beve più del necessario, oppure che egli non può assorbire le bevande».

Nel mondo Latino invece spicca in particolare la figura di Areteo di Cappadocia, grazie al quale si ha la descrizione della malattia più completa a quel tempo. I Latini non adoperavano molto il termine diabete per designare questa malattia, preferivano piuttosto perifrasi come profluvium urinae. o, come diceva Aulo Cornelio Celso, nimia profusio urinae (eccessiva profusione di urina). Gli unici ad usare il termine diabete sono stati Areteo di Cappadocia e Galeno; in particolare il primo ne è stato il divulgatore e per primo ne ha compreso l'etimologia greca e latina; per questo motivo nell'ambito della storia della medicina gliene si può attribuire la paternità. Per quanto concerne la descrizione della malattia, egli parla del dimagrimento spiegandone la causa in questi termini: «in questa affezione, […], le carni e le parti solide del corpo si fondono trasformandosi in urina».; cerca inoltre di dare una spiegazione della disidratazione di cui soffrivano i diabetici del tempo dicendo che «i malati patiscono una sete intollerabile, ma le bevande che assumono sono sempre inferiori alla quantità di urina che emettono»..

In termini di eziologia della malattia, secondo questo medico latino la causa era da rintracciare in "certe sostanze deleterie che attaccano di preferenza i reni e la vescica"., ipotizzando che fra queste sostanze la più probabile causa della malattia fosse il veleno delle vipere il quale effettivamente provocava una sintomatologia molto simile. Inoltre egli rintracciò nello stomaco la causa dell'incessante sete che colpiva i diabetici e per lenire questa sete egli raccomandò la consumazione di frutta e vino dolce, commettendo inconsapevolmente un gravissimo errore. Galeno invece durante i suoi studi sulla malattia osservò che la causa del diabete è nei reni: «Quando i reni non sono più in grado di trattenere urina al loro interno, dovremo parlare di una loro atonia; escludendo dal discorso gli altri organi da cui passano le bevande». e ancora più esplicitamente egli afferma appunto che «il diabete è una malattia propria dei reni»..

Diabete fra Medioevo e Rinascimento Il periodo Medievale vede i maggiori progressi in questo campo provenienti dal mondo arabo; in particolare, il miglior medico islamico del tempo, Avicenna, nel suo Canon Medicinae parla di "urine mellite"., intuendo perciò la presenza di zucchero nelle urine e rintracciando la causa della malattia nel fegato. Si dedicò alla medicina all'età di 16 anni e non solo imparò la teoria medica, ma dall'assistenza gratuita ai malati scoprì nuovi metodi di cura. Durante il periodo Rinascimentale il veneziano Vittore Trincavelli sfiora la scoperta basandosi proprio sull'assaggio delle urine. Nello stesso periodo Paracelso, grazie ai suoi studi sul diabete, è riuscito in una scoperta sensazionale che purtroppo ha mal interpretato: egli era riuscito a trovare delle alterazioni nel sangue che aveva attribuito alla presenza di una sostanza salina, quando verosimilmente si trattava di glucosio.

Il Settecento e lo zucchero nelle urine Risale agli ultimi anni del 1600 la prima di una serie di scoperte che metteranno capo ad una vera e propria svolta nella conoscenza e nella cura di questa malattia a partire però dal secolo successivo. Thomas Willis nel 1674 scoprirà la presenza di zucchero nelle urine dei diabetici, cioè la caratteristica fondamentale di questa patologia che nessuno prima di lui aveva ancora individuato con certezza. «L'urina era straordinariamente dolce, come se contenesse zucchero o miele». diceva a tal proposito dopo aver condotto queste analisi con l'assaggio delle urine; egli inoltre credeva che il diabete non fosse una malattia dei reni ma del sangue che si liquefà e passa attraverso i reni con tutti i "sali" in esso contenuti. Ciò che è importante sottolineare è che Willis non ha scoperto "chimicamente" lo zucchero nelle urine ma l'ha individuato.

Oltre questa scoperta, che verrà raccolta e meglio approfondita nell'800, a questo medico inglese va il merito di aver dato luogo alla distinzione fra diabete "anglicus". (termine coniato da Willis per indicare quello che Cullen chiamerà diabete "zuccherino"., oggi corrispondente al diabete mellito) e diabete "insipido" (denominato così ancora oggi). Sostanzialmente il Settecento non è stato un secolo molto prospero per la storia del diabete a parte l'individuazione dello zucchero nelle urine; infatti l'innumerevole quantità di teorie sviluppate sono state l'emblema di un sostanziale brancolamento nel buio, dal quale si comincerà ad uscire solo negli ultimi anni di questo secolo.

Thomas Sydenham ad esempio credeva che il diabete fosse una malattia dovuta alla cattiva assimilazione del chilo, che portava perciò al dimagrimento; Sauvages, invece, riuscì solo a dare una classificazione molto complicata delle sette forme di diabete possibili, tra cui ricordiamo il diabete "legittimo". e quello "inglese". Lo scozzese William Cullen considerò il diabete come una neuropatia, e secondo la sua teoria gli spasmi giocavano un ruolo fondamentale nell'eziologia della patologia in questione. Ciononostante è importante ricordare questo personaggio perché, se Willis ha segnalato la presenza di zucchero nelle urine, Cullen definisce questa presenza patognomica per la malattia che definisce tra l'altro idiopatica; infatti, non avendo trovato una vera causa anche dopo aver preso in considerazione varie teorie, egli affermò: «La causa prossima del diabete è così poco nota o così poco certa, che non mi è possibile proporre alcun metodo razionale per guarirlo»..

La svolta della prima metà dell'Ottocento Durante gli ultimi anni del 1700 è stata dimostrata chimicamente la presenza di zucchero nelle urine grazie agli esperimenti di Pool e Dobson nel 1775, di Thomas Cawley nel 1778 e di Frank nel 1791. L'inglese Matthew Dobson riuscì a dimostrare la presenza di zucchero nelle urine usando metodologie come l'evaporazione delle stesse e dimostrando anche che esso non si forma nei reni, bensì nel sangue dei diabetici; secondo la sua teoria quindi tutta la sostanza zuccherina proveniente dal chilo si accumulerebbe nel sangue per fuoriuscire poi tramite le urine. Thomas Cawley, oltre ad aver condotto esperimenti per tale scopo, è stato il primo a trovare un nesso tra il diabete mellito e il malfunzionamento del pancreas, dovuto secondo lui alla presenza di calcoli in quest'organo. Nel 1800 Nicolas e Gueudeville, con le loro ricerche, dimostrarono che lo zucchero presente nell'urina non è saccarosio, come si era creduto fino a quel momento, ma qualcosa di diverso a cui i due studiosi non diedero un nome. Nel 1815 Chevreul dimostrerà che esso è glucosio o "zucchero d'uva"..

Nello stesso periodo emerge un clinico inglese, medico della marina britannica, John Rollo, portatore di essenziali novità: per prima cosa, egli cerca di curare il diabete con una dieta molto rigorosa, cura innovativa ma certo non del tutto adeguata, come dimostreranno le scoperte moderne; inoltre egli è l'inventore della cosiddetta "teoria gastrica", secondo la quale la causa del diabete è da rintracciarsi nello stomaco. Nella sua pubblicazione sul diabete, An account of two cases of diabetes mellitus., egli porta a compimento quello che si può considerare il primo tentativo scientifico di spiegare la patogenesi della malattia: i capisaldi della sua teoria sono che essa si può curare solo con la dieta, che la materia zuccherina presente nelle urine ha origine nello stomaco e che i reni sono colpiti secondariamente. Oltre a tutto questo, egli è l'inauguratore di tutta una serie di esperimenti che investono la prima metà del XIX secolo, cioè la ricerca e la scoperta del glucosio nel sangue: egli conduce la sua ipotesi sul fatto che il sangue di un individuo sano, se conservato, va incontro a putrefazione, mentre quello di un individuo diabetico si conserva grazie alla presenza di una sostanza resinosa.