Giunse al potere dopo aver sconfitto il fratellastro Huáscar nella guerra civile scoppiata dopo la morte del padre Huayna Cápac, colpito da una malattia infettiva (probabilmente vaiolo). Regnante de facto dal 1532 al 1533, non può essere propriamente considerato un Qhapaq Inca (imperatore), dal momento che non ottenne la carica né in seguito a una eredità diretta, né per una sorta di abdicazione a suo favore da parte del suo predecessore. È famoso soprattutto per il riscatto che promise a Francisco Pizarro in cambio della sua liberazione: un volume di oro e argento pari a quello della stanza dove era rinchiuso. Tuttavia, il riscatto non giunse in tempo e Atahualpa venne giustiziato, dopo essersi battezzato in extremis (sotto promessa di commutazione della condanna al rogo in uccisione per strangolamento).

Ascendenza di Atahualpa Secondo Garcilaso Inca de la Vega, le cui conclusioni sono state confermate da Agustín de Zárate e da Francisco López de Gómara, Atahualpa era figlio di Huayna Cápac e di Pacha, l'erede al trono di Quito (capitale dell'attuale Ecuador) dove, sempre secondo tale leggenda, sarebbe nato.

Poiché la principessa Pacha era la figlia legittima dell'ultimo sovrano del regno di Quito, il defunto Cacha Duchicela, sconfitto da Huayna Capac, Atahualpa sarebbe stato, per parte di madre, il legittimo erede dei territori del Nord dell'impero. Questa versione è oltremodo apprezzata dai moderni storici ecuadoriani che hanno fatto di Atahualpa un eroe nazionale, ma non trova altrettanti consensi tra i più accreditati studiosi di storia incaica.

Secondo la maggior parte dei cronisti spagnoli, con in testa Sarmiento de Gamboa e Juan Diez de Betanzos, Atahualpa era invece figlio di Huayna Cápac e di Palla Coca, una principessa di Cuzco, la capitale dell'impero incaico, dove il principe avrebbe visto la luce. La madre proveniva forse dalla prestigiosa famiglia Panaca detta Hatun Ayllo, fondata dal nono sovrano della dinastia, il famoso Pachacútec.

Cieza de León, da parte sua, afferma che il principe era nato a Cuzco ma gli attribuisce come madre una concubina di Huayna Capác, nativa del Nord dell'Impero, indicata genericamente come una "quillaco", epiteto, piuttosto dispregiativo, che gli Inca riservavano agli abitanti della regione di Quito. Questo autore, di solito molto attendibile, ha però attinto le sue informazioni da alcuni nobili del Cuzco ostili ad Atahualpa.

L'ipotesi di Betanzos sembra quella maggiormente accreditata, data la posizione dell'autore: egli infatti aveva sposato una principessa inca, già promessa sposa di Atahualpa. Per suo tramite aveva accesso alle informazioni più riservate sulla genealogia del defunto sovrano. La sua versione è del resto confermata da Sarmiento de Gamboa, altro illustre cronista che aveva concorso a stilare le famose Informaciones, raccolte direttamente presso gli indigeni, dal viceré Francisco de Toledo, per conto della Corona spagnola.

Inca de La Vega fornisce di Atahualpa il ritratto di un uomo sanguinario che, per ambizione di potere, uccise con determinazione un grande numero di parenti di sangue reale, tra fratelli, zii e nipoti.

Il giovane Atahualpa Atahualpa, comunque, se ne andò da Cuzco assieme al padre, all'età di circa 10 anni e si trasferì a Quito, partecipando alle numerose campagne militari che si svolsero nel Nord del paese. Molti dei territori conquistati da Tupac Inca Yupanqui, lungi dall'essere assimilati all'impero, alla morte di questo sovrano si erano, di fatto, sottratti all'autorità degli Inca e andavano nuovamente assoggettati. Furono necessarie numerose campagne militari per fissare definitivamente le frontiere dell'impero, al confine Nord.

Il giovane Atahualpa ebbe modo di provare la sua attitudine al comando militare in diverse occasioni. Conobbe anche la sconfitta e, in una occasione fu salvato, in extremis, dall'intervento provvidenziale di una armata di rincalzo, comandata da Huayna Cápac in persona, ma per coraggio e determinazione si impose all'ammirazione dei soldati e ne conquistò la fiducia e l'affetto.

Durante queste campagne frequentò e apprese gli insegnamenti dei più stimati generali dell'esercito Inca e seppe guadagnarsene la stima in posizione di reciprocità. Tre di questi, in special modo, Quizquiz, Chalcochima e Rumiñahui, si legheranno a lui incondizionatamente e saranno i pilastri dei suoi futuri successi.

Successione al Regno

Alla morte di Huayna Cápac si presentò drammaticamente il problema della successione. L'anziano imperatore, contrariamente ai suoi predecessori, non aveva associato alla conduzione dell'impero nessuno dei potenziali eredi. Colpito, sembra, da un'epidemia di vaiolo aveva indicato come successore Ninan Cuyuchi, il maggiore dei suoi figli, ma questo principe sopravvisse al defunto imperatore solo pochi giorni, stroncato dalla stessa mortale malattia.

Huáscar, già residente a Cuzco, era diventato l'erede legittimo, ma Atahualpa, che aveva il favore dei militari, avanzava pretese sui territori del regno di Quito che, asseriva, gli erano stati affidati dal padre e che non aveva alcuna intenzione di abbandonare.

Le spoglie di Huayna Cápac furono condotte nella capitale per esservi inumate con la consueta pompa riservata agli imperatori defunti, ma tra i dignitari che accompagnavano il corteo funebre non figurava Atahualpa. Il figlio del re, paventando un pericolo per la sua vita, aveva preferito restare a Quito, circondato dagli eserciti fedeli.

A Cuzco le sue rivendicazioni furono sostenute dalla potente famiglia imperiale della madre, Hatun Ayllo, ma ancor più trovarono appoggio nella minacciosa presenza degli eserciti del Nord, che si erano pronunciati a suo favore.

Senza spargimento di sangue si giunse ad una tacita spartizione dell'impero, che vide il Regno di Quito reggersi autonomamente, sotto l'autorità, solo formale, di Cuzco.

Lo status quo si mantenne per alcuni anni, ma Huascar si dimostrava sempre più insofferente per la limitazione della sua autorità, malgrado Atahualpa avesse evitato di compiere atti che potessero pregiudicare in qualche modo la situazione.

Il sovrano di Cuzco era probabilmente sobillato dalla fazione aderente alla Panaca Capac Ayllo, la famiglia di Tupac Inca Yupanqui, da sempre nemica acerrima di quella dell'Hatun Ayllo, schierata con Atahualpa. Probabilmente alla determinazione del suo agire concorsero anche le mire del capo della nazione Cañari, uno stato cuscinetto al confine tra le zone di influenza dei due fratelli, che ambiva a riguadagnare la propria indipendenza e che alimentava ogni sorta di provocazione tra entrambi i contendenti.

La crisi si determinò quando Atahualpa inviò una delegazione alla corte del fratello, per assicurare la propria fedeltà, ma anche per richiedere una maggiore indipendenza. I suoi incaricati portavano importanti doni ma Huascar, irato, li fece a pezzi e, proferendo accuse insensate, tacciò i dignitari di tradimento, pretendendo una confessione. Alle loro sdegnate proteste reagì facendoli dapprima sottoporre alla tortura e, successivamente, condannandoli alla pena capitale. Uno di loro, risparmiato allo scopo, doveva raggiungere Atahualpa intimandogli di recarsi subito al Cuzco, pena la morte, e doveva consegnargli, per sommo spregio, un dono singolare: degli abiti femminili da indossare all'atto del suo ingresso nella capitale.

Era la guerra, che scoppiò quando Atahualpa vide arrivare il primo esercito inviato a catturarlo, sotto la guida del generale Atoc.

Guerra civile

Nel primo scontro gli eserciti di Quito esordirono subendo una severa sconfitta. Ma i generali di Atahualpa, Quizquiz e Chalcochima, veterani di tante battaglie, riuscirono in breve a rovesciare la situazione e a portare la guerra entro i confini stessi dell'impero degli Inca.

Il conflitto fu oltremodo cruento: le pianure, luoghi delle battaglie, furono coperte dalle ossa dei soldati caduti, a testimonianza delle perdite in vite umane da entrambe le parti.

Huascar non sembrò capire pienamente la situazione e si intestardì in una tattica avventata. Ad ogni sconfitta ricostituiva in fretta una nuova armata per rispondere all'avanzata dell'avversario, che puntualmente sgominava il nuovo esercito. Solo quando le armate di Quito furono a ridosso di Cuzco si rese conto della drammaticità della situazione e si sforzò di mobilitare tutto l'impero per costituire una forza che risultasse numericamente preponderante.

Era quasi riuscito nell'intento, ma la sorte non fu dalla sua parte. Improvvisatosi comandante supremo, si spinse audacemente incontro al nemico con le insegne spiegate. Ma venne riconosciuto da Chalcochima, generale di Atahualpa. L'accorto militare, tralasciando il campo centrale della battaglia, concentrò tutte le sue truppe sul luogo dove Huascar dirigeva i suoi soldati e, con un audace colpo di mano, riuscì a catturarlo vivo.

La guerra era finita e agli eserciti di Quito non restò che entrare trionfanti a Cuzco, che peraltro fu risparmiata dal saccheggio. La stessa magnanimità non fu però riservata ai fedeli di Huascar, che furono trucidati a centinaia, mentre lo stesso sventurato sovrano dovette sopportare oltraggi e umiliazioni, e a vedere le proprie mogli e i figli trucidati davanti a sé.

Gli Spagnoli erano frattanto entrati in Perù.

La fine del Regno L'ambasceria di Hernando de Soto Durante le ultime fasi della guerra, Atahualpa era rimasto lontano dalla zona delle operazioni. Non si trattava di un eccesso di prudenza, ma piuttosto di un'accorta strategia, in quanto i territori conquistati dalle sue armate andavano controllati. Ad ogni battaglia vittoriosa, Quizquiz e Calicuchima si avvicinavano sempre più alla capitale dell'impero, ma si lasciavano dietro vaste zone ostili che avrebbero potuto sollevarsi, compromettendo la loro sicurezza. Per evitare sorprese, un potente esercito comandato da Atahualpa in persona, con l'ausilio di Rumiñahui, uno dei suoi generali più esperti (e, secondo alcuni autori, suo primo cugino), provvedeva a guardare loro le spalle presidiando i territori appena conquistati.

Quando gli giunse la notizia della vittoria finale, Atahualpa non mostrò troppo desiderio di recarsi subito nella capitale espugnata. Forse temeva che la guerra potesse ancora serbare delle sorprese, oppure non voleva trovarsi personalmente coinvolto nella sanguinosa epurazione che i suoi generali stavano ultimando.

Vi era anche un altro motivo che gli consigliava di non lasciare sguarnite le frontiere del Nord. Era stato infatti avvertito dell'arrivo di strane genti, giunte dal mare su enormi case galleggianti che stavano soggiogando le zone costiere. I resoconti parlavano di una razza straniera, bianca e barbuta, con strani bastoni lucenti che provocavano il tuono e la folgore e con ancora più strani ed enormi animali dai piedi di argento. La fantasia degli indigeni aveva tradotto così l'immagine degli archibugi e dei cavalli provvisti di ferri agli zoccoli.

Il sovrano Inca aveva cercato di ottenere informazioni più precise al riguardo, inviando degli esploratori e chiedendo ai capi locali delle relazioni sulla situazione. I suoi informatori lo avevano tranquillizzato. Innanzitutto non si trattava di divinità, come si era in un primo momento supposto, in quanto i nuovi venuti, per strani che fossero, si comportavano in tutto e per tutto come degli uomini normali: avevano fame, sete e non erano in grado di fare dei miracoli. Quanto alla loro pericolosità, si poteva stare tranquilli. Erano pochissimi, poco più di un centinaio, e le loro armi non erano così micidiali come si era temuto. I bastoni di argento dovevano essere armati ogni volta, con grande lentezza e non erano più precisi di una buona freccia. Anche i loro animali non erano poi così temibili perché non potevano agire di notte e non uccidevano nessuno. Si pensava che fossero necessari ai loro padroni per spostarsi, in quanto questi ultimi erano troppo deboli per farlo da soli.