La storia della chirurgia estetica inizia fin dai tempi antichi. Ne troviamo infatti cenno nei testi sacri indiani Veda e nel Corpus Hippocraticum. Intorno al XVI secolo la chirurgia estetica era nelle mani di barbieri e mestieranti come gran parte delle procedure chirurgiche. Oltre che per un miglioramento estetico, la chirurgia estetica fu vista, soprattutto negli Stati Uniti di fine Ottocento e inizi Novecento, come possibilità di assimilazione sociale.
Le origini
È in India che si fa risalire la pratica della chirurgia estetica: nei testi sacri, i Veda vi sono riferimenti espliciti a tentativi di innesti cutanei per fini ricostruttivi.Majno Guido, The Healing Hand, Man and Wound in the Ancient World, President and Fellows of Harvard College, 1982, p. 288. Mentre secondo alcuni la chirurgia estetica e ricostruttiva sarebbero nate al fine di ricostruire o riparare parzialmente determinate parti del corpo danneggiate a causa dell'usuale pratica indiana della "mutilazione giudiziaria" (ossia l'amputazione di parti del corpo, tra cui principalmente il naso, in seguito alla trasgressione di alcune leggi Manu), altri reputano che queste discipline, inizialmente, videro la luce per ricostruire i lobi lacerati delle orecchie, danneggiati dall'eccessivo uso di orecchini estremamente pesanti. Per far ciò veniva utilizzato il cosiddetto metodo indiano; per la ricostruzione dell'orecchio il medico prelevava un lembo di guancia, sterilizzata con acqua calda e farina di riso fermentata, e successivamente la impiantava nella zona danneggiata usando miele, burro e polvere di argilla cotta, il tutto coperto da vari strati di lino e cotone.Majno Guido, The Healing Hand, Man and Wound in the Ancient World, President and Fellows of Harvard College, 1982, p. 288-291.
La "rinoplastica" effettuata da Sushruta (definito iniziatore della chirurgia, tra cui anche quella estetica, vissuto tra l'800 e il 600 a.C.), invece, consisteva nel taglio di un lembo cutaneo sulla fronte del soggetto, successivamente ruotato e modellato mediante gambi di gigli e ali di uccelli per costruire prima la punta del naso e, in secondo tempo, per definire le narici e dare spessore alla zona in prossimità delle ossa nasali. Il Sushruta Samhita, documento del chirurgo indiano Sushruta, è da considerarsi il primo vero trattato di chirurgia estetica.Majno Guido, The Healing Hand, Man and Wound in the Ancient World, President and Fellows of Harvard College, 1982, p. 291-292. In esso Sushruta descriveva anche le procedure di cauterizzazione, di amputazione, di suturazione, l'arte della flebotomia e l'arte dell'estrazione.Rutkow Ira M., Storia Illustrata della Chirurgia, Antonio Delfino Editore, 1996, p. 67-68.
In Grecia, nel Corpus Hippocraticum, Ippocrate fa riferimento a deformità e malformazioni del volto, citando tecniche ricostruttive derivanti proprio dall'India.
Nell'antica Roma poi, due dei più grandi medici del tempo, Galeno e Celso, si interessarono di ricostruzioni a fini estetici, tra cui correzioni del labbro, interventi alle orecchie e al naso.
Con il crollo dell'impero romano la chirurgia, applicata nei campi di battaglia e sui gladiatori, ebbe una fase di stallo.
Fu nell'XI secolo, grazie all'intensificarsi dei rapporti tra Oriente e Occidente, che si avviò un sincretismo culturale che diede grandi risultati anche in ambito medico. L'arrivo degli arabi nella penisola portò con sé anche l'arte e le tecniche mediche da loro praticate. La Scuola salernitana è forse da considerarsi l'esempio più emblematico di questo periodo di fusione del sapere medico arabo, latino, greco ed ebraico.
In questa fase la pratica medica era affidata alla classe religiosa. Erano i chierici coloro che si dedicavano a quest'arte rifacendosi all'antico spirito di carità, che in prima cosa doveva essere materiale. A partire dal XIII secolo però, al clero fu impedito di praticare l'arte chirurgica, ritenendo che quest'attività distogliesse i religiosi dalle loro pratiche quotidiane. Il Concilio di Reims del 1131 sancì ufficialmente questo impedimento, ribadito nuovamente da Innocenzo III con l'editto del 1215. La proibizione dell'attività chirurgica era dovuta in parte anche alla considerazione sociale che questa pratica aveva: in un bando di Firenze del 1574 venne stilata una scala gerarchica dei mestieri, in cui il chirurgo occupava uno dei gradini più bassi. Un altro motivo di rifiuto dell'attività chirurgica a fini ricostruttivi era dovuto al fatto che molti interventi di ricostruzione nasale andavano a coprire un comportamento sessuale immorale: uno dei segni della sifilide, infatti, era proprio la deturpazione del naso.
I Vianeo e i Branca
Fu quindi in questo periodo che la pratica chirurgica passò nelle mani di barbieri e mestieranti che operavano clandestinamente, affidandosi all'esperienza più che ad una conoscenza scientifica. Testimonianza di ciò è data dal medico bolognese Fioravanti, il quale narra ne il Tesoro della vita humana di aver incontrato a Tropea una famiglia che "avevano fatto [dell'arte di rifare il naso] una vera e propria magia": i Vianeo (o Boiano).Cosmacini Giorgio, La Vita nelle Mani: Storia della Chirurgia, Editori Laterza, 1982, p. 128. Nonostante ciò I Vianeo non erano gli unici a praticare ricostruzioni di questo genere; in una lettera del 1503 del poeta Elisio Calenzio si fa riferimento ad un'altra famiglia situata in Sicilia, i Branca. I primi a dedicarsi a questa specialità furono Gustavo e Antonio Branca di Catania (1450) i quali utilizzarono lembi cutanei delle guance e della zona interna della bocca per rivestire le lesioni e ricostruire le narici. Antonio Branca, in particolare, inventò una tecnica che prevedeva l’uso di un lembo peduncolato del braccio che doveva rimanere unito al moncone del naso per un periodo di tempo sufficiente a permettere la ricostruzione e la rivascolarizzazione dei tessuti utilizzati per la ricostruzione della piramide nasale.
Secondo alcuni storici, Fioravanti sarebbe sceso in Sicilia per cercarli, imbattendosi poi, sulla via del ritorno, nei Vianeo. Secondo altre fonti poi, questi ultimi avrebbero tratto insegnamento dai Branca, inviando segretamente un membro della loro famiglia ad imparare. In realtà la tecnica utilizzata dai Vianeo, che consisteva nel prelevare un lembo di pelle dal braccio, posizionato per due settimane vicino al viso in modo da irrorare la pelle che andava ad attecchire, per poi tagliare l'ultimo quarto di lembo, era un'evoluzione della tecnica dei Branca, ancora fedele al “metodo indiano”.
Gaspare Tagliacozzi
Un punto di svolta importante per la medicina estetica si ebbe nel 1597 con la pubblicazione dell'opera De curtorum chirurgia per insitionem del medico Gaspare Tagliacozzi. Quest'opera è da considerarsi il primo trattato di chirurgia estetica occidentale. In esso il medico descrive attentamente la tecnica di ricostruzione nasale che prenderà il nome di "metodo italiano", suddividendola in più fasi.Bynum W.F.and Bynum H., Dictionary of Medical Biography, Volume 5, S-Z, Greenwood Press, 2007, p.1217. Essa traeva spunto proprio dalla tecnica utilizzata dalle famiglie italiane sopra citate ma implementata di numerosi migliorie procedurali tra cui l'utilizzo di strumenti specifici quali le forbici e le tenaglie.
Un'opera del genere poneva interrogativi etici: la medicina aveva il compito di curare, non di migliorare parti del corpo. A tali quesiti il medico bolognese rispondeva sottolineando come interventi di questo genere ridavano integrità ad organi che la natura stessa aveva fornito, permettendo di compiere nuovamente le funzioni a loro attribuite.
Joseph Carpue
Nell'ottobre del 1794 ci si avvicinò a quello che poi venne chiamato metodo indiano di rinoplastica, attraverso una foto comparsa sul giornale Gentleman's Magazine, che insieme a una testimonianza raccontava la storia di un uomo indiano di nome Cowasjee, a cui vennero tagliati il naso e una mano come pena per l'adulterio. L'operazione cominciò applicando uno strato di cera sul moncone di naso, poi posato sulla fronte e venne ritagliato uno strato di pelle equivalente a quello della cera, lasciando una sottile striscia in mezzo agli occhi per consentire la circolazione sanguigna. In seguito venne praticata un'incisione intorno alle narici e la pelle della fronte venne tirata giù capovolta con i lati inseriti nelle incisioni così da formare il nuovo naso. Le particolarità che sono state scoperte dal chirurgo Joseph Carpue riguardavano la durata, gli strumenti utilizzati e in particolare le metodologie di preparazione. Prima dell'operazione infatti fu somministrata una bevanda alcolica e il paziente dovette giacere immobile sul pavimento. Di solito dopo queste operazioni il naso risultava sempre saldo, di buon aspetto e la cicatrice col tempo risulta appena riconoscibile. Carpue era ritenuto insuperabile, in quanto il primo scopritore della chirurgia nasale, anche se Dieffenbach riprendendo il suo lavoro lo perfezionò notevolmente.
La riscoperta della chirurgia estetica e ricostruttiva
Riconoscendo l'importanza della chirurgia in ambito medico, soprattutto grazie lo sviluppo dell'anestesia, la chirurgia estetica trasse un notevole impulso. In particolare il termine plastica, riferito ad un intervento chirurgico, apparve per la prima volta nella monografia di Carl Ferdinand Von Graefe, Rhynoplastik, nel 1818.
La chirurgia estetica, insieme alla chirurgia ricostruttiva, rinacque come arte professionale solo dopo la prima guerra mondiale in risposta alle emergenze scatenate dalle guerre di trincea, tanto gravi dal punto di vista sociale quanto dal punto di vista chirurgico.Haiken Elizabeth, L'Invidia di Venere: Storia della Chirurgia Estetica, Odoya, 2011, p. 29-30. Da ricordare l'istituzione nel 1915, dopo un incontro (suggerito dall'illustre dottor William Osler) tra l'ambasciatore britannico Robert Bacon e il rettore dell'università di Harvard James Lowell, del primo Corpo medico della Royal Army della quale fecero parte numerosi luminari della chirurgia ricostruttiva maxillofacciale definiti come la "prima generazione" di chirurghi plastici, tra cui il chirurgo-dentista Varaztad Kazanjian, ritenuto il fondatore della chirurgia plastica moderna.Haiken Elizabeth, L'Invidia di Venere: Storia della Chirurgia Estetica, Odoya, 2011, p. 43-44.
Lo sviluppo individuale della chirurgia plastica ed estetica cominciò durante la Prima Guerra Mondiale grazie al chirurgo e professore ceco Frantisek Burian. Già nel 1927 il professor Burian costituì in Praga il primo reparto di chirurgia plastica e ricostruttiva nel mondo. Grazie al suo costante impegno, nel 1932 la chirurgia plastica fu riconosciuta come ramo indipendente nella medicina generale. Il professor Burian si dedicò soprattutto allo studio delle deformità della schisi del viso e ai trapianti dei tessuti.