Con decreto del Ministero della Giustizia del 1991, previo parere favorevole del Consiglio Superiore della Magistratura, Pietro Scaglione fu riconosciuto "magistrato caduto vittima del dovere e della mafia". È sepolto nel cimitero dei Cappuccini di Palermo.
Biografia L'ingresso e la carriera nella magistratura Dopo essere entrato in magistratura nel 1928 e dopo avere esordito in aula come pubblico ministero negli anni quaranta, Scaglione indagò sulla banda Giuliano e sulla strage di Portella della Ginestra. Negli anni '50 preparò inoltre dure requisitorie contro gli assassini del sindacalista Salvatore Carnevale, ucciso nel 1955, negli anni del latifondismo e delle lotte contadine per la redistribuzione delle terre. La parte civile della famiglia Carnevale fu rappresentata dal futuro presidente della Repubblica, il socialista Sandro Pertini, e dagli avvocati Francesco Taormina e Nino Sorgi, anche loro socialisti. Si contrapposero ad un altro futuro presidente della Repubblica, il democristiano Giovanni Leone, difensore degli imputati (i campieri della famiglia aristocratica Notarbartolo). L'impianto accusatorio del Sostituto procuratore generale di Palermo, Pietro Scaglione (supportato dalla parte civile) portò al rinvio a giudizio dei dipendenti della principessa Notarbartolo, Giorgio Panzeca, Antonio Mangiafrida, Luigi Tardibuono, e Giovanni di Bella. Il magistrato dimostrò che erano mafiosi, individuò i moventi del delitto, demolì i loro alibi, e evidenziò l'impegno politico e sociale di Carnevale. Tutti elementi che consentirono alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, dove il processo fu celebrato per legittima suspicione, di condannare all'ergastolo tutti gli imputati, accogliendo le intuizioni di Scaglione, Pertini, Sorgi e Taormina. La sentenza fu però, modificata dalla Corte di Assise d'Appello di Napoli e dalla Corte di Cassazione con l'assoluzione per insufficienza di prove dei quattro imputati. Anche il quotidiano L'Ora, nel corsivo del 18 marzo 1962, in occasione della nomina di Scaglione come procuratore capo di Palermo, ricordò "l'elevato contributo che, in veste di accusatore il commendatore Scaglione dette alla istruzione del processo per l'assassinio di Salvatore Carnevale…. Al valoroso magistrato che assume la responsabilità di dirigere la procura della Repubblica di Palermo in un momento di innegabile difficoltà, L'Ora invia i più vivi rallegramenti e cordiali auguri di buon lavoro".
Il pomeriggio del 6 febbraio del 1954, nel carcere dell'Ucciardone a Palermo, il bandito Gaspare Pisciotta, ex esponente di primo piano della banda Giuliano, chiese di parlare con un magistrato: quello di turno in quel giorno era il sostituto procuratore Scaglione. Il colloquio tra i due durò a lungo e prende evidentemente una piega inattesa: Scaglione promise a Pisciotta di tornare in seguito con un cancelliere per verbalizzarne le dichiarazioni (una diversa rappresentazione dei fatti venne segnalata in un articolo di stampa dell'epoca che riportò, invece, come Pisciotta non fece alcuna dichiarazione in quanto avrebbe voluto parlare esclusivamente con il magistrato ma quest'ultimo avrebbe fatto presente che la legge imponeva la presenza di un cancelliere per la relativa verbalizzazione).
In una lettera pubblicata in data 9 marzo 2018 dalla rivista Tessere con il titolo "Una precisazione sul ruolo del magistrato Scaglione", i familiari del procuratore assassinato scrissero: "Non è rispondente al vero la circostanza secondo cui il magistrato Scaglione non avrebbe verbalizzato le dichiarazioni di Pisciotta. Nel 1954, infatti, il dott. Pietro Scaglione, allora sostituto procuratore generale, previo incarico del dirigente dell’ufficio, si recò in carcere, per interrogare il detenuto Pisciotta, assistito da un segretario; il predetto Pisciotta si rifiutò però di rendere qualsiasi dichiarazione in quanto voleva «parlare a quattro occhi con un magistrato» senza la presenza di altre persone e senza alcuna documentazione delle sue dichiarazioni; il sostituto Scaglione allora gli fece presente che le norme di legge imponevano la presenza del segretario e la documentazione mediante verbale delle dichiarazioni; il Pisciotta rispose che, eventualmente dopo un periodo di riflessione, avrebbe richiamato il magistrato per rendere dichiarazioni. Questa è la ricostruzione dell’episodio come risulta dagli atti e dalle cronache giornalistiche dell’epoca". v. anche Riccardo Longone, «Pisciotta annunciò al magistrato gravissime rivelazioni», in “l’Unità” 14 febbraio 1954, pag. 1.
Qualche giorno dopo, Pisciotta morì in carcere avvelenato con la stricnina e Scaglione fu il magistrato incaricato dell'istruttoria dell'omicidio, che si concluse con il rinvio a giudizio di un agente di custodia e di Filippo Riolo, boss mafioso di Piana degli Albanesi; nella sua requisitoria, Scaglione sottolineò il movente mafioso di quell'omicidio (“… tutto conclama che la soppressione del Pisciotta è un caratteristico delitto di vendetta ordito dalla mafia […] ponendosi così apertamente contro le leggi sovrane dell’omertà, il Pisciotta finì con l’irritare, oltre ogni limite di ragionevole sopportazione la suscettibilità della mafia e dei mafiosi”). Il processo si concluse tuttavia con l’assoluzione degli imputati con la formula dubitativa dell’insufficienza di prove.
Diventato procuratore capo della procura di Palermo nel 1962, Scaglione inquisì i dirigenti del Banco di Sicilia insieme ad altri esponenti dell'establishment politico-economico siciliano, come il deputato Salvo Lima. Secondo la testimonianza del giornalista Mario Francese, ucciso nel 1979, Pietro Scaglione «fu convinto assertore che la mafia aveva origini politiche e che i mafiosi di maggior rilievo bisognava snidarli nelle pubbliche amministrazioni».
Le inchieste giudiziarie e il volontariato Scaglione indagò sulla strage di Ciaculli del 1963 e, grazie alle inchieste condotte dall'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo (guidato da Cesare Terranova) e dalla Procura della Repubblica (diretta da lui stesso) «le organizzazioni mafiose furono scardinate e disperse», come si legge nella Relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia del 1976, e portarono al "processo dei 117" (Angelo La Barbera + 116), celebrato per legittima suspicione a Catanzaro, volto a punire i fatti sanguinosi della guerra di mafia di Palermo del 1962-1963, e al processo contro la cosca di Corleone (Luciano Liggio + 63), tenutosi nel 1969 a Bari per i fatti che avevano insanguinato Corleone dal 1958 al 1963, entrambi conclusi purtroppo con una pluralità di assoluzioni per insufficienza di prove. Convocato infatti il 15 gennaio 1964 dalla Commissione antimafia presieduta dal senatore Donato Pafundi per esporre lo stato delle indagini, Scaglione riferì della necessità di mettere in campo “un’attività sociale sempre più vasta e rivolta, tra l’altro, a eliminare o riformare strutture economiche che hanno favorito il sorgere e l’affermarsi di forme delinquenziali collegate al fenomeno della mafia, una mastodontica e tenebrosa organizzazione delinquenziale, viva e operante come gigantesca piovra, che stende ovunque i suoi micidiali tentacoli e tutto travolge per soddisfare la sua sete insaziabile di denaro e predominio”.
Pietro Scaglione era impegnato anche nel volontariato e divenne Presidente del Consiglio di Patronato per l'assistenza alle famiglie dei carcerati e degli ex detenuti, promuovendo, tra l'altro, la costruzione di un asilo nido; per queste attività sociali, gli fu conferito dal Ministero della giustizia il Diploma di primo grado al merito della redenzione sociale, con facoltà di fregiarsi della relativa medaglia d'oro.
Il "caso Liggio" Nel giugno 1969, il procuratore Scaglione richiese al presidente del tribunale di Palermo, Nicola La Ferlita, l'applicazione del soggiorno obbligato previa custodia precauzionale nei confronti dei boss mafiosi corleonesi Luciano Liggio e Salvatore Riina, entrambi assolti per insufficienza di prove nel processo di Bari con una sentenza definita scandalosa in Parlamento, e difatti emessa dopo che ai giudici era stata recapitata una lettera minatoria. Tuttavia, mentre Riina rientrò a Corleone dove fu arrestato, Liggio si fece ricoverare a Taranto e poi in una clinica privata a Roma, da dove fuggì dopo essere stato operato alla vescica e prima che il questore di Palermo, Paolo Zamparelli, riuscisse a notificargli la custodia precauzionale emessa già da un paio di mesi ma rimasta inspiegabilmente inapplicata.
Ne nacque uno scandalo, e la Commissione parlamentare antimafia presieduta dal deputato Francesco Cattanei decise di aprire un'inchiesta e convocò il procuratore della Repubblica Scaglione, il presidente del tribunale La Ferlita ed il questore Zamparelli per chiedere spiegazioni sull'accaduto. La relazione della Commissione antimafia sul "caso Liggio" pubblicata il 26 febbraio 1970 attestò che le “deposizioni raccolte” fossero “tra di esse contrastanti” e che "si è, senza dubbio, di fronte ad una serie di comportamenti gravemente scorretti e obiettivamente illeciti” ma che non spettava alla Commissione “una valutazione che privilegi la credibilità delle une rispetto alle altre”, inviando tutti gli atti al presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, in qualità di presidente del Consiglio superiore della magistratura per valutare eventuali azioni disciplinari, e ai presidenti della Camera, Sandro Pertini, e del Senato, Amintore Fanfani.
Tuttavia, il 16 febbraio del 1971 l'autorità giudiziaria di Firenze (incaricata di svolgere le indagini sull'operato dei due magistrati) escluse qualsiasi responsabilità del procuratore Scaglione e del presidente La Ferlita nella fuga e nella latitanza del boss Liggio. Anche il Consiglio superiore della magistratura accertò che Scaglione assunse sempre «numerose e rigorose iniziative giudiziarie» a carico di Liggio e dispose la sua promozione a procuratore generale della Repubblica presso la Corte d'appello dì Lecce, sede che avrebbe dovuto raggiungere a fine maggio del 1971 ma non fece in tempo.
Il "caso De Mauro"
Nel 1970 si occupò in prima persona delle indagini sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro e dispose l'arresto del commercialista Antonino Buttafuoco, che però verrà rilasciato e prosciolto da ogni accusa. Secondo diverse testimonianze, Scaglione ebbe alcuni colloqui riservati con De Mauro prima della sua scomparsa.
L'incontro tra De Mauro e Scaglione fu propiziato dal giornalista Bruno Carbone, futuro direttore del quotidiano L'Ora e all'epoca compagno di scrivania di De Mauro: "Gli suggerii di parlare col procuratore Scaglione. Mi disse che ci avrebbe pensato. Poi sparì dalla stanza per un paio d'ore. Era andato al palazzo di Giustizia. Quella sera uscì e non tornò più. Tempo dopo uccisero anche Scaglione".
Il 4 novembre 1970, in relazione al caso De Mauro e ad altri gravi fatti sangue avvenuti in quei mesi a Palermo, la Commissione parlamentare antimafia lo convocò nuovamente per avere spiegazioni ed uno dei commissari, il senatore Vincenzo Gatto, lo attaccò duramente, accusandolo di non aver preso iniziative adeguate riguardo al rapporto Bevivino (l’inchiesta regionale sul cosiddetto "sacco di Palermo", ossia l'incontrollata speculazione edilizia sulle aree edificabili) ma Scaglione si difese energicamente affermando che non si poteva accusare nessuno solo sulla base di sospetti e che comunque già Vito Ciancimino e il costruttore Francesco Vassallo si trovavano sotto processo per i fatti contenuti nel rapporto.
La professoressa Elda Barbieri De Mauro, vedova del giornalista scomparso, testimoniò che l’intervento della Procura della Repubblica, diretta da Pietro Scaglione, nel caso De Mauro, fu “attivissimo”. vedi “La Domenica del Corriere” del 13/6/1972.
L'agguato a Palermo e la morte