Un dio (o divinità) è un essere supremo oggetto di venerazione da parte degli uomini, che credono sia dotato di poteri straordinari; nelle diverse culture religiose viene variamente denominato e significato.Cfr. ad es. Mario Bendiscioli. Dio in Enciclopedia di filosofia. Milano, Garzanti, 2007, pag.266 Lo studio delle sue differenti rappresentazioni e del loro procedere storico è oggetto della scienza delle religioni e della fenomenologia della religione mentre l'esistenza, la natura e l'esperienza del divino sono oggetto di riflessione delle teologie e di alcuni ambiti filosofici come la metafisica, ma si riscontra anche in altri ambiti culturali, come la letteratura o l'arte, non necessariamente collegati con la pratica religiosa.

A seconda del fatto che il credo sia monoteista o politeista, il dio oggetto di venerazione può essere uno oppure gli dèi venerati possono essere plurimi.

I nomi della divinità: i loro significati e le loro origini

I nomi utilizzati per indicare questa entità sono numerosi quanto numerose sono le lingue e le culture.

Nelle lingue di origine latina come l'italiano (Dio), il francese (Dieu) e lo spagnolo (Dios), il termine deriva dal latino Deus (a sua volta collegato ai termini, sempre latini, di Divus, "splendente", e Dies, "giorno") proveniente dal termine indoeuropeo ricostruito *Deiwos. Il termine "Dio" è connesso quindi con la radice indoeuropea: *div/*dev/*diu/*dei, che ha il valore di "luminoso, splendente, brillante, accecante", collegata ad analogo significato con il sanscrito Dyáuh. Allo stesso modo si confronti il greco Δῖος e il genitivo di Ζεύς [Zèus] è Διός [Diòs], il sanscrito deva, l'aggettivo latino divus, l'ittita šiu. Nelle lingue di origine germanica come l'inglese (god), il tedesco (Gott), il danese (gud), il norvegese (gud), lo svedese (gud), sono relazionati all'antico frisone, all'antico sassone e all'olandese medievale got; all'antico e al medievale alto germanico got; al gotico gut; all'antico norvegese guth e goth nel probabile significato di "invocato". Maurice O'Connell WalsheMaurice O'Connell Walshe, A Concise German Etymological Dictionary. London, Broadway House, 1952. lo relaziona al sanscrito -hūta quindi *ghūta (invocato). Quindi forse da relazionare al gaelico e all'antico irlandese guth (voce) e all'antico celtico *gutus (radice *gut).Eric Partridge. God in Origins. Londra e NY, Routledge, 2007 Nella lingua greca, antica e moderna, il termine è theós (θεός; pl. θεοί theòi). L'origine è incerta.Dopo una disamina sulle possibili connessioni, Pierre Chantraine nel suo Dictionnaire étymologique de la langue grecque tomo II, Parigi, Klincksieck, 1968 pag. 430, così conclude Émile Benveniste, tuttavia, nel suo Le Vocabulaire des institutions indo-européennes2 voll., 1969, Paris, Minuit. Ed. italiana (a cura di Mariantonia Liborio) Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Torino, Einaudi, 1981 collega theós a thes- (relazionato sempre al divino)Quindi thésphatos (stabilito da una decisione divina), thespéios ('meraviglioso' inerente al canto delle sirene, "enunciato di origine divina"), théskelos (più incerto, "prodigioso o divino") e questo a *dhēs che si ritrova nel plurale armeno dikc (gli "dèi", -kc è il segno plurale). Quindi per Émile Benveniste: «è del tutto possibile - ipotesi già avanzata da tempo - che si debba mettere in questa serie Theós 'Dio' il cui prototipo più verosimile sarebbe proprio *thesos. L'esistenza dell'armeno dikc 'dèi' permetterebbe allora di formare una coppia lessicale greco armenaCrf. Volume II, pag. 385.». In ambito semitico il termine più antico è ʾEl (in ebraico אל), corrispondente all'accadico Ilu(m) (cuneiforme accadico ) e al cananaico ʾEl o ʾIl (fenicio ), la cui etimologia è oscura anche se sembrerebbe collegata alla nozione di "potenza". Nell'ambito della letteratura religiosa ebraica i nomi con cui viene indicato Dio sono: il già citato ʾEl; ʾEl ʿElyon (ʿelyon nel significato di "alto" "più alto"); ʾEl ʿOlam ("Dio Eterno"); ʾEl Shaddai (significato oscuro, forse "Dio Onnipotente"); ʾEl Roʾi (significato oscuro, forse "Dio che mi vede"); ʾEl Berit ("Dio dell'Alleanza"); ʾEloah, (plurale: ʾElohim , meglio ha-ʾElohim il "Vero Dio" anche al plurale quindi; ha per distinguerlo dalle divinità delle altre religioni o anche ʾElohim ḥayyim, con il significato di "Dio vivente"); ʾAdonai (reso come "Signore"). Il nome che appare più spesso nella Bibbia ebraica è quello composto dalle lettere ebraiche י (yod) ה (heh) ו (vav) ה (heh) o tetragramma biblico (la scrittura ebraica è da destra a sinistra): traslitterato quindi come YHWH, il nome proprio del Dio di Israele.Per le diverse ipotesi sul suo significato cfr. tetragramma biblico. Gli ebrei si rifiutano di pronunciare il nome di Dio presente nella Bibbia, cioè י*ה*ו*ה (tetragramma biblico) per tradizioni successive al periodo post-esilico e quindi alla stesura della Tōrāh. L'Ebraismo insegna che questo nome di Dio, pur esistendo in forma scritta, è troppo sacro per essere pronunciato. Tutte le moderne forme di Ebraismo proibiscono il completamento del nome divino, la cui pronuncia era riservata al sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme. Poiché il Tempio è in rovina, il nome non è attualmente mai pronunciato durante riti ebraici contemporanei. Invece di pronunciare il tetragramma durante le preghiere, gli ebrei dicono Adonai, cioè "Signore". Nelle conversazioni quotidiane dicono HaShem (in ebraico "il nome", come appare nel libro del Levitico XXIV,11) quando si riferiscono a Dio. Per tale ragione un ebreo osservante scriverà il nome in modo modificato, ad esempio come D-o. Gli ebrei oggi durante la lettura del Tanakh (Bibbia ebraica) quando trovano il tetragramma (presente circa 6000 volte) non lo pronunciano. Nell'ambito della letteratura religiosa arabo musulmana il nome di Dio è Allāh (الله) riservando il nome generico di ilāh (إله; nel caso del Dio unico allora al-Ilāh il-Dio) per le divinità delle altre religioni. Il termine arabo Allāh viene probabilmente dall'aramaico AlāhāLouis Gardet. Allah in Encyclopaedia of Islam vol.1. Leiden, Brill, 1986, pag.406). Nel Corano, il libro sacro dell'Islam, l'Essere supremo rivela che i suoi nomi sono Allāh e Rahmān (il "Misericordioso"). La cultura islamica parla di 99 "Bei Nomi di Dio" (al-asmā‘ al-husnà), che formano i cosiddetti nomi teofori, abbondantemente in uso in aree islamiche del mondo: 'Abd al-Rahmān, 'Abd al-Rahīm, 'Abd al-Jabbār, o lo stesso 'Abd Allāh, formati dal termine "'Abd" ("schiavo di"), seguito da uno dei 99 nomi divini. Nella lingua sumera il grafema distintivo della divinità è (dingir), probabilmente inteso come "centro" da cui la divinità si irradia. Nella cultura religiosa sanscrita, fonte del vedismo, del brahmanesimo e dell'induismo, il nome generico di un dio è deva (देवता) riservando, a partire dall'induismo, il nome di Īśvara (ईश्वर, "Signore", "Potente", dalla radice sanscrita īś "avere potere") alla divinità principale.H.P. Sullivan. Īśvara in Enciclopedia delle Religioni, vol.9. Milano, Jaca Book, 2006, pag.185 Il termine deva è correlato, come ad esempio il termine latino deus, alla radice indoeuropea già citata richiamante lo "splendore", la "luminosità". In tale alveo la divinità femminile si indica con il nome di devī, termine che indicherà con la Mahādevī (Grande Dea) un principio femminile primordiale e cosmico di cui le singole divinità femminili non sono che manifestazioni.Cfr. ad es. David Kinsley in Enciclopedia delle religioni, vol.9. Milano, Jaca Book, 2006 (1988) pag.86 e Rachel Fell Mcdermott. Encyclopedia of Religion vol.6. NY, Macmillan, 2006, pag. 3608 Nella cultura religiosa iranica preislamica il termine utilizzato è l'avestico Ahura ("Signore") che corrisponde al sanscrito Asura;Jacques Duchesne-Guillemin. in Dictionnaire des Religions (a cura di Paul Poupard). Parigi, Presses universitaires de France, 1984. In italiano: Dizionario delle religioni. Milano, Mondadori, 2007, pag.31. Gherardo Gnoli. Ahuras in Encyclopedia of Religion vol.1. NY, Macmillan, 2004, pag.205 acquisendo il nome di Ahura Mazdā ("Signore Saggio" persiano اهورا مزدا) l'unico dio del monoteismo zoroastriano.Nei versi 7 e 8 dello "Yašt ad Ahura Mazdā", contenuto nella Khordah Avestā, Ahura Mazdā elenca i nomi con cui egli può essere indicato: Nell'ambito della fede bahá’í, nel Kitáb-i-Íqán, la principale opera teologica baha’í, Dio viene descritto come “Colui Che è l’Orbe centrale dell’universo, sua Essenza e suo Fine ultimo”. Bahá’u’lláh insegna che Dio non è mai stato e mai sarà direttamente conoscibile ai comuni mortali, ma che i suoi attributi le sue qualità e i suoi insegnamenti si possono apprendere, e si sono gradualmente evoluti nella nostra comprensione, imparandoli dalle sue manifestazioni divine (che nella teologia bahá’í sono ravvisabili lontanamente anche negli avatar induisti o nei profeti antecedenti Abramo). Le più recenti e tuttora onorate e amate manifestazioni sono i grandi profeti ed insegnanti delle principali tradizioni religiose e includono Krishna, Buddha, Zoroastro, Maometto, Bahá’u’lláh... La fede bahá’í è in sé prettamente monoteistica, predica dunque l’unità di tutte le religioni e insegna che queste antichissime, antiche e molteplici rivelazioni sono state necessarie per soddisfare i bisogni dell'uomo e dell’umanitá, furono adatte ai diversi tempi storici dello sviluppo umano e alle sue varie culture, e tutte loro fanno parte di un unico piano divino di rivelazione progressiva per l’educazione dell’umanitá. Il carattere cinese per "dio" è 神 (shén). Esso si compone al lato sinistro di 示 ( shì "altare" oggi nel significato di "mostrare") a sua volta composto da 丁 (altare primitivo) con ai lati 丶 (gocce di sangue o di libagioni). E a destra 申 (shēn, giapp. shin o mōsu) sta per "dire" "esporre" qui meglio come "illuminare", "portare alla luce". Quindi ciò che dall'altare conduce alla chiarezza, alla luce, dio. Rende il sanscrito deva e da questo deriva sia il lemma giapponese di carattere identico ma pronunciato come shin sia quello coreano 신 (sin) e il termine vietnamita thân. Anche il tibetano lha. Quindi 天神 (tiānshén, giapp. tenjin, tennin, coreano 천신 ch'ŏnsin vietnamita thiên thần: dio del cielo) dove al già descritto carattere 神 si aggiunge 天 (tiān, giapp. ten) col significato di "cielo", "celeste", dove si mostra ciò che è in "alto" è "grande" (大 persona con larghe braccia e grandi gambe ad indicare ciò che è "largo", "grande").

Fenomenologia della religione Il termine "dio" si applica ad ambiti storicamente e culturalmente diversi e non è quindi facilmente definibile. Nella fenomenologia della religione viene individuato un'origine condivisa di tali significati, . La complessità della definizione, così come la tensione dell'esperienza religiosa verso qualcosa di "totalmente altro" rispetto a ciò che è ordinariamente percepito, è efficacemente descritta dallo studioso delle religioni olandese Gerardus van der LeeuwSu van der Leeuw cfr. anche Roberto Cipriani, Manuale di Sociologia della Religione, Borla, 1997, pagg. 140-142.:

Sempre in ambito fenomenologico-religioso si è ritenuto di individuare delle costanti nei significati e nelle rappresentazioni attribuite al "dio" inteso come essere supremo nelle differenti culture:

Analisi filosofica

Filosofia greca

I Greci si posero anche il problema dell'esistenza di Dio. Numerosi filosofi si occuparono, più o meno indirettamente, della questione. Nei presocratici ad esempio la filosofia naturalistica, che dominava sulle altre, spesso condusse alla ricerca di un principio primo o archè, sia nei filosofi di Mileto che in Eraclito, oppure ad un Essere come negli eleati (Parmenide su tutti). Anassagora riteneva l'universo mosso da un'intelligenza suprema (Nous), mentre Democrito sembrava non contemplare l'idea di un disegno divino nel cosmo.