Il termine medico enterorafia indica la sutura di un'ansa intestinale in qualche modo lesionata.

Primi tentativi Alquanto lungo e travagliato fu il percorso che la chirurgia dovette affrontare prima di rinvenire una tecnica chirurgica che migliorasse le possibilità di sopravvivenza del paziente sottoposto a sutura dell'intestino.

Fra le varie e fantasiose tecniche proposte, quella ideata dal chirurgo pugliese Nicola D'Apolito, praticata poi dalla scuola napoletana del 1800, riscosse un notevole successo scatenando l'invidia francese dell'Académie Royale des Sciences. Egli realizzò la sutura intestinale cosiddetta a tempo, un metodo di sutura chirurgica continua che mirava a far combaciare perfettamente e in maniera persistente le sierose dei lembi recisi della parete intestinale.

Descrizione del metodo Lo stesso D'Apolito, in merito al suo sistema di enterorafia, scrisse:

L'opinione dell'autore sulle tecniche contemporanee Il chirurgo d'Apolito criticava fortemente le tecniche di enterorafia dell'epoca poiché tendevano tutte ad aggredire l'intestino, esportandone una parte, e a creare un ano artificiale. Per il chirurgo pugliese il metodo dell'ano artificiale, in casi in cui è possibile evitarne l'utilizzo come per l'ernia incarcerata e le ferite all'addome, era un “cimentare” la vita di un infermo mediante operazioni molto rischiose e con poche probabilità di successo, che nella maggior parte dei casi portano ad una morte lenta e dolorosa dei pazienti, preceduta da “infiammazioni, o passioni iliache, o vomito delle fecce..”

Bibliografia N. d'Apolito, Nuovo metodo di entero-rafia, L'Osservatore Medico, Napoli, XIX, 1841, I Luglio.

Categoria:Procedure di chirurgia plastica