La chiesa di San Pietro in Oliveto è una chiesa di Brescia, annessa all'omonimo monastero posto lungo il fianco est del Colle Cidneo. È nota anche come chiesa di San Pietro in Castello, ma il suo nominativo ufficiale, in realtà davvero sconosciuto, è chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Da sempre immersa in una cornice tranquilla e naturalistica, forse la migliore disponibile nel contesto cittadino, ha fondazione molto antica e una storia lunga e travagliata alle spalle, che la rendono, assieme al convento di cui fa parte, una delle chiese più importanti del panorama cittadino, presente durante innumerevoli eventi storici che spesso l'hanno vista protagonista. L'aspetto attuale è il risultato dei rimaneggiamenti cinquecenteschi, affiancati dai lavori di ammodernamento e restauro degli anni sessanta del Novecento, comunque non invasivi. Passati sotto l'amministrazione di diversi ordini religiosi e spogliati più volte dei loro beni nel corso della storia, la chiesa e il complesso monastico sono oggi gestiti dai frati Carmelitani Scalzi.

Storia Origini La leggenda vuole che il nucleo primitivo della chiesa sia nato sul luogo in cui si trovava il tempio di Giove: è questo il parere di Elia Capriolo, storico bresciano del Cinquecento, il quale nelle sue Historie Bresciane narra che «in quella località dove i bresciani avevano eretto un tempio stupendo a Giove, Dio massimo, dopo averlo trasformato in onore dell'apostolo S. Pietro, per il cui incarico San Barnaba aveva qui celebrato la messa, lo chiamarono edificio di S. Pietro in Oliveto»Elia Capriolo, Delle Historie Bresciane, volume II, Brescia 1585. Più probabile, comunque, che la fondazione della chiesa sia un poco più tarda, risalente almeno all'VIII secolo, inizialmente gestita da dei custodi-romiti. Non esistono infatti documenti storici che attestino una qualsiasi venuta di San Barnaba da Milano a BresciaPadre Lorenzo Dionisio Stipi, Invito a San Pietro in Oliveto, Moretto, Brescia 1985 e, inoltre, il resto murario più antico trovato nella chiesa è proprio dell'VIII secolo, posto nell'abside della cappella di San Paolino, resto della chiesa di epoca longobarda. Non è da escludere l'esistenza di un luogo di culto fin da epoche precedenti, ma la chiesa di San Pietro di Oliveto come tale fu fondata solo più tardi. Dal 1094 si hanno le prime notizie della presenza di una concreta comunità religiosa, i Canonici Regolari di Sant'Agostino.

Risalgono agli stessi documenti le prime denominazioni del luogo, concordemente chiamato "San Petri in Oliveto", nome che rimarrà nei secoli, a causa dell'esteso bosco di olivi che sorgeva sia su questo versante del colle sia su quello sud, verso la città. La secolare piantagione venne distrutta durante l'assedio della città da parte di Nicolò Piccinino nel 1438, assedio durato due anni, per riparare alla penuria di legname necessario alla popolazione costretta all'interno delle mura. Fè d'Ostiani, nella sua storia della cittàFè d'Ostiani, Storia, tradizione, arte per le vie di Brescia, Brescia 1895, parla di questo disastroso taglio e riferisce della testimonianza oculare di un certo Cristoforo Soldi, che riportò: "sicché queste liete e sempre verdi colline persero, per quella rovina, novello aspetto". Tale denominazione della chiesa non si radicò solo per tradizione, ma rappresentava anche il miglior espediente per distinguerla da altri luoghi di culto cittadini dedicati a San Pietro, cioè la Basilica di San Pietro de Dom e la chiesa di San Pietro in Ripa. Questa zona ricca di ulivi, nel tempo, diede anche vita a una bella consuetudine: ogni anno, finite le celebrazioni della Domenica delle Palme, il vescovo, su un cavallo bianco, saliva dal duomo fino a San Pietro seguito dal corteo dei fedeli e del clero, dove praticava la benedizione degli olivi e ne distribuiva i rami al popolo. Nella circostanza, i monaci agostiniani che gestivano San Pietro offrivano gratuitamente alla popolazione pane e vino. Nel tempo, le stragi di Federico Barbarossa detto il Barbarossa e altri eventi negativi in ambito monastico, fra cui un'ondata ereticale che interessò vari monasteri della zona all'inizio del Duecento, misero in crisi le finanze dei monaci e la loro tradizionale, generosa distribuzione di viveri. Il 16 marzo 1255, infine, il vescovo Cavalcano Sala abolì l'onerosa tradizione con un decretoPer notizie su questa tradizione e sul decreto che la abolì, si veda il Fondo di San Pietro in Oliveto, documento n. 2048. Non è vero, come invece alcune fonti riportano, che la denominazione "in Oliveto" provenga dai monaci Olivetani, che furono presenti a Brescia e in provincia ma non amministrarono mai questo monastero.

La chiesa romanica Tra il 1112 e il 1122 l'edificio venne ampliato con la costruzione di una chiesa romanica, che inglobò l'edificio di epoca longobarda del quale rimane oggi solamente la lunga navatella nord. L'edificio, in questa seconda fase della sua storia, era ancora di dimensioni modeste, lungo circa la metà della chiesa attuale, quasi sicuramente realizzato in "medolo", la pietra del colle Cidneo, direttamente e facilmente estraibile. La nuova chiesa fu consacrata nel 1148 da Papa Eugenio III che soggiornò in città proprio in quell'anno e proprio nel monastero di San Pietro in Oliveto, nel quale fu trasportato dal palazzo vescovile a causa dell'eccessiva calura che rischiava di compromettere la sua saluteSull'anno della venuta di Eugenio III a Brescia, sul problema dell'afa e sul suo conseguente luogo di residenza sono concordi praticamente tutte le cronache e gli scritti degli storici bresciani dell'epoca e successivi: Doneda, Odirici, Faino, Luchi, Kehr, Ehrle, Bravo e Guerrini. Di questa fase architettonica della chiesa si conservano ancora alcune testimonianze, in particolare nelle abside della chiesa e della navatella nord e in facciata, dove si hanno ancora le due monofore ricoperte dal rivestimento cinquecentesco.

Risale al 1198 un evento curioso, ricostruibile attraverso un "dossier" di corrispondenza e documenti, che mette in luce quanto rigorosa fosse la disciplina monastica vigente in San Pietro. Un certo Martino, uomo di pessima condotta morale, voleva entrare a far parte della comunità dei canonici. A forza di richieste e appelli, era arrivato fino a Papa Innocenzo III, il quale in data 6 luglio 1198 scriveva ai canonici il suo raccomandato. Questi, però, si resero conto dell'indegno tentativo macchinato dall'uomo, e spedirono al pontefice una ricca documentazione precisando che l'accettazione del soggetto avrebbe rappresentato una lesione della regola monastica, confermata negli anni precedenti da Papa Urbano II e dai vescovi bresciani, secondo la quale l'annessione di un nuovo membro all'Ordine necessitava del consenso unanime dei componenti della comunità, anche nel caso di ordini e richieste direttamente provenienti dalla Santa Sede. Innocenzo III riesaminò il caso e, resosi conto del "cavillo" su cui avevano fatto forza i monaci di San Pietro, fece diffidare l'intruso e il 10 marzo 1199 confermava, con tutti i suoi punti, la regola canonicaleCronaca di San Pietro in Oliveto dagli Annales Brixienses, Appendice all'anno 1198Ricostruzione dei fatti tratta da Padre Lorenzo Dionisio Stipi, Invito a San Pietro in Oliveto, Moretto, Brescia 1985, pag. 79.

La storia del monastero e della chiesa durante il Trecento è piuttosto scarna, priva di eventi rilevanti: la vita della canonica dovette scorrere pacifica, non turbata da vicende strane, lotte o elementi agitatori.

Il Quattrocento e l'assedio del 1438 Le cose non andarono nello stesso modo nel Quattrocento: nel 1426 Brescia passò sotto il controllo della Repubblica di Venezia, passaggio che ebbe riflessi enormi nelle elezioni e nella condotta pastorale dei vescovi, nonché nella vita degli ordini religiosi. Durante la prima metà del secolo gli Agostiniani abbandonarono progressivamente il monastero, soprattutto a causa della condotta di quello che sarà infine l'ultimo prevosto agostiniano di San Pietro, irrequieto e trafficante, sempre impegnato in affari e permute tanto da essere minacciato di condanna dal vicario generale Barnaba de Gonessa il 3 agosto 1414Fondo di San Pietro in Oliveto, carte della Nunziatura Veneta nell'Archivio Segreto Vaticano. Il monastero, ormai abbandonato intorno agli anni trenta del secolo, diventò presto luogo ad uso profano, soprattutto militare vista la sua strategica posizione sul versante orientale del colle. Nel 1437 Papa Eugenio IV, anche su premura delle autorità civili venete, riassegnò la concessione del monastero ai Canonici Regolari di San Giorgio in Alga. Appena entrati, i nuovi canonici diedero inizio a lavori di recupero e a nuove fabbriche, ma il tutto dovette essere sospeso dopo solamente un anno a causa del grande assedio di Nicolò Piccinio, al quale si è già accennato. Capitano delle truppe viscontee, mise sotto assedio la città nel 1438, sferrando numerosi attacchi soprattutto sulle mura a est e mettendo così il monastero di San Pietro in una posizione assai spiacevole. Vennero realizzate numerose opere di difesa, fra cui profonde trincee: ebbero origine in questo periodo le leggende, ancora oggi, anche se raramente, ricordate, che esisterebbero delle gallerie sotterranee di collegamento fra il castello e gli Spalti di San Marco.

Il convento, in quanto appendice più avanzata del castello, si trasformò presto in fortezza, dove la resistenza trovava sostegno e rifornimento. "Da Mombello a San Pietro in Oliveto non era altro che una breccia enorme e quella breccia doveva chiudersi coi petti dei cittadini" scrisse OdoriciFederico Odorici, Storie bresciane dai primi tempi fino all'età nostra, Brescia 1856, mentre il BrognoliPaolo Brognoli, Nuova Guida per la città di Brescia, Brescia 1826 e 1845 riportò che lungo gli spalti stavano continuamente trecento feroci cittadini ben armati, poi portati a quattrocento, detti Immortali, poiché i caduti venivano continuamente rimpiazzati e il loro numero non calava mai. Si distinsero anche molte donne che combatterono strenuamente sulle mura, capeggiate dalla nobile Brigida Avogadro, moglie del conte Piero Avogadro. In queste circostanze, come detto inizialmente, fu abbattuto il bosco di olivi, che dava il nome al monastero, per far fronte alla carenza di legname. Fu la scomparsa di questa caratteristica a far mutare, nel corso dei secoli, anche il nome "popolare" della chiesa, che passò da San Pietro in Oliveto a San Pietro in Castello, come accennato in apertura, anche se la denominazione originale in Oliveto è giunta comune a molti fino ai giorni nostri. L'assedio terminò poi quasi improvvisamente durante un feroce attacco agli spalti del Roverotto grazie, secondo la leggenda, all'apparizione dei Santi Faustino e Giovita sulle mura, che misero in fuga l'esercito assediante.