Lo slavofilismo fu un movimento intellettuale russo del XIX secolo, nato dal dibattito sulle idee introdotte dall'Europa occidentale dopo le riforme di Pietro il Grande (1672-1725).
Gli slavofili dettero vita a una corrente filosofica, politica e letteraria intesa al recupero dei valori politici, sociali, culturali e religiosi della Russia patriarcale e contadina, esaltando il patrimonio spirituale del popolo russo e avversando la cultura dall'Europa occidentale, liberale e industrializzata.
Agli albori dello slavofilismo Michail Ščerbatov
Pubblicando nel 1858 i saggi Sulla corruzione dei costumi in Russia di Michail Ščerbatov (1733-1790) e Viaggio da Pietroburgo a Mosca di Aleksandr Radiščev (1749-1802), Aleksandr Herzen (1812-1870) scriveva che «Ščerbatov e Radiščev rappresentano nella Russia dei tempi di Caterina II i due punti di vista estremi». Mentre Radiščev guardava al futuro, il principe Ščerbatov vedeva nella «noiosa e semiselvaggia esistenza dei nostri antenati [...] una sorta di ideale perduto», arrivando «al suo punto di vista slavofilo per quello stesso cammino attraverso il quale, ai nostri tempi, è arrivata allo slavofilismo una parte della gioventù moscovita» che, oppressa dall'autocrazia di Nicola I, «finì per rinnegare l'epoca di Pietro I, per respingerla e indossare - in senso morale e allo stesso tempo letterale - la casacca contadina».A. I. Herzen, Opere, XIII, 1958, pp. 272-273.
Ščerbatov criticò la violenza dell'introduzione delle riforme fatte dallo zar Pietro, con le quali la Russia aveva acquisito un peso politico da potenza europea in cambio però, a suo giudizio, di una profonda decadenza morale: non vi era più rispetto per i genitori, tra i coniugi erano aumentati i tradimenti e i divorzi, alla solidarietà si era sostituito il tornaconto personale, all'amor di patria l'interesse per le ricompense e i privilegi, alla semplicità dei costumi l'amore per il lusso.M. M. Ščerbatov, Sulla corruzione dei costumi in Russia, 1858, pp. 1-2. Anche la religione era stata colpita: «diminuirono i pregiudizi, ma diminuì anche la fede; sparì il terrore servile dell'inferno, ma scomparve anche l'amore per Dio e per le sue sante leggi».M. M. Ščerbatov, cit., p. 29.
Solo fino a un certo si può però fare di Ščerbatov un predecessore degli slavofili del XIX secolo, romantici esaltatori dell'elemento popolare che condannavano la servitù della gleba, difesa invece da Ščerbatov, poiché in lui, che giudicò comunque la riforma di Pietro I «necessaria», per quanto «eccessiva», non esiste una contrapposizione tra la Russia e l'Europa e, anzi, le sue idee sul diritto e sulle forme delle istituzioni politiche erano prossime all'illuminismo occidentale conservatore, come pure il suo aristocratismo, giudicato dagli slavofili «un sintomo di disintegrazione e di individualismo», estraneo «ai veri princìpi cristiani anticorussi».A. Walicki, Una utopia conservatrice. Storia degli slavofili, 1973, pp. 33-34.
Nikolaj Karamzin
Nemmeno Nikolaj Karamzin (1766-1826) può essere considerato un precursore degli slavofili, anche se nella sua concezione politica si rintracciano elementi propri dell'ideologia slavofila. Nella sua Memoria sull'antica e la nuova Russia (1811) egli, netto sostenitore dell'autocrazia intesa non tanto come potere illimitato, ma come potere indivisibile,R. Pipes, Karamzin's Memoir on Ancient and Modern Russia, 1959, pp. 62-63. raccomandava al monarca di tener conto delle tradizioni e dei costumi del popolo, evitando in questo campo ogni arbitrio. In ciò si può trovare l'embrione dell'idea cara agli slavofili dell'unione tra «terra» e Stato con la condizione che lo Stato mantenga la sua neutralità nelle questioni di pertinenza della «terra» e che quest'ultima non si occupi di affari politici.A. Walicki, cit., p. 39.
Su questa base è radicale la sua critica dell'opera di Pietro il Grande, che non capì che «lo spirito nazionale decide della potenza morale degli Stati», che il rispetto delle tradizioni rafforza l'amor di patria, che il mutamento coatto dei costumi nazionali è «una prepotenza arbitraria anche da parte di un monarca autocrate».N. M. Karamzin, A Memoir on Ancient and Modern Russia, 1959, pp. 22-23. Karamzin sostiene che prima della riforma di Pietro tutti i russi, senza distinzioni, fossero «accomunati da alcune caratteristiche generali di pensiero e di costumi». Con la riforma, «i ceti superiori si separarono da quelli inferiori, e l'agricoltore, il borghese, il mercante videro nella nobiltà russa dei tedeschi, con danno per la solidarietà fraterna, nazionale, di tutte le classi dello Stato».N. M. Karamzin, cit., p. 23.
Sono considerazioni che saranno fatte proprie dagli slavofili, che si formarono anche sulla lettura della sua Storia dello Stato russo, cominciata a uscire nel 1818, da loro apprezzata per quanto essi riscoprissero l'antica Russia guardando alla sua storia dal punto di vista del popolo russo e non da quello dello Stato.A. Walicki, cit., pp. 44-45. Tuttavia, sotto molti aspetti Karamzin è lontano dagli slavofili. La Russia non è concepita in antitesi al resto dell'Europa, né è portatrice di valori particolari e superiori. Egli non idealizza il popolo e sostiene i diritti feudali e la servitù della gleba, non in quanto forme sociali arcaiche ma in quanto concreti interessi della classe nobiliare. Le ideologie di Karamzin e di Ščerbatov rappresentano comunque «un anello importante nella preistoria di alcune idee slavofile» e a aiutano a comprenderne la genesi.A. Walicki, cit., p 46.
Michail Pogodin
Con Michail Pogodin (1800-1875) si ha la prima enunciazione, formulata nel 1827,M. P. Pogodin, Aforismi storici, «Moskovskij vestnik», 1827, raccolti in volume nel 1836. di una tesi essenziale della dottrina slavofila, quella dell'esistenza di una fondamentale differenza tra la civiltà russa, erede dell'Impero bizantino, e quella dell'Europa occidentale, erede di Roma, tra loro contrapposte.M. P. Pogodin, Aforismi storici, 1836, pp. 29-30. Diverso era stato il feudalesimo russo da quello europeo, diverso il comportamento della Chiesa ortodossa, sempre soggetta al potere statale, diversa la composizione sociale in Russia, priva di una borghesia, così che nella storia della Russia erano stati assenti i conflitti sociali, «la schiavitù e l'odio, la superbia e la lotta».M. P. Pogodin, Frammenti storico-critici, 1846, p. 62.
La priorità di Pogodin fu riconosciuta dagli stessi slavofili. Jurij Samarin (1819-1876), studente all'Università di Mosca, racconta delle lezioni di Pogodin che «ci mostrò la possibilità di guardare alla storia della Russia e alla vita russa in genere, in modo completamente nuovo. Le formule occidentali non si adattavano a noi; la vita russa era la manifestazione concreta di particolari princìpi, sconosciuti agli altri popoli; il nostro sviluppo appariva regolato da leggi sue proprie». E pur parlando di tutto ciò «caoticamente, senza portare prove», Pogodin fu il primo a mostrare «la necessità d'interpretare la storia della Russia basandosi su lei sola».N. P. Barsukov, Vita e opere di M. P. Pogodin, IV, 1904, pp. 4-5.
Secondo Plechanov (1856-1918), non vi è alcuna differenza tra l'ideologia slavofila e la «narodnost' ufficiale», come venivano chiamate le teorie di Pogodin e del suo sodale Stepan Ševyrëv (1806-1864): «sono in sostanza la stessa dottrina, egualmente cara a ideologhi di due diversi ceti sociali, ma intesa da essi diversamente», poiché gli slavofili rappresentavano la nobiltà mentre «Pogodin era un raznočinec», un non nobile. Entrambe le dottrine esprimevano la reazione alle lotte di classe che si manifestavano in Occidente, e che Pogodin e gli slavofili esorcizzavano, escludendo che una rivoluzione fosse possibile in Russia.G. V. Plechanov, M. P. Pogodin e la lotta di classe, in Opere, XXIII, 1927, pp. 96-97.
Ševyrëv, con l'articolo Opinione di un russo sulla moderna civiltà dell'Europa,Pubblicato dalla rivista diretta da Pogodin «Il moscovita», 1, 1841. era stato brutalmente esplicito. La Russia, paese storicamente giovane, con un forte sentimento statale, nazionale e religioso, aveva la missione provvidenziale di salvare quanto di valido era stato espresso dalla cultura europea, ma per far ciò doveva emanciparsi dall'Occidente, profondamente minato nello spirito dai «morbi» della Riforma e della Rivoluzione. Si tratta di stare lontano dall'Occidente che è come «un uomo che rechi su di sé una terribile malattia contagiosa, circondato da una pericolosa atmosfera di esalazioni infette. Lo baciamo, lo abbracciamo, dividiamo con lui il banchetto dello spirito, vuotiamo il calice del sentimento», senza vedere «il veleno nascosto che sta in questo spensierato rapporto», né sentire «il futuro cadavere di cui ha ormai il fetore».«Il moscovita», 1, 1841, pp. 247-296.
Le affinità esistenti tra le idee di Pogodin e gli slavofili convinsero nel 1845 i fratelli Pëtr (1808-1856) e Ivan Kireevskij (1806-1856) a collaborare alla rivista di Pogodin «Moskvičanin» (Il moscovita), dove Ivan Kireevskij, su invito di Pogodin, assunse il ruolo di capo-redattore. La collaborazione durò però soltanto tre mesi, essendosi manifestate profonde divergenze soprattutto sulla questione della formazione storica dello Stato russo e sulla valutazione del carattere nazionale del popolo russo.A. Walicki, cit., pp. 56-57.
Secondo Pogodin, caratteristica del popolo russo, anche in conseguenza del clima, era la sottomissione e la passività, e infatti senza resistenza si era assoggettato agli invasori normanni, che furono i creatori dello Stato russo. Al contrario, le popolazioni locali dell'Europa occidentale avevano sempre lottato contro gli invasori e, quando vinte, avevano imposto ai nuovi venuti la propria civiltà.Parallelo tra la storia russa e la storia degli stati europeo-occidentali relativamente alla loro origine, in M. P. Pogodin, Frammenti storico-critici, cit., pp. 55-83.
Con La storia della Russia antica Pëtr Kireevskij replicava, osservando che un popolo come quello descritto da Pogodin sarebbe «un popolo privo di ogni energia spirituale, di ogni dignità umana, un popolo rinnegato da Dio», ma questo non era il caso del popolo russo, come dimostravano le guerre del 1612 e del 1812. Appoggiandosi agli studi di Šafárik (1795-1861) e di Maciejowski (1792-1883),Rispettivamente, le Antichità slave e la Storia del diritto slavo. lo slavofilo Kireevskij negava che i Normanni fossero stati i creatori dello Stato russo, rivendicando l'originarietà dell'organizzazione sociale e statale delle tribù slave.P. Kireevskij, La storia della Russia antica, «Il moscovita», 3, 1845, pp. 30-47.
Si contrapponevano così le posizioni della «narodnost' ufficiale» di Pogodin, critico del liberalismo europeo in quanto apologeta dell'autocrazia, e quelle dello slavofilismo, nostalgico difensore delle strutture sociali tradizionali, arroccate nel mondo contadino e in via di distruzione per l'avanzata del capitalismo di marca occidentale.A. Walicki, cit., p. 61.
Odoevskij e il romanticismo filosofico dei ljubomudrye
Diretti antenati degli slavofili furono i membri del circolo segreto dei ljubomudrye - parola massonica che indica i «filosofi», letteralmente gli «amanti della saggezza»Da ljubit', amare, e mudrost', saggezza. - fondato a Mosca nel 1823 da cinque giovani impiegati dell'Archivio del Ministero degli esteri,Per questo motivo definiti ironicamente da Puškin «i giovani d'archivio». Cfr. Evgenij Onegin, VII, 49: «I giovani d'archivio in folla / guardano Tanja con gravità affettata». Ivan Kireevskij (1806-1856), Aleksandr Košelev (1806-1883), Nikolaj Rožalin (1805-1834), Dmitrij Venevitinov (1805-1827) e il principe Vladimir Odoevskij (1802-1869), gli ultimi due rispettivamente il segretario e il presidente del circolo.