La filosofia della mente è lo studio filosofico della mente, dei pensieri, della coscienza, delle funzioni mentali e delle loro relazioni con il cervello, il corpo e il mondo esterno. La filosofia della mente si addentra nelle questioni di fondo e nei problemi metodologici che stanno dietro la ricerca scientifica sulla mente, usando sia il metodo speculativo (attraverso esperimenti mentali), sia tenendo conto dei risultati ottenuti nella ricerca empirica e strumentale, che oggi può avvalersi della PET, la tomografia ad emissione di positroni, e della fMRI, la risonanza magnetica funzionale per immagini.
Secondo Jaegwon Kim, la filosofia della mente è quella branca della filosofia che studia l’ontologia e la natura della mente ma soprattutto la sua relazione con il corpo. Ed è proprio questo paradigma, detto problema mente-corpo, al centro del dibattito filosofico, anche se i filosofi della mente si sono spesso cimentati a discutere di altri paradigmi, come ad esempio il problema della coscienza (distinto tra problema facile e problema difficile) e l’ontologia e natura degli stati mentali.
Storia e problematiche
I problemi tradizionali nella filosofia della mente riguardano il tentativo di capire e definire cos'è l'Io, il suo funzionamento (spesso in termini di concetti come percezione, appercezione, impressione, sensazione, intuizione, pensiero, rappresentazione, immaginazione, memoria, coscienza, autocoscienza, ragione, intelletto, volontà, istinto, inconscio, sentimento, emozione, passione ecc.) e il suo rapporto con il corpo: queste problematiche assieme al problema anima-corpo hanno coperto il dibattito filosofico fino al XX secolo, spesso indirettamente compresi all'interno di ambiti come la metafisica e la gnoseologia, originando a partire dal XIX secolo discipline interamente dedicate come la psicologia e la psicoanalisi. Filosofi che si sono occupati della mente nei suoi vari aspetti sono stati Sant'Agostino, Cartesio, Locke, Spinoza, Leibniz, Kant, Hegel ecc.
Nell'intelletto i filosofi come Agostino vedevano in genere una ratio superior, cioè un livello superiore della mente, sotto il quale vi era un livello inferiore che consisteva nella ragione puramente calcolante. A partire da Kant la gerarchia tra intelletto e ragione si è invece progressivamente invertita.
Oggi, con le nuove scoperte della neurofisiologia e più in generale delle neuroscienze, tali problematiche si sono concentrate nel dualismo mente-cervello, ovvero la dicotomia tra una prospettiva più soggettiva, intrapersonale, relativa alla sfera della coscienza e dell'autocoscienza (studiata dalla psicologia), ed una strettamente empirico-fisiologica tipica della scienza e del metodo sperimentale (es. neurologia, psichiatria, neuropsichiatria ecc...). Nella filosofia della mente si vorrebbe risolvere questo problema fondamentale ed arrivare ad una scienza efficace ed esauriente delle componenti funzionali della mente (soprattutto della coscienza) e della loro integrazione operativa.
Negli ultimi due decenni il concetto di mente è andato definendosi in tre posizioni principali, più altre secondarie:
La mente si caratterizza con proprietà del tutto proprie e il "mentale" deve esser indagato in quanto tale, in sé, senza riduzionismi di sorta alla neurofisiologia (il cervello diventa contenitore di esperienze mentali e psichiche che seguono però leggi proprie della psicologia). Questa è ad esempio la posizione di John Searle e di Hubert Dreyfus. La mente sarebbe il prodotto o l'attività del cervello e ad esso riducibile, dimostrabile col fatto che la "mente senza cervello non può esistere". Quindi anche la mente sarebbe oggetto d'indagine della neurofisiologia usando le moderne tecniche d'indagine medico-scientifica che si occupano o degli effetti di lesioni cerebrali localizzate o dell'attivazione differenziale (afflusso di sangue) in regioni specifiche. Sotto questo punto di vista il sintomo della malattia o della disabilità, rintracciabile a livello neurofisiologico nel malfunzionamento o danno del cervello, coincide con la malattia/disabilità stessa ed eliminato il quale (il sintomo e quindi il danno) viene meno anche la malattia o la disfunzionalità. Tale posizione è assunta da António Damásio e trova un'estremizzazione "eliminativista" (la mente non esiste) in Paul e Patricia ChurchlandP.Churchland, Il motore della ragione, la sede dell'anima, Milano, Il Saggiatore 1998. La mente, in quanto cervello, è una macchina sostanzialmente computazionale, quindi analoga ai computer. Ne nasce un rapporto molto stretto con la intelligenza artificiale (AI) e alimenta gli studi per creare macchine sempre più simili al cervello umano. Con questo obiettivo sono attivi alcuni centri di ricerca USA a cui fa riferimento, per esempio, Daniel Dennett.D.Dennett, L'evoluzione della libertà, Milano, RaffaelloCortina 2004
Ma la mente, secondo il parere di illustri neurofisiologi come Gerald Edelman, non opera in maniera riduzionistica bensì complessa, ed ogni riduzionismo porta fuori strada. Scrive infatti Edelman: Ma le tentazioni in tal senso sono forti, perché il ricondurre tutto alla fisiologia o alle analogie con la intelligenza artificiale semplifica enormemente il problema e soprattutto ne permette una visione sistemica ed univoca, cosa ritenuta impossibile dagli avversari del riduzionismo, i non riduzionisti, appunto. Un altro prestigioso neurofisiologo come Joseph LeDoux sottolinea come la mente umana non sia assolutamente concepibile come una macchina perché esprime dei sentimenti:
Contro tale posizione riduzionistica si era già espresso significativamente John Searle, tendente a vedere la natura della mente biologica priva di alcun rapporto con quella computazionale, né riducibile a fisiologia pura, che sosteneva:
La filosofia della mente che tiene conto delle evidenze della ricerca scientifica e sperimentale come dati primari, mette questi in relazione con la riflessione filosofica, in modo tale da fornire sempre nuove indicazioni per la sperimentazione in altre discipline connesse come le scienze cognitive che indicano un approccio multidisciplinare ma prevalentemente neurofisiologico e psicologico-sperimentale.
In ogni caso è importante tenere conto che la ricerca neurofisiologica più avanzata resta comunque incapace di andare molto oltre gli aspetti meccanici del pensare e del sentire, quelli che riguardano la generalità del modo di funzionare del cervello del mammifero homo sapiens. L'approccio anti-riduzionista, e che potremmo chiamare olistico, tende invece ad occuparsi dello specifico del mentale, ciò che si lega all'individualità, come i sentimenti e le emozioni intime, restano un campo dove esse, almeno per ora, hanno molto poco da dire all'indagine neurologica. Ciò significa che la filosofia della mente deve avvalersi ancora o di concetti propri della filosofia, o di quelli della psicologia, o della psicoanalisi, debitamente interpretati in senso filosofico.
Il problema mente-corpo, per quanto abbia interessato il pensiero filosofico sin dai primordi, è soltanto uno dei tre approcci entro cui si inquadrano le nuove teorie della mente. Esse nascono con il concorso di acute osservazioni attorno alle teorie storiche del funzionalismo, del computazionalismo e dell'intelligenza artificiale. Possiamo dunque individuare le tre seguenti linee di ricerca:
Il problema mente-corpo, che concerne il rapporto tra l'aspetto somatico e la psiche a livello infra-soggettivo; Il problema mente-mondo, relativo al rapportarsi di ogni singolo individuo con il contesto di esistenza in cui è inserito; Il problema mente-mente, come quello della capacità di relazionarsi di una mente alle altre menti ad essa simili sul piano strutturale e funzionale, ma con esigenze e aspettative da poco a molto differenti.
Problema mente-corpo
Rispetto al problema mente-corpo si possono individuare due grandi filoni: il monismo ed il dualismo. Il primo sostiene che l'organismo umano si presenti come un'unica realtà, basata su una sola sostanza fondamentale, di cui sia mente che corpo siano parti differenti ma correlate. Il secondo afferma invece che mente e corpo, essendo sostanzialmente differenti come struttura cellulare, vadano considerati separatamente. In altre parole, i neuroni e soprattutto le sinapsi apparterrebbero a un livello di complessità troppo differente dalle cellule somatiche per essere abbracciati in una visione unitaria. In realtà anche questa tesi non esclude la coniugazione di corpo e mente, semplicemente ritiene che ai fini gnoseologici la fisiologia del corpo sia una cosa, quella del cervello un'altra.
Da un punto di vista storico, tuttavia, il dualismo corpo/mente è stato per lungo tempo visto come un dualismo materia/spirito e il maggior responsabile di ciò è certamente Cartesio, che lo espresse in quello tra res extensa/res cogitans. Questa posizione gnoseologica è stata contestata come erronea da alcuni studiosi della mente dell'ultimo secolo, tra i quali António Damásio, che ha dedicato a questo argomento un intero libro.A.Damasio, L'errore di Cartesio, Milano, Adelphi, 1995.
Da queste due correnti di fondo si è evoluto un ampio ventaglio di posizioni, agli estremi del quale stanno la visione scientifica riduzionistica e la visione metafisica. Essendo numerosissime le posizioni filosofiche sul problema mente-corpo tra quelle più scientifiche appaiono oggi dominare quelle concernenti due tronconi principali: il fisicalismo o materialismo (riduzionista e non riduzionista), e le dottrine non-fisicaliste, tra le quali spicca quella del Premio Nobel per la medicina Gerald Edelman, che ha proposto la "Groups Neuronal Selection Theory", comunemente indicata come darwinismo neurale.
I filosofi contemporanei hanno abbandonato il dualismo ontologico in favore di un meno impegnativo dualismo delle proprietà o delle funzioni, in base al quale mente e corpo non sono due sostanze separate, ma compenetrate e coniugate funzionalmente. Possono quindi esser visti anche come "stati esperienziali" di un organismo polifunzionale, tali da poter fare una distinzione tra due tipi di stati: gli stati fisiologici o cerebrali, legati alle strutture neurologiche della sensibilità corporea, e gli stati mentali, quelli che concernono più specificamente le emozioni, i sentimenti e l'elaborazione del pensiero. Si è occupato di questo problema Edoardo Boncinelli, facendo una distinzione tra neurostato come fenomeno cerebrale e psicostato come fenomeno mentale. Ha scritto:
Schematicamente i quesiti aperti sono i seguenti: Cos'è uno stato mentale? Che rapporto c'è tra uno stato mentale e uno stato cerebrale? Come può il cervello dare luogo a stati mentali?
Le risposte a questi interrogativi variano al variare della concezione che si abbraccia del mondo, della causa, della natura della mente, del cervello, ecc. Edoardo Boncinelli, e numerosi altri con lui, ne fa una questione di tempi e di complessità, vedendo il cerebrale come il semplice e primario, il mentale come il complesso e secondario. Così lo spiega:
Prospettive spiritualiste e materialiste