Biografia Nato a Castiglione a Casauria, in provincia di Pescara, ma cresciuto a Roma, nel quartiere di San Basilio (dove s'era trasferito ad 11 anni con la famiglia), Mancini iniziò la sua carriera criminale da giovanissimo: a 12 anni rubò infatti una Lambretta e finì per la prima volta nel carcere minorile a 14 anni. Diventò poi membro di una banda (in gergo batteria) specializzata nell'assalto ai treni, di cui era membro, tra gli altri, anche Gianfranco Urbani, detto Er Pantera, proprio come lui futuro membro della Banda.F. Sciarelli, Con il sangue agli occhi: un boss della banda della Magliana si racconta, Rizzoli 2007
Nell'ambiente era conosciuto con il soprannome di Accattone, nomignolo con cui era spesso chiamato scherzosamente dai propri compagni per via sia d'una sua certa passione per il film omonimo di Pasolini (e della sua opera letteraria, essendo pure un lettore appassionato), che vide svariate volte, sia per la somiglianza con i ragazzi di vita tratteggiati nell'opera del poeta-registaA. Camuso, Mai ci fu pietà, Editori riuniti 2009: smentì poi ogni suo coinvolgimento nell'omicidio del poeta.
Durante i suoi soggiorni nel carcere di Regina Coeli, rafforzò i legami con numerosi esponenti della malavita romana e non, tra cui Nicolino Selis, detto Er Sardo e componente di una "batteria" che operava tra Acilia ed Ostia (anch'essa tra l'altro specializzata nell'assalto ai treni in cui militò il primo futuro pentito di quella che sarà la banda della Magliana, Fulvio Lucioli detto Fulvietto o Er sorcio). Il contatto con Selis sarà importante per l'"accattone", poiché sarà grazie a costui che sposerà a pieno il progetto di partecipare alla creazione di una forte organizzazione malavitosa composta di soli romani e volta al controllo in esclusiva dei traffici criminali nella capitaleA Roma tra gli anni 60 e 70 non era presente un'organizzazione malavitosa radicata sul territorio che controllasse i settori più importanti dell'economia criminale, ma esistevano numerosi gruppi composti di tre o quattro persone specializzate in singoli reati che operavano per lo più in zona ben delimitate, senza invadere il territorio altrui. Questi piccoli gruppi erano chiamati Batterie come spiegato egregiamente tra gli altri, da Cristiano Armati in Roma Criminale, cap. XVII, Newton Compton Editori 2006G. Flamini, La banda della Magliana, Kaos editore 2002 pp. 151-153. In tale progetto, il duo Selis-Mancini coinvolse molti criminali di loro conoscenza che da lì a poco tempo sarebbero diventati celeberrimi boss del nuovo sodalizio criminale: Edoardo Toscano detto l'"operaietto", Giuseppe Magliolo il killer, Angelo de Angelis detto "Er catena", Giovanni Girlando detto "er roscio" e Libero Mancone.
La Banda della Magliana Nel 1979, una volta uscito dalla casa di lavoro di Soriano nel Cimino (sarà in totale libertà dall'ottobre del 1980), diventa membro della Banda della Magliana, nell'ambito della quale svolgeva principalmente il compito di drizzare i tortiInterrogatorio Antonio Mancini udienza del 23-2-96 in A. Camuso, Mai ci fu pietà, cit. pp.48-49 (ovvero di “persuadere” eventuali debitori morosi o altri temerari che si ribellavano alla lex de imperio della banda), Mancini era legato da profonda amicizia al boss testaccino Danilo Abbruciati detto "Er camaleonte", che accompagnò diverse volte a Milano nel periodo in cui il bandito Francis Turatello era sotto processoG. Flamini, La banda, cit. 2002; con il "camaleonte" formò il plotone d'esecuzione di Antonio Leccese, nell'ambito della medesima spedizione che portò all'eliminazione dell'ex compare e compagno di detenzione Nicolino Selis (cognato di Leccese) il 3 febbraio 1981,Ibidem per dissidi interni alla banda. Poco più di un mese dopo prese parte all'agguato di via di Donna Olimpia a danno dei fratelli Proietti detti "pesciaroli", accusati da quelli della Magliana di essere gli esecutori dell'omicidio del loro leader Franco Giuseppucci detto "Er negro" avvenuto il 13 settembre 1980.
La sera del 16 marzo 1981, Antonio Mancini e Marcello Colafigli intercettarono Maurizio Proietti, detto "il pescetto", e il fratello Mario, soprannominato "palle d'oro", nei pressi del numero civico 152 di via di Donna Olimpia a Monteverde, un quartiere di Roma: nel furibondo scontro a fuoco che ne seguì perse la vita Maurizio Proietti, mentre i due banditi della Magliana furono feriti. Nel tentativo di evitare l'arresto e aprirsi un varco, Colafigli e Mancini inscenarono il rapimento di uno dei figli dei Proietti, senza riuscire nell'intento.Una buona ricostruzione dell'avvenimento fu realizzata da Giovanni Minoli nella puntata de La storia siamo noi dedicata alla Banda della Magliana (intitolata The italian tabloid). Vedi anche F. Sciarelli, Con il sangue agli occhi, cit.; A. Camuso, Mai ci fu pietà, cit.; Armati - Selvetelli, Roma criminale, cit. Maurizio Abbatino in sede processuale racconterà di essere stato presente sul posto insieme a Raffaele Pernasetti e Giorgio Paradisi in macchina e di essere andati via con l'arrivo della polizia; il pentito disse di essersi precostituito un alibi: insieme a Edoardo Toscano doveva risultare essere a casa di Alvaro Pompili a Filettino. Durante il confronto in aula Mancini, Colafigli e Pernasetti però smentirono Abbatino.
In seguito ai fatti di via di Donna Olimpia, per Mancini si aprirono le porte del carcere.
In realtà venne mandato a Sulmona. Da qui il 22 maggio 1985 fu trasferito alla fortezza di Pianosa con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio di Sisto Nardocchi, avvenuto in carcere nell'agosto del 1983. Fu condannato a 28 anni di reclusione.Sisto Nardocchi era un membro della famigerata banda di Laudavino De Santis detto lo zoppo, specializzata in sequestri di persona, che spesso si concludevano con la morte degli ostaggi. Dopo alcuni colpi favorevoli, tale banda aveva in progetto di scatenare una guerra contro la Magliana per occuparne il posto. Ma le indagini e gli arresti della polizia lo impedirono. Nardocchi fu ucciso nel carcere di Sulmona nel periodo in cui vi era recluso anche Mancini, del quale fece conoscenza. Per ulteriori informazioni vedi F. Sciarelli, Col sangue agli occhi p. 225-227 L'esperienza a Pianosa durò meno del previsto, infatti il 13 febbraio 1986 fu trasferito inaspettatamente a Busto Arsizio; il pentito racconterà in seguito che l'intercessione di Enrico Renatino De Pedis presso “qualcuno al ministero” (il direttore degli Affari generali del Ministero di Grazia e Giustizia Carlo Adriano Testi tramite Claudio Vitalone) si rivelò determinante per il raggiungimento di questo inatteso risultato.Il PM dott.ssa Cordova aveva segnalato nell'ottobre 1985 il progetto di Tummolo Altomare di uccidere a Pianosa Laudavino De Sanctis, ex membro della Banda dei Marsigliesi, e per cui chiedeva il trasferimento dei due. Il 26 maggio 1986 rifiutò, insieme a Toscano, di evadere al termine di un'udienza del maxi processo alla Banda dall'aula Occorsio del tribunale di Roma, episodio ancora oggi famoso e per certi versi scandaloso che vide alla fine protagonista un altro membro della banda, Vittorio Carnovale detto Er coniglio. Mancini era infatti vicino a ottenere un regolare permesso dopo sei anni di detenzione.A. Camuso, Mai ci fu pietà, cit.; G. Bianconi, Ragazzi di malavita, cit.
Una pagina particolarmente importante della vita di Mancini fu quella riguardante la relazione con Fabiola Moretti, l'ex compagna di Abbruciati (nel frattempo ucciso a Milano il 27 aprile 1982). Enrico De Pedis e Raffaele Pernasetti avevano mantenuto i contatti con Mancini proprio grazie alla donna che aveva acquisito, al fine di avere i colloqui in carcere con lAccattone, la qualifica di “convivente”. Con la Moretti, legata tra l'altro a De Pedis da una profonda amicizia (legame che predilesse temporaneamente allorquando costui, entrato in conflitto con l'ala maglianese della banda di cui Mancini era esponente, venne ucciso in via del Pellegrino il 2 febbraio del 1990), visse intensi anni al limite della legalità e trascorse con lei l'ultimo periodo da criminale. Uscito di galera nel 1992 per un cumulo, dopo 11 anni di carcere, iniziò a scontare la pena nella casa di lavoro di Saliceta San Giuliano in provincia di Modena. Il 16 aprile 1993 fu arrestato come conseguenza delle rivelazioni di Maurizio Abbatino. Uscito dopo poco, nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1994 venne nuovamente arrestato, con la Moretti e la figlia Natascia, poiché nella cassaforte di casa sua vennero rinvenuti gioielli per oltre mezzo miliardo di lire, due pistole con centinaia di proiettili e un chilogrammo di eroina purissima (era uscito dalla casa lavoro in licenza speciale per motivi di salute); l'arresto precedette di poco la decisione di collaborare con la giustizia insieme alla stessa Moretti.Scelta motivata anche dal fatto che la Moretti era rimasta incinta di sua figlia pochi mesi prima. F. Sciarelli, Con il sangue agli occhi, cit.
Il pentimento Nell'interrogatorio reso il 25 aprile 1994, l'''Accattone spiegò così le ragioni della sua scelta di collaborazione:
Le dichiarazioni dellAccattone aiutarono gli inquirenti a svelare molti dei misteri che ancora avvolgevano la banda e numerosi fatti di cronaca nera degli ultimi trent'anni: il delitto Pecorelli, i rapporti con i servizi segreti, il ruolo della Banda nelle ricerche della prigione di Aldo Moro e l’agguato a Enrico De Pedis.G. Flamini, La banda, cit. Nel corso degli interrogatori di Mancini, la sua convivente Fabiola Moretti fu vittima di strane visite e atti intimidatori, non ultimo l'irruzione in casa di misteriosi ladri, avvenimento assai strano per un boss del calibro dellAccattone, sintomatico di una perdita di prestigio nell’ambiente malavitoso: ricevette pressioni da parte di tale Angelo, legato ai servizi segreti e in stretto rapporto con il suo ex compagno Abbruciati. Tali visite erano da parte di persone che volevano verificare la notizia della collaborazione di Mancini, oltre al fatto che Renzo Danesi incaricò Lamberti Canino di Ostia di avvertire l’ambiente riguardo al pentimento; due anni dopo le rivelazioni riguardo all’omicidio Pecorelli, precipitata in una grave depressione, ritratterà tutte le accuse (Abbatino dirà di essere certo del fatto che la donna fu spinta a ritrattare, per poi venire protetta grazie a un accordo con i testaccini).G. Bianconi. Ragazzi di malavita, cit,
Riguardo al delitto Pecorelli, Mancini, nell'interrogatorio al Pubblico ministero di Perugia dell'11 marzo 1994, rivelò che, secondo quanto saputo da Enrico De Pedis: In seguito aggiungerà che, secondo quanto riferitogli da Abbruciati, la richiesta arrivò da Pippo Calò e il mandante fu Claudio Vitalone. Quest'ultimo accusò Mancini di essere un finto pentito attirato da “cinque milioni al mese, più casa e bollette pagate” promessigli da un altro magistrato; l’Accattone lo querelò ma perse la causa. Mancini chiamò in causa anche Gianni Letta e il giudice Augusta Iannini (moglie di Bruno Vespa): "Si trattava del progetto di farmi trasferire a Rebibbia, carcere soft. Secondo De Pedis là alcuni detenuti avrebbero sequestrato delle guardie. Io sarei intervenuto sedando la rivolta. Gianni Letta, allora direttore de Il Tempo, sul suo giornale avrebbe fatto risaltare il valore del mio intervento. In questo modo il giudizio sulla mia pericolosità sarebbe del tutto cambiato. E la Iannini, giudice di sorveglianza, avrebbe agevolato la concessione di benefici nei miei confronti"; la Iannini querelò il pentito precisando che l'unico suo rapporto con De Pedis fu un mandato di cattura per tentato omicidio.
Nel maxiprocesso alla Banda, il 23 luglio 1996 fu condannato a un anno per poi ottenere gli arresti domiciliari.A. Camuso, Mai ci fu pieta, cit.