Commissario di guerra al servizio del Granducato di Toscana, dedicò gran parte del suo tempo alle ricerche archeologiche, condotte in tutta la Toscana e oltre i confini granducali, e fu una figura di primo piano nella rete di antiquari e studiosi del suo tempo. Il viaggiatore inglese George Dennis lo definì «the most experienced excavator in Tuscany» ("lo scavatore più esperto di Toscana").
Biografia
Formazione e carriera granducale Nato a Firenze nel 1796 da famiglia paterna di origine lorenese, sposò Virginia Bouvard, dalla quale ebbe quattro figli. Ricoprì la carica di Pro-Commissario di Guerra dei Regi Presidi presso Orbetello, con una giurisdizione che si estendeva all'interno fino a Marsiliana e comprendeva gran parte del Monte Argentario; trasferito in seguito a Firenze, nel marzo 1849 fu nominato Commissario di Guerra e Marina a Livorno.
A Firenze fu in stretto contatto con Francesco Inghirami e con il regio antiquario Michele Arcangelo Migliarini, che lo propose alla Direzione delle Gallerie come "cavatore regolare" in Toscana; a Roma mantenne una corrispondenza costante con Eduard Gerhard ed Emil Braun, segretari dell'Instituto di Corrispondenza Archeologica, e frequentò i principali collezionisti dell'epoca, tra cui Luciano Bonaparte e Giovanni Pietro Campana. Fu invitato a far parte dell'Accademia etrusca di Cortona e dello stesso Instituto di Corrispondenza Archeologica.
Gli scavi in Etruria François iniziò a esplorare i siti dell'antica Etruria nei primi anni Venti dell'Ottocento: nel 1824 individuò l'insediamento etrusco di Doganella, nella valle dell'Albegna, e dal 1825 al 1828 diresse scavi sotto Cosa, presso Orbetello. Lavorò poi a Cortona (1843) e scavò a Volterra, Fiesole, Roselle, Vetulonia, Populonia, Chiusi e Vulci.
A Chiusi, dove nel 1846 riportò alla luce la Tomba della Scimmia e proseguì l'esplorazione del territorio fino a Chianciano sino al 1853, strinse società di scavo locali, tra le altre con la baronessa Giulia Spannocchi, con la famiglia Bonci Casuccini e con Federigo Sozzi.
Frequentava le necropoli di Vulci fin dal 1826, inizialmente per conto di Luciano Bonaparte, principe di Canino, nei cui possedimenti ricadevano i sepolcreti vulcenti. In alcune occasioni fece da intermediario per la vendita di materiali provenienti dagli scavi del principe: nel 1833 tentò senza successo di favorire la vendita di una ricca collezione Bonaparte alle Gallerie granducali e nel 1841 promosse la vendita di un lotto di cento vasi della stessa collezione. Nei primi anni Quaranta offrì la propria direzione gratuita degli scavi alla vedova del principe, Alexandrine de Bleschamp, ma il progetto non si concretizzò in quel momento.
La società con Noël des Vergers e le campagne di Vulci La svolta venne con la costituzione di una società di scavo tra François e lo studioso ed epigrafista francese Adolphe Noël des Vergers, approvata all'inizio del 1850 con decorrenza annuale, che aprì un'intensa stagione di ricerche durata sette anni. Al rinnovo del contratto societario, nel dicembre 1852, entrò a far parte della società anche il ricco editore parigino Ambroise Firmin Didot, suocero di des Vergers; la collezione archeologica societaria contava allora 306 oggetti, valutati 28.788 franchi secondo la stima del Migliarini.
Nel 1853 François raggiunse un accordo con Alexandrine Bonaparte e riprese gli scavi di Vulci abbandonati dai principi di Canino. I lavori iniziarono l'11 aprile 1853, con relazioni settimanali inviate alla Delegazione Apostolica come previsto dall'Editto Pacca del 1820; dal 1° maggio, quando François dovette rientrare al suo impiego livornese, la direzione dello scavo passò al figlio Enrico. Un'epidemia di colera gli impedì di tornare nello Stato Pontificio nel 1854 e nel 1855, e la stessa Alexandrine Bonaparte morì di colera il 13 luglio 1855, ponendo fine ai diritti di scavo di François a Vulci. Il nuovo proprietario delle tenute di Canino, il principe Alessandro Torlonia, gli consentì tuttavia di proseguire: tra il 14 aprile e l'11 maggio 1856 indagò con scarso successo il grande tumulo della Cuccumella e ottenne un nuovo permesso triennale (1857-1859) per i terreni Torlonia di Caere e Vulci.
François pubblicò resoconti dei propri scavi nel Bullettino dell'Instituto di Corrispondenza Archeologica nel 1849 e nel 1857. Nella relazione del 1857 descrisse anche il proprio metodo di lavoro, che prevedeva la registrazione dell'ubicazione delle tombe, la classificazione immediata dei materiali tenuti distinti per contesto e la setacciatura della terra con crivelli di filo di ferro, per recuperare anche i frammenti più minuti. Paola Pelagatti ha osservato che le sue relazioni sono spesso troppo enfatiche e che alcune sue idee furono poco felici, come la ricerca nei cunicoli della rocca di Chiusi della "tomba del Lucumone" descritta da Plinio, riconoscendogli però una cura inconsueta per l'epoca nel documentare i luoghi di rinvenimento e nel tenere separati i corredi.
Le scoperte
Il vaso François
Nel 1844, in località Fonte Rotella presso Chiusi, François rinvenne numerosi frammenti, pari a circa due terzi, di un grande cratere a volute attico a figure nere. Incoraggiato dal Migliarini, che aveva riconosciuto l'importanza della scoperta, tornò sul sito nel 1845 e recuperò altri cinque grandi frammenti. Il vaso, ricomposto da Giovan Gualberto Franceschi, fu acquistato da Leopoldo II di Toscana per 500 zecchini e depositato agli Uffizi; ricevette la prima pubblicazione da Emil Braun e un ulteriore frammento fu in seguito donato al museo da Carlo Strozzi.
Il cratere, alto 66 cm e databile al 570 a.C. circa, reca le firme del vasaio Ergotimos e del pittore Kleitias e presenta, su fasce sovrapposte, scene della mitologia greca, in particolare del ciclo troiano; fin dal momento della scoperta fu riconosciuto come uno dei massimi monumenti della ceramica greca. Nel 1900 il vaso fu mandato in frantumi (638 pezzi) da un custode del museo e restaurato da Pietro Zei; un ultimo restauro fu eseguito nel 1973 da Renzo Giachetti sotto la direzione di Mauro Cristofani. È oggi esposto al Museo archeologico nazionale di Firenze.
La tomba François
Il 16 marzo 1857 François avviò una nuova campagna nella necropoli di Ponte Rotto di Vulci con quattordici lavoranti e un caporale. Alla fine del mese le tombe individuate erano oltre quaranta e una settimana dopo circa sessanta; la loro apertura iniziò il 7 aprile. Il 19 aprile segnalò a des Vergers la scoperta di un cippo iscritto collocato all'ingresso di un grande ipogeo di famiglia e in una lettera del 1° maggio 1857 annunciò di esservi entrato: un sepolcro di cinque camere presso il fiume Fiora, la prima delle quali dipinta a figure, molte accompagnate da iscrizioni etrusche. Per proteggere le pitture fece costruire un muro all'ingresso della tomba, poi abbattuto per consentire al pittore Nicola Ortis, incaricato da des Vergers e da Wilhelm Henzen, di copiare gli affreschi nella seconda metà del maggio 1857.
La tomba, un ipogeo a più camere della famiglia aristocratica dei Saties databile alla seconda metà del IV secolo a.C., è decorata da un celebre ciclo pittorico in cui mito greco e storia etrusca si rispondono: il sacrificio dei prigionieri troiani compiuto da Achille davanti all'ombra di Patroclo compare accanto a una scena di battaglia in cui Macstrna, identificato dall'imperatore Claudio con il re romano Servio Tullio, libera Caile Vipinas, mentre il committente Vel Saties è ritratto con il piccolo Arnza.
Nel 1862-1863 gli affreschi furono staccati dalle pareti per ordine del proprietario dei terreni, il principe Alessandro Torlonia, suddivisi in pannelli e trasferiti a Roma, dove furono esposti al Collegio Romano e poi nel museo Torlonia alla Lungara, prima di giungere a Villa Albani. Dopo un restauro, nel 2004 furono esposti ad Amburgo e a Vulci. Il 29 maggio 2026 lo Stato italiano ha acquistato il ciclo pittorico dagli eredi delle famiglie Torlonia, Sforza Cesarini e Gaetani per 15 milioni di euro e dal 1° luglio 2026 gli affreschi sono esposti in modo permanente al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma.
Il progetto di museo e la morte François conservava i materiali dei propri scavi, dal marzo 1856 riuniti alla quota ceduta dagli eredi Bonaparte, nella sua casa di Livorno, con l'intenzione di farne il nucleo di un museo etrusco. I ripetuti tentativi di fondare il museo a Firenze fallirono, come pure un appello al governo francese. Nel settembre 1856 scrisse al Migliarini del proposito di ritirarsi dal servizio granducale per dedicarsi interamente all'archeologia, sperando di gettare prima della morte le fondamenta di un museo patrio.
La scoperta della tomba dipinta di Vulci gli procurò larga fama e François progettava già una nuova campagna di scavo per l'autunno quando morì improvvisamente, il 9 ottobre 1857.Repertori più antichi, tra cui il Dictionary of Art Historians, indicano Firenze come luogo di morte. Lo studio archivistico di Paolucci e Sarti (2023) indica Livorno, dove François risiedeva, conservava la collezione e ricopriva la carica di Commissario di Guerra e Marina. Dopo la sua morte una quindicina tra vasi e bronzi provenienti dai suoi scavi passò nella collezione di des Vergers, che pubblicò i risultati delle ricerche comuni in L'Étrurie et les Étrusques (1862-1864).
Note Annotazioni
Fonti
Bibliografia
Voci correlate Vaso François Tomba François Tomba della Scimmia Adolphe Noël des Vergers
Collegamenti esterni
Categoria:Etruscologi italiani