Il Patriarcato di Costantinopoli costituiva, prima del Grande Scisma del 1054, una delle cinque sedi principali della cristianità stabilite dai primi 4 concili. Dal concilio di Costantinopoli del 381, il patriarcato di Costantinopoli, in ordine di gerarchia, era il secondo dopo Roma,: «Il vescovo di Costantinopoli avrà il primato d'onore dopo il vescovo di Roma, perché tale città è la nuova Roma». precedendo Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.Cf. canone 28 del concilio di Calcedonia e canone 36 del concilio in Trullo del 692. Al patriarca di Costantinopoli è anche assegnato il titolo di ecumenico, con Giovanni IV Nesteutes, a partire dalla prima metà del VI secolo.
Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli - Nuova Roma () è il primus inter pares della Chiesa ortodossa e, dal XX secolo, viene riconosciuto come unico patriarca di Costantinopoli (anche se non ecumenico) anche dalla Chiesa cattolica, che nel 1964 soppresse la sede titolare (già vacante dal 1948) risalente alla IV crociata del Patriarcato di Costantinopoli dei Latini, in segno di amicizia dopo lo storico incontro di Gerusalemme tra papa Paolo VI e il patriarca Atenagora. Dopo la caduta di Costantinopoli (1453), nel 1456 la sede del patriarcato fu trasferita nella chiesa di Pammakaristos. Dal 1587 la sede del Patriarcato è la Cattedrale di San Giorgio, nel Fanar, il quartiere greco di Istanbul. L'attuale patriarca è Bartolomeo I.
Prerogative Il Patriarca di Costantinopoli è il primo in onore tra i vescovi ortodossi (primus inter pares), ha il compito di presiedere ogni concilio di vescovi e ha le funzioni di principale portavoce della Comunione ortodossa. Non ha giurisdizione sopra gli altri patriarchi e le chiese autocefale della comunità ortodossa orientale.
Il suo titolo completo è Arcivescovo di Costantinopoli, Nuova Roma, e Patriarca ecumenico. È a capo della Chiesa ortodossa di Costantinopoli, una delle sedici chiese autocefale e uno dei cinque antichi centri cristiani costituenti l'antica "Pentarchia".
Il governo della Turchia riconosce valore istituzionale al Patriarcato ma non al titolo di ecumenico. Le leggi turche sulle minoranze religiose riconoscono solo il titolo patriarcale di "Patriarca ortodosso dei Romani di Fener" ().
Storia Fondazione della diocesi di Costantinopoli
La nascita del Patriarcato e l'età della Pentarchia
A differenza delle altre quattro sedi patriarcali della Pentarchia (Gerusalemme, Roma, Antiochia e Alessandria), Costantinopoli non è sede apostolica, sebbene la tradizione attribuisca ad Andrea la sua fondazione. Ciononostante, il Concilio di Efeso del 431 elevò la sede di Costantinopoli a patriarcato all'interno della nascente Pentarchia. Il successivo Concilio di Calcedonia del 451 attribuì a Costantinopoli giurisdizione sull'Asia Minore e la Tracia. Il canone XXVIII del concilio sanciva inoltre la preminenza del patriarcato di Costantinopoli su quelli di Antiochia e di Alessandria e la sua uguaglianza alla sede apostolica di Roma, pur essendo seconda a quest'ultima, in base all'argomento che Costantinopoli era la nuova sede dell'Impero, la «nuova Roma».
Papa Leone I si rifiutò di accettare il canone XXVIII così com'era stato formulato: il primato sui cinque patriarcati doveva spettare a Roma. Si aprì una controversia tra Chiesa latina e Chiesa orientale. Nel 482 la crisi si acuì quando l'imperatore Zenone emanò l'editto Henotikon di riconciliazione tra i monofisiti e i duofisiti nestoriani, che da anni si scontravano in Oriente attorno al tema della natura umana o divina di Cristo. La mediazione venne duramente condannata da papa Felice III, il quale nel 484 scomunicò il patriarca Acacio per il sostegno fornito all'imperatore. Lo scisma acaciano si concluse solo nel 519, quando l'imperatore Giustino I, fedele ai decreti di Calcedonia, riconobbe la scomunica di Acacio.
Tuttavia la crisi non era ancora risolta e quando nel 535 venne eletto patriarca il monofisita Antimo, sostenuto dall'imperatrice Teodora, papa Agapito I non lo riconobbe: il pontefice accusò il patriarca di eresia e usurpazione, col sostegno di eminenti membri del clero di Costantinopoli. Il patriarca, inizialmente sostenuto dall'imperatore Giustiniano (che in quel periodo avviava la campagna di riconquista dell'Italia), rispose ingiungendo al pontefice di tornare alla propria sede, ma, una volta perso il favore imperiale, venne deposto e sospeso da Agapito, che gli fece succedere Mena (marzo 536). Con tale atto la chiesa di Roma ristabiliva dunque temporaneamente la propria superiorità su Costantinopoli. Il papa non sopravvisse però a lungo al proprio successo, morendo nello stesso anno 536, in aprile. Pochi mesi dopo il generale Belisario entrò a Roma, consegnando l'Urbe all'imperatore Giustiniano. A Costantinopoli, l'imperatrice Teodora tentò di reinsediare Antimo, facendo pressioni sul nuovo papa, Silverio. Avendo rifiutato di piegarsi, Silverio venne arrestato nel 537 e deportato in Licia, dove però il clero locale lo riconobbe innocente, spingendo l'Imperatore a rispedirlo in Italia, dove tuttavia il successore Vigilio ordinò che fosse definitivamente imprigionato nell'isola di Ponza.
Anche Vigilio però, nel 540, si schierò apertamente contro il monofisismo. Quando dunque, nel 543-544 l'imperatore emanò un editto in contrasto con il Concilio di CalcedoniaSi tratta della «condanna dei Tre Capitoli», testi scritti da maestri della scuola teologica di Antiochia, con cui si aprì lo Scisma tricapitolino con cui si prefisse di ricucire i rapporti coi monofisiti, il papa si oppose. Nel 546 Vigilio venne convocato a Costantinopoli, dove venne fatto prigioniero. L'imperatore e il patriarca Eutichio convocarono quindi il Concilio di Costantinopoli II, nel quale vennero condannati i Tre Capitoli e l'origenismo. Per conto dell'imperatore, infine, il patriarca Eutichio pretese l'approvazione dei canoni conciliari di condanna del nestorianesimo. Dopo otto anni di prigionia il papa accettò e, nel 554, come atto finale consentì a Giustiniano di riunire l'Italia all'Impero. L'imperatore rispose prontamente con la prammatica sanctio, con la quale estendeva alla nuova Prefettura d'Italia la legislazione bizantina. I Papi vennero così a trovarsi sotto lo stretto controllo dell'esarca bizantino oltre a dover accettare l'instaurazione dell'ordine religioso imperiale della cosiddetta Pentarchia, cioè il governo dei cinque patriarcati: Roma, Costantinopoli, Gerusalemme, Antiochia e Alessandria. Sotto poi l'impero di Maurizio il patriarca Giovanni IV, approfittando di una convocazione dei vescovi d'Oriente per un , nel 587 decise di assumere il titolo di "patriarca ecumenico". Ciò avvenne nonostante la contrarietà degli altri patriarchi e la rimostranze del romano pontefice, sia Pelagio II che Gregorio Magno (quest'ultimo assunse l'appellativo di servus servorum Dei).
La rivincita di Bisanzio provocò però gravi conseguenze in Occidente, dove l'intera Italia settentrionale, il Norico e la Baviera ruppero la comunione, dando il via allo Scisma dei Tre Capitoli. La separazione durò circa un secolo e mezzo e interessò un vasto territorio, comprendente anche Dalmazia e Illirico, col patriarcato di Aquileia.
La questione monotelita di Sergio I
Frattanto le Chiese orientali continuavano a essere scosse dalle questioni sulla natura di Cristo. Quando, attorno al 610, nel tentativo di conciliare le diverse posizioni e di ricondurre in seno alla chiesa i monofisiti d'Egitto, il patriarca Sergio I sviluppò la dottrina monotelita, questa venne immediatamente accettata sia dalla corte imperiale sia dalla sede apostolica romana (papa Bonifacio IV). Ma ben presto anche questa soluzione prese a sollevare dispute.
Nel 633 Sergio e il patriarca monofisita di Alessandria, Ciro, svilupparono una nuova dottrina, il monoergismo, nella speranza che questa potesse essere meglio accolta, ma senza successo. Morto Sergio nel 638, l'imperatore Eraclio tentò di imporre infine con la propria autorità, ordinando con l'editto Ekthesis (o Ectesi) l'uniformazione in tutto l'Impero alla dottrina monotelita, appoggiato in questo in Occidente da papa Onorio I. L'ordine del basileus poté essere facilmente applicato in tutto il territorio dell'impero, ma non ebbe alcun effetto sui patriarchi di Gerusalemme, Antiochia e Alessandria, i cui territori erano da poco stati sottratti all'impero dagli Arabi. Qui Sofronio e Massimo il Confessore avversarono liberamente e apertamente le dottrine di Sergio.
Di fronte alle dispute, anche papa Severino si rese conto del fatto che la dottrina monotelita potesse costituire una sottile forma di reintroduzione del monofisismo e si rifiutò di dare la propria approvazione, come invece richiesto dall'Imperatore. In risposta l'esarca di Ravenna, Isacio, marciò su Roma, saccheggiando la sede papale (Palazzo Lateranense).
Il nuovo imperatore Costante II, nel tentativo di porre fine alle dispute religiose, emanò, su consiglio del patriarca Paolo II, nel 648, un nuovo editto, il Typos, che aboliva l'Ectesi di Eraclio, ma soprattutto che minacciava di morte chiunque avesse dibattuto ulteriormente sulla natura di Cristo. Era però troppo tardi. Ormai la sede apostolica romana si era apertamente schierata contro il monotelismo, che era divenuto nuovo terreno di scontro per la supremazia religiosa. Papa Martino I indisse dunque un sinodo in Laterano nel quale condannava definitivamente il monotelismo come mezzo di riproposizione dell'eresia monofisita. L'imperatore ordinò l'arresto di Martino, ma dovette attendere sino al 653 per avere soddisfazione: catturato, Martino venne condotto prima in Sicilia, a Naxos, e quindi a Costantinopoli, dove, dopo essere stato esposto al pubblico, venne condannato all'esilio a Cherson, in Crimea.
Nel clima di scontro generale, il nuovo patriarca Costantino I vide respinte nel 676 le lettere sinodiche e la professione di fede inviata a papa Adeodato II. Non accettando la decisione papale, fece cancellare il nome di Adeodato dai dittici patriarcali.
La questione monotelita venne risolta solo nel 680-681, quando un accordo tra papa Agatone e l'imperatore Costantino IV portò alla convocazione del Terzo Concilio di Costantinopoli, nel quale il monotelismo venne bandito e furono condannati i suoi sostenitori più insigni, papa Onorio e Sergio di Costantinopoli (anche se defunti).
Ignazio e Fozio
Con la definitiva conquista araba di Palestina, Siria ed Egitto (metà del VII secolo), le sedi patriarcali di Gerusalemme, Antiochia e Alessandria finirono nell'orbita del mondo islamico, come pure Cartagine nell'Africa occidentale. La sede di Costantinopoli rimase l'unico centro ecclesiastico della Chiesa orientale. La dialettica tra la capitale bizantina e Roma dominò la vita ecclesiale per i quattro secoli successivi.; inoltre vanno tenuti in conto i problemi con i nuovi "imperi" transitori dei Bulgari e dei Serbi, che pretesero il riconoscimento dei relativi patriarcati, da Roma o da Costantinopoli.
Come contraccolpo alla conquista arabo-musulmana del Vicino Oriente scoppiò pure la lotta iconoclasta, innescata dall'imperatore Leone III Isaurico ed aggravata dal figlio Costantino V, che per un secolo sconvolse la vita religiosa dell'Oriente. Nello stesso periodo l'Italia era divisa in due dall'invasione dei Longobardi. Per ricomporre l'unità religiosa non bastò nemmeno il Concilio di Nicea II (787), convocato grazie alla reggente Irene.