Jeanne Dielman, 23, quai du commerce, 1080 Bruxelles, anche conosciuto semplicemente come Jeanne Dielman, è un film del 1975 diretto da Chantal Akerman. Fu presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del 28º Festival di Cannes. Nel 2000 The Village Voice lo inserì al diciannovesimo posto nella lista dei migliori film del XX secolo. Nel 2022 la rivista Sight and Sound, pubblicata dal British Film Institute, l'ha inserito al primo posto nella classifica dei cento film migliori di tutti i tempi.

Trama Il film racconta, con una grande minuzia descrittiva, tre giorni della vita disperata e ripetitiva di una casalinga, Jeanne Dielman. Il suo nome si deduce solo dal titolo, e da una lettera ricevuta dalla sorella Fernande.

Il primo giorno, la vita di Jeanne scorre come sempre. Vedova da sei anni e madre di un adolescente di nome Sylvain, ha pochissimi contatti sociali: sua sorella è emigrata in Canada, mentre lei vive a Bruxelles, ma non parla fiammingo; le poche, brevi conversazioni che intrattiene sono con la vicina di casa e alcuni negozianti. Anche con suo figlio, i dialoghi sono di poche parole. Per il resto, Jeanne passa quasi tutta la giornata in casa da sola, in silenzio. La donna è una casalinga modello: fa le pulizie e sbriga diverse commissioni, quasi tutte in funzione di suo figlio - cucina la cena per lui, lavora a maglia un golfino per lui, lo aiuta con i compiti scolastici. È attenta a non sprecare nulla, spegne sempre la luce appena cambia stanza e rassetta tutta la casa, in ordine quasi geometrico. Tra le abitudini che caratterizzano questa routine, vi è la custodia del figlio neonato di una vicina di casa, che lei mette in un angolo ignorandolo completamente, finché la madre non passa a riprenderlo, e poi la prostituzione occasionale: nel pomeriggio, quando Sylvain è ancora a scuola, Jeanne riceve in casa un cliente abituale, poi mette i soldi guadagnati in una zuppiera sul tavolo da pranzo.

Il secondo giorno, dopo la visita pomeridiana di un altro cliente abituale, in questo ordine apparentemente perfetto si è inceppato qualcosa: Jeanne esce dalla camera spettinata, cuoce troppo le patate per la cena, dimentica di coprire la zuppiera, perde un bottone del maglione, fa cadere una forchetta. Quella sera, suo figlio Sylvain le confessa dei pensieri edipici, ma Jeanne interrompe la conversazione per andare a dormire.

Il terzo giorno, Jeanne è visibilmente inquieta: si sveglia molto più presto del solito e anticipa tutte le sue attività, finché non ha più nulla da fare e si siede in poltrona, guardando fissamente davanti a sé. Cerca di calmare il neonato che piange, ma non ci riesce, quindi decide di ignorarlo come sempre, finché non arriva la vicina a riprenderlo. Finalmente, arriva il terzo cliente abituale. Per la prima volta, la telecamera inquadra Jeanne con un cliente: durante il rapporto, lei cerca di allontanare l'uomo, ma poi raggiunge l'orgasmo e, mentre si riveste, si accorge che lui, anziché andarsene, la guarda e si distende sul suo letto. In uno scatto, Jeanne afferra un paio di forbici e lo colpisce al collo, uccidendolo sul colpo.

Jeanne si siede in ombra al tavolo della sala da pranzo, con la camicetta bianca leggermente macchiata di sangue.

Produzione

Sceneggiatura Dopo essersi affermata come regista nel 1974 con il film Je, tu, il, elle, Chantal Akerman ha dichiarato di «sentirsi pronta a fare un lungometraggio con un budget maggiore» e così ha chiesto una sovvenzione al governo belga per poter realizzare il film, presentando una prima sceneggiatura che sarebbe stata solo il punto di partenza per Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce, 1080 Bruxelles: dopo aver ricevuto la sovvenzione governativa e aver iniziato la produzione, la Akerman si rese conto di «odiare la sceneggiatura»; da qui la scelta di scrivere daccapo il soggetto del film.

Il tempo nel film scorre con la stessa velocità per i personaggi e per gli spettatori che possono così sperimentare la materialità del cinema, la sua durata letterale e allo stesso tempo dà un significato concreto al lavoro invisibile di una donna; il film, infatti, ritrae la vita della protagonista senza tagli, il che, secondo la regista, «era l'unico modo per girare il film: evitare di tagliare l'azione in cento punti, guardare con attenzione ed essere rispettosi. L'inquadratura doveva rispettare il suo spazio, lei e i suoi gesti al suo interno». I pochi tagli sono poi anticipati spesso dallo spegnimento compulsivo delle luci prima di uscire da una stanza; questo semplice gesto separa uno spazio domestico dall'altro e preannuncia un cambio da una ripresa fissa all'altra. Non sono rari i casi in cui la scena rimane vuota, quando Jeanne si trova fuori dall'inquadratura perché è andata a mettere qualcosa in frigorifero o è uscita in balcone; il tempo di tali attese è minuziosamente calcolato in fase di scrittura e la regista, per aiutarsi, aveva con sé un orologio durante le riprese.

Chantal Akerman ha raccontato in un'intervista che una notte, dopo aver lavorato per un po' di tempo alla sceneggiatura del film, ha potuto vedere l'intero film nella sua forma finale. Ha quindi deciso di eliminare ogni trama secondaria, riducendo all'osso il ruolo e il tempo in scena dei personaggi secondari, in modo da concentrarsi quasi esclusivamente sulla figura di Jeanne e sulla sua monotona vita domestica. Tra i pochi personaggi che rivestono un qualche ruolo attivo nella vicenda, figurano: la sorella di Jeanne, Fernande, che però vive in Canada e appare solo sotto forma di una lettera; la vicina di casa, interpretata dalla stessa Akerman, e che ha con Jeanne un dialogo sull'uscio di casa; il figlio adolescente Sylvain, che esterna con la madre i suoi pensieri edipici. Come in altri film della regista, i personaggi parlano in monologhi recitativi intervallati da lunghi silenzi, poiché nella visione della Akerman ciò che conta nel "dialogo è che si arrotonda con il ritmo, una salmodia in cui le frasi non hanno senso".

La regista fa ampio uso di riprese fisse, l'inquadratura è frontale e simmetrica, con la cinepresa bassa e in linea con la statura della Akerman; la quale ha giustificato tale scelta dichiarando che in questo modo lo spettatore "sa sempre dove sono". Le riprese di Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce, 1080 Bruxelles sono durate cinque settimane e la regista lo ha definito un film d'amore per sua madre.

Cast Chantal Akerman ha incontrato l'attrice Delphine Seyrig nel 1974, al Nancy Theatre Festival, in occasione della proiezione del suo film documentario Hotel Monterey.

Critica Quando il film uscì nelle sale nel 1976, il film incontrò recensioni contrastanti, in particolare venne criticato per la sua lunghezza e il rigido minimalismo.

Il quotidiano francese Le Monde lo definì il "primo capolavoro femminile nella Storia del cinema.

Jonathan Rosenbaum, famoso critico cinematografico americano, difese la lunghezza e i tempi lentissimi del film, come necessari alla storia.

Ivone Margulies, allieva di Akerman, definì la pellicola un paradigma filmico che unisce femminismo e disincanto.

Critica recente Nel dicembre 2022, la rivista di cinema britannica Sight and Sound classifica Jeanne Dielman "miglior film di tutti i tempi. Si tratta di un riconoscimento importante, perché quella di Sight and Sound è una delle poche classifiche ad essere rispettata e presa sul serio nell'ambiente cinematografico.

I giornalisti sottolineano che è la prima volta che un regista donna raggiunge questo riconoscimento, dopo più di 120 anni dalla nascita del cinema.

Il film esce in Francia in versione restaurata e digitalizzata nell'aprile del 2023 e vende ventimila biglietti.

In questa seconda distribuzione degli anni 2020, la ricezione del film è generalmente entusiasta. Il quotidiano Le Monde insiste sulla dimensione "politica" delle riprese degli interni, che evidenziano come la vita di una casalinga possa diventare alienante e nota pertanto tutta l'attualità del film. Il film ricevette anche critiche negative, fra cui quella del quotidiano conservatore francese Le Figaro, che lo sconsiglia, giudicandolo "assommant"(noiosissimo).

Babette Mangolte, capo operatrice nel film, intervistata dal quotidiano progressista francese Libération, ricorda i legami del film col cinema sperimentale americano e i movimenti femministi. L'Encyclopædia Universalis (2023) collega la biografia della regista e quella dell'attrice protagonista. Si osserva come nel film venga anche evocata la madre della regista.

Note

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