Fiera amazzone, educata alle armi e al coraggio, dotata di un portamento marziale, mossa da un'indole cinica e ambiziosa, la vigorosa personalità femminile di Macalda dispiegò la sua influenza dapprima nella cerchia di Carlo d'Angiò e poi presso la corte di Pietro I di Sicilia, la cui persona, secondo un cronista coevo, Bartolomeo di Neocastro, Macalda avrebbe tentato inutilmente di sedurre. Le sue qualità ne fecero una protagonista di primo piano in quell'importante epoca di transizione e di violenti rivolgimenti nella storia del Regno di Sicilia che fu segnata dalla sanguinosa rivolta dei Vespri e che portò alla cacciata degli Angioini dall'Isola e alla nascita del nuovo Regno di Sicilia indipendente dal continente.

Intrigando a corte, ma anche rivaleggiando spavaldamente con la regina Costanza II di Sicilia, Macalda ebbe infatti un ruolo importante nel favorire inizialmente, e nel far precipitare in séguito, le fortune politiche del suo secondo marito, il vecchio Alaimo da Lentini, che della rivolta del Vespro era stato uno dei maggiori fautori.

La parabola sociale e politica di Macalda, e della sua umilissima stirpe originaria, può essere considerata come un caso esemplare e paradigmatico del tipo di mobilità sociale attraverso cui, in un contesto tardo medievale del XII secolo nel Regno di Sicilia, una famiglia ambiziosa poteva giungere in poche generazioni all'emancipazione dalla povertà e da condizioni subalterne, compiendo un percorso spettacolare che dalla miseria poteva attingere le alte sfere realiAltro esempio di affluenza sociale, della stessa epoca normanno-federiciana, è quello di Giovanni Moro, figlio di una schiava saracena, che dalla originaria condizione servile si innalzò fino al rango di intimo consigliere di Federico II di Svevia..

La vicenda di Macalda ha lasciato dietro di sé una riconoscibile traccia storica, ricevendo però trattamenti diversi dalle cronache sincrone: una di queste, la Historia Sicula del coevo cronista messinese Bartolomeo di Neocastro, è a lei estremamente avversa, ma i comprensibili motivi politici che ispirano Neocastro, filo-aragonese, potrebbero essere non sufficienti a giustificare la sua acrimonia, per alcuni così eccessiva da autorizzare il sospetto di trovarsi di fronte a «una delle vittime del fascino della donna».

Oltre che per l'educazione militare, Macalda è nota anche per un'altra qualità, anch'essa poco usuale per una donna medievale, la conoscenza del gioco degli scacchi, per la quale le si può riconoscere una sorta di primato storico nell'universo femminile e in quello scacchistico siciliano.

La sua singolare figura, abitando le pagine della cronaca e della storia, è trasfigurata nella memoria collettiva, nel folklore e nell'immaginario collettivo: Macalda diviene la protagonista di tradizioni, miti, e leggende popolari della Sicilia, come quella catanese del pozzo di Gammazita.

Un'eco distante della passione di Macalda per il sovrano aragonese, su cui si diffonde con toni caustici il cronista Neocastro, sembra riverberare anche nella narrazione boccaccesca, con enorme diversità di toni e accenti, trasfigurata in un ben più idealizzato e rarefatto contesto cortese e cavalleresco, quando, nel Decameron, si narra del perduto amore di Lisa Puccini per Re Piero di Raona.

Biografia Origini

La sua famiglia era di umilissima estrazione sociale, e versava inizialmente in disagiate condizioni economiche, dalle quali avrebbe saputo però abilmente affrancarsi grazie a un'inarrestabile ascesa sociale il cui apice sarebbe stato toccato proprio da Macalda. La bisnonna, infatti, conduceva la sua meschina esistenza esposta alle intemperie ("sotto il sole e la pioggia") davanti alla Porta Judaeorum di Messina, dove smerciava generi alimentari su un banchetto all'aperto. Pur con questa modestissima attività, la donna riuscì non solo a sbarcare il lunario ma anche a metter da parte qualche soldo.

Ascesa sociale e politica Il nonno Figlio della venditrice ambulante fu un tale Matteo Selvaggio (qui cognominabatur salvagius): colui che sarebbe divenuto il nonno di Macalda, era egli stesso, agli inizi del XIII secolo, nient'altro che un servo o un semplice milite alle dipendenze del custode del castello demaniale di Scaletta, un presidio destinato al controllo del transito sulla strada di chi da sud raggiungeva Messina, provenendo da Catania e Siracusa.

Intorno al 1220, morto il castellano, Matteo Selvaggio riuscì ad assumerne l'ufficio per concessione del Re di Sicilia Federico II. Un ulteriore e decisivo passo in avanti lo dovette poi a un colpo di fortuna, il rinvenimento di un tesoro nascosto nel castello. Spogliatosi in questo modo della miseria, volle sbarazzarsi anche del poco onorevole cognome avito. Attribuendosi la titolatura di Scaletta, Matteo volle sancire in questo modo il nuovo avanzamento di status.

Giovanni di Scaletta, padre di Macalda Il progresso economico gli aprì la possibilità di un ulteriore passo, avviare il figlio Giovanni agli studi giuridici. Quel titolo di studio, come avverte Neocastro, in quel contesto sociale, era in grado di conferire grande prestigio a chi lo avesse conseguito: e così fu anche con Giovanni al quale immancabilmente si schiusero più ampi orizzonti e nuove opportunità, tra cui anche la strada maestra verso un matrimonio altolocato, suggellato con una nobildonna siciliana del casato dei Cottone. Nel castello di Scaletta, nacquero da quel matrimonio due figli: il primogenito fu Matteo II al quale fece séguito, in un'epoca intorno al 1240, la sorella Macalda a cui sarebbe toccato in sorte l'atto definitivo nell'arrampicata sociale, l'acquisizione, in due passaggi, del prestigio politico ancora mancante.

Macalda nelle coeve cronache siciliane

Varie sono le sfumature che la figura di Macalda assume nelle fonti coeve.

Bartolomeo di Neocastro Bartolomeo di Neocastro, nella sua Historia Sicula, si mostra a lei particolarmente avverso, ispirato da evidenti motivi politici: dopo il successo della rivolta del Vespro, pur essendosi schierata con i vincitori, «Macalda rappresenta i nobili siciliani di tradizione guelfa che si erano espressi nella Comunitas Siciliae», vale a dire quell'effimero esperimento politico repubblicano di Indipendentismo siciliano che aveva preceduto la nascita del Regno di Sicilia definitivamente indipendente dal continente italiano. Tuttavia, c'è chi crede che non basti solo questo a giustificare l'astio del cronista, la cui narrazione su Macalda diventa «particolarmente velenosa, al punto di giustificare il sospetto che l'austero e dotto storico messinese sia stato una delle vittime del fascino della donna».

Cronache catalane: Bernat Desclot Bernat Desclot, cronista catalano a lei contemporaneo, pur uomo di parte aragonese, si esprime sulla sua figura in termini più favorevoli. Al capitolo 96 della sua Crònica del Rey en Pere egli la definisce «molto bella e gentile, e valente nel cuore e nel corpo, generosa nel donare e, a tempo e luogo, valorosa nelle armi al par d’un cavaliere».

È stato finemente notato come Desclot, in questo passo, abbia leggermente corretto il tiro rispetto ai toni ancor più lusinghieri usati in una precedente versione della sua Crònica, operando una sorta di sottile autocensura a fini propagandistici: in una prima stesura, infatti, Macalda era definita leyal (leale); poi, caduta in rovina la donna per il suo presunto cospirazionismo, quell'attributo non era evidentemente più utilizzabile in maniera neutra, e fu quindi sostituito con «bella» Monografia pubblicata nel 1919 e ora in: Ferran Soldevila i Zubiburu, El desafiament de Pere el Gran amb Carles d'Anjou, Barcelona, 1960.

Virtù militari di Macalda Sulle virtù militari della donna, sottolineate da Bernat Desclot, e sul suo portamento marziale, la tradizione su Macalda è concorde. Altri autori, anche quando non ispirati da benevolenza, se non addirittura animati da aperta ostilità, convergono nel definirla valorosa nelle armi e capace di districarsi con eroico coraggio tra i pericoli della guerra Nota del curatore, p. 458..

Il primo matrimonio con Guglielmo d'Amico La giovanissima Macalda fu presa in moglie da Guglielmo Amico, che un tempo era stato barone di Ficarra, ma poi spogliato dei beni ed esule al tempo della dinastia sveva di Sicilia. Fu proprio questo stato di riduzione in miseria, che diede a Macalda e alla sua famiglia la possibilità di accedere a un matrimonio con un titolato. Anche Guglielmo, dal canto suo, contava di trarre un'utilità da queste seconde nozze: la sua speranza, poi andata delusa, era che esse gli permettessero di rientrare in possesso del perduto feudo di Ficarra.

Le sue aspettative, tuttavia, si rivelarono mal riposte: Guglielmo Amico cadde in disgrazia e concluse la sua esistenza ridotto in povertà. Macalda non ebbe rimorsi: abbandonò senza rimpianti il marito morente nell'Ospedale dei Templari, e si mise a vagare a lungo in abito di frate minore, soggiornando in varie provincie tra Messina a Napoli, ed esibendo un contegno non impeccabile. A Napoli, in particolare, la vedova avrebbe intrecciato una relazione di natura incestuosa con un suo parente. Tornata a Messina si infilò non riconosciuta in casa di un altro parente, con il quale impegnò una nuova relazione sessuale al limite dell'incesto.

Infine, per volere di Carlo I d'Angiò, Macalda riuscì perfino a vedersi confermata nel possesso dei beni inutilmente rivendicati dal suo oramai defunto marito, Guglielmo d'Amico.

Secondo matrimonio con Alaimo da Lentini e coinvolgimento nella Guerra del Vespro Sempre per volere regio, la donna fu data in sposa ad Alaimo da Lentini, al tempo assai influente nella cerchia angioina, già sposato in prime nozze con un'altra, anche lei di nome Macalda.

Quando i fasti di Alaimo presso la corte angioina andarono declinando, fu anche grazie alle manovre dell'intrigante moglie se egli riuscì a rifarsi una reputazione e a riposizionarsi, dapprima presso i siciliani, divenendo uno dei principali ispiratori dei Vespri (rivolta cui aderì pure la consorte), e poi presso la corte aragonese.

Scoppiata la rivolta, fu nel frangente che vide Alaimo partire per difendere Messina dall'assedio che Macalda mostrò ancora una volta la sua ambizione, diventando governatrice di Catania e facendo le veci del marito.

In quell'occasione, Macalda si rese protagonista a Catania di uno spregiudicato tradimento ai danni dei francesi che si erano rivolti a lei negli strepiti del Vespro: dopo aver simulato un'accoglienza benevola, li spogliò invece dei beni per poi abbandonarli al loro destino, lasciandoli in balia del popolo inferocito.

L'ambiziosa Macalda pareva mirasse molto in alto per realizzare i suoi disegni di potere. I siciliani avevano pregato la Regina Costanza II di Sicilia, figlia di re Manfredi, di accettare la corona di Sicilia, come ultima degli Hohenstaufen. Il consorte della regina, Pietro III d'Aragona, appoggiò l'iniziativa e si preparò a sbarcare nell'isola.

Le mire su Pietro d'Aragona

Sempre al periodo dei Vespri, ma successivamente allo sbarco di Pietro d'Aragona in Sicilia, risale un intrigo da lei ordito allo scopo di guadagnarsi il ruolo di «favorita» del re, un episodio che getta ulteriore luce sul suo spregiudicato arrivismo.

In quel tempo, infatti, venuta a conoscenza dell'arrivo dell'aragonese a Randazzo, Macalda gli si presentò in pompa magna, adornata in superbe vesti marziali, con in mano una mazza d'argento, animata da intenzioni di concupiscenza sessuale che presto si fecero esplicite. Portata di fronte al re, gli si rivolse con queste parole:

Il re, rifuggendo a quel tempo da avventure amorose, fece finta di non intenderne le avance e, pur onorandola e trattandola con cortesia, la condusse di persona all'albergo con un corteo di cavalieri al seguito. Il contegno di Pietro non fece desistere Macalda dalle sue mire: mostrando di non darsene a intendere, si mise a seguire l'aragonese nel suo itinerario attraverso l'isola.