Lo Stabilimento siderurgico di Piombino è un complesso industriale specializzato nella produzione di acciaio. È situato a Piombino in prossimità del mare, lambendo 9 km di costa; con i suoi è il secondo centro siderurgico italiano dopo quello di Taranto.

Attualmente è di proprietà della JSW Steel Italy, azienda controllata dalla multinazionale indiana Jindal South West.

Storia La Magona d'Italia e la ferriera Perseveranza Nel 1865 a Piombino nasce la Magona d'Italia su iniziativa di Alfred Novello, imprenditore di origini inglesi, a cui si associano immediatamente Jacopo Bozza, milanese, già affittuario dello stabilimento napoletano di Pietrarsa, Auguste Ponsard, ingegnere proveniente dalla siderurgia pubblica ex granducale, e Alessandro Gigli. La fabbrica fu dotata di un altoforno a carbone di legna e di un convertitore Bessemer, il primo ad essere impiantato in Italia, per produrre acciaio partendo dalla ghisa liquida. L'impresa entrò subito in crisi ed i soci si divisero. La Magona cessò nel 1866 la produzione mentre Jacopo Bozza fondò la ferriera Perseveranza. Qui vi lavorano settanta operai, in gran parte detenuti del penitenziario cittadino. La scelta di Piombino come sito di ubicazione di tali stabilimenti è determinata da alcune caratteristiche geografiche, come la presenza di un porto naturale che facilita enormemente le manovre di carico-scarico dei prodotti e il trasporto delle materie prime, nonché la vicinanza dell'Isola d'Elba, grande bacino minerario da sfruttare. Dal 1866 alla fine del 1870 si verificano notevoli difficoltà economiche che provocano arresti della produzione e fermate più o meno lunghe. Queste crisi sono superate nel 1871 e l'Amministrazione comunale approva il progetto per la costruzione di una strada che colleghi la città (ancora tutta entro le mura) con Portovecchio, dove è situato lo stabilimento. A quel punto la ferriera ha un lavoro stabile e continuo ed è parte integrante dell'economia cittadina. Lo stabilimento è in continuo sviluppo e nel 1872 la società di Bozza si trasforma in anonima con l'appoggio della banca Italo-Germanica e di vari banchieri. L'anno successivo sono impegnati nelle operazioni di produzione cento operai civili e ad altrettanti detenuti.

Credito Mobiliare Italiano Nel 1875 Bozza abbandona Piombino e la ferriera Perseveranza per trasferirsi a Tarquinia, dove apre una nuova ferriera. La Perseveranza passa sotto la proprietà del Credito Mobiliare, il quale ne cambia il nome in “Stabilimento Metallurgico”, sotto la direzione tecnica dell'ingegner Dainelli, che vi impianta un forno Martin-Siemens che utilizza ghisa e rottame, primo caso italiano. L'ingegner Dainelli ottiene dal Comune anche l'autorizzazione ad usare il ponte caricatore di Portovecchio per lo scarico delle materie prime che arrivano dal mare (1878). In questo periodo gli addetti civili operanti nello stabilimento sono 110 (tra cui quattro con un'età compresa tra gli undici e i quindici anni e due sopra i sessanta) e circa altrettanti detenuti. Le paghe orarie dei ragazzi sono irrisorie (0,75 Lire) o addirittura nulle. La giornata lavorativa è di dieci ore. Nel periodo che va dal 1882 al 1889 l'ammodernamento e lo sviluppo procedono senza soste; viene concessa l'autorizzazione per la costruzione del collegamento ferroviario fra Piombino e la stazione di Campiglia Marittima e si costruiscono le abitazioni per i lavoratori dello stabilimento fuori dai confini cittadini, cioè fuori delle mura. Il numero degli operai sale a 340, di cui 180 carcerati; gli abitanti di Piombino, che appena venti anni prima erano 3.300, ora raddoppiano quasi in numero, raggiungendo le 7.000 unità. In questi anni di fine secolo maturano delle situazioni molto importanti in ambito nazionale: infatti il governo prende la decisione di collegare con ferrovia gran parte delle città e dei paesi del giovane Regno, al fine di migliorarne le comunicazioni. Questo porta un duplice beneficio all'industria. In primo luogo una maggiore e più efficiente comunicazione ferroviaria che velocizza gli scambi commerciali; in seconda battuta un aumento della produzione dell'acciaio finalizzato alla costruzione stessa dei nuovi binari. Inoltre lo Stato, rendendosi conto che la maggior parte della ghisa necessaria all'industria nazionale è d'importazione, decide di attuare una forma di mercantilismo/protezionismo. Sono istituite così particolari agevolazioni di finanziamento per i gruppi siderurgici nazionali.

La nascita della Altiforni e Fonderie di Piombino Nel 1892 la Magona d'Italia riavvia le proprie produzioni siderurgiche concentrandosi sulla produzione di bande stagnate; nel 1897 viene costituita dalla famiglia fiorentina Benini, proprietaria della fonderia del Pignone, la anonima "Altiforni e fonderia di Piombino" dotata di un altoforno a carbone di legna e di un'officina meccanica per la produzione di tubazioni; infine nel 1899 viene costituita la anonima "Elba" che impianta a Portoferraio un altoforno a carbon fossile in cui si produrrà la prima colata italiana di ghisa al coke. La ex ferriera Perseveranza, ora Stabilimento Metallurgico, inizia una fase di lento declino che la porterà alla definitiva chiusura poco prima della guerra del 1915-1918. Il comprensorio Piombino-Elba diventa uno dei principali distretti siderurgici italiani. La "Altiforni di Piombino" passa nel 1902 sotto il controllo della famiglia Bondi che nel 1905 ristruttura l'impianto sulla base della nuova idea di ciclo integrale, in cui cioè dal minerale si passa al prodotto finito (barre, billette, travi, rotaie). È il primo esempio italiano di acciaieria impostata con questa modalità, di lì a poco introdotta anche dalla società Ilva nel proprio stabilimento di Bagnoli. La Altiforni di Piombino si avvia così a diventare uno dei principali produttori d'acciaio d'Italia. In questi anni a cavallo tra il diciannovesimo e ventesimo secolo Piombino è in continuo fermento: nonostante le aree malsane dislocate tutt'intorno alla città, l'immigrazione proveniente da tutta la Toscana aumenta incessantemente. Nel 1908 lo stabilimento di Piombino produce le prime rotaie ferroviarie e diventa di fondamentale importanza per lo sviluppo delle strade ferrate in Italia. Un paio d'anni dopo però iniziano le prime controversie tra lavoratori ed azienda, motivate dalle condizioni di lavoro, dagli orari e dai salari giornalieri, che culminano con grandi scioperi. All'epoca una paga quotidiana oscillava dalle 3 alle 6 Lire, in funzione della professionalità, mentre il pane costava 0,4 Lire/Kg, la carne 2 Lire/Kg, un paio di scarpe 14 Lire e un vestito da 25 a 40 Lire.

Prima guerra mondiale Con lo scoppio della prima guerra mondiale la richiesta dei prodotti siderurgici diventa spasmodica e a Piombino la produzione di ghisa arriva a sfiorare le 500 tonnellate al giorno. La Altiforni di Piombino, che dal 1911 fa parte del consorzio Ilva, creato per ristrutturare gran parte della siderurgia italiana gravata da pesanti debiti, attraverso una serie di scalate borsistiche avviate da Massimo Bondi ed alimentate dal grande flusso di denaro anticipato dallo Stato italiano durante la guerra entra in possesso di tutti gli impianti del consorzio Ilva, trasformandosi in “Ilva – Acciaierie d'Italia”. Finita la guerra, la crisi si affaccia inesorabilmente anche in Toscana e i suoi effetti si fanno sentire nell'acciaieria. L'attività si riduce ad un livello minimo, per poi arrivare ad essere sospesa nella seconda metà del 1921 quando il crack finanziario della famiglia Bondi lascia tutti gli impianti Ilva, tra cui quello di Piombino, nelle mani delle banche. Dopo sei mesi, passato il periodo buio, le attività lavorative riprendono progressivamente e la produzione aumenta fino a raggiungere e superare i livelli del periodo pre-crisi. Successivamente, sotto lo slancio di una rinnovata spinta commerciale, lo stabilimento continua il suo sviluppo, costruendo nuovi impianti per lo stampaggio a freddo e a caldo delle traverse metalliche e fabbricando i primi edifici adibiti a spogliatoi. Il numero dei dipendenti è ora attestato sulle 2500/2600 unità, mentre la città di Piombino, di pari passo all'attività industriale, conta circa 30000 residenti.

IRI Gli anni del primo dopoguerra sono segnati dal controllo della Banca Commerciale Italiana che mette a capo dell'Ilva il senatore Arturo Bocciardo. Gli investimenti scarseggiano mentre le acciaierie a ciclo integrale non sono prese in considerazione nelle politiche industriali dell'epoca. Nel 1936, in seguito alla crisi mondiale e a quella bancaria, lo stabilimento passa sotto il controllo dell'IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), un ente pubblico italiano istituito dall'allora presidente del consiglio Benito Mussolini con il fine di gestire tutte le industrie controllate fino ad allora dalle grandi banche italiane. L'anno seguente, per gestire gli stabilimenti siderurgici acquisiti dall'Iri fu creata la Finsider. Sotto la nuova gestione e sotto l'indirizzo di importanti tecnici come Agostino Rocca ed Oscar Sinigaglia riprende l'interesse verso gli impianti a ciclo integrale e quello di Piombino attira importanti finanziamenti tesi a ristrutturarlo e ad ampliarne la capacità produttiva.

Seconda guerra mondiale Il 10 settembre 1943 però, a causa del secondo conflitto mondiale, l'attività di rinnovamento viene bloccata e il controllo dello stabilimento passa alle autorità militari tedesche. Nel 1944, la sera del 10 gennaio tre aerei dell'United States Army Air Force sganciarono 24 bombe da 225kg sugli impianti siderurgici. Rimase così solo la vecchia centrale elettrica che costituirà poi la base per la ricostruzione.

Nell'ottobre del '44 inizia l'opera di sgombero delle macerie ed una successiva analisi generale evidenzia che purtroppo il 77% degli impianti è distrutto. Ciononostante, nel giro di dieci anni, tutti gli impianti vengono ricostruiti ed indirizzati verso la produzione di profilati pesanti, oltre che di rotaie ferroviarie. Con questa nuova ristrutturazione, lo stabilimento occupa una superficie di circa 900.000 m² di cui 11.200 coperti; la rete ferroviaria per le movimentazioni interne è di circa 45 km, mentre le strade interne hanno uno sviluppo di circa 10 km; la produzione si avvicina al milione di tonnellate l'anno e il personale in forza allo stabilimento risulta intorno alle 2500 unità (c.a. 2200 operai, 100 intermedi, 200 impiegati e 10 dirigenti).

Gli anni cinquanta e i sindacati Negli anni cinquanta, in concomitanza con la ricostruzione e lo sviluppo ulteriore dello stabilimento, si verifica una sensibile crescita delle forze sindacali anche per una più incisiva organizzazione del sindacato a livello nazionale. Nella Piombino siderurgica si manifestano grandi agitazioni sindacali di vigore mai più superato; gli operai della cittadina saranno poi considerati la punta avanzata del proletariato nazionale. Le lotte sindacali sono però per gran parte politicizzate e spesso prendono spunto dalla politica estera del governo, invisa alle sinistre massimaliste, per cui è la lotta di classe che ha il sopravvento sulle controversie sindacali.

Italsider Nel 1961 si verifica la fusione fra la classe dirigenziale dell'Ilva e quella dello stabilimento di Cornigliano; l'operazione è realizzata con l'incorporazione di Acciaierie di Cornigliano nell'Ilva, che assume la denominazione sociale di Italsider Altiforni e Acciaierie riunite Ilva e Cornigliano SpA. La capacità produttiva arriva a 6,5 milioni di tonnellate all'anno per la ghisa e a 7,2 milioni per l'acciaio. Il nuovo gruppo fabbrica il 55% della produzione nazionale di acciaio, l'80% di ghisa e il 56% di laminati.