San Giovanni in Fiore, posto nel cuore della Sila, poggia le basi della sua storia urbanistica sulla nascita del monastero Florense. Questo sarà l'elemento distintivo sulla quale si svilupperà il centro urbano, ossia, essere nato esclusivamente da una comunità monastica.. Il secondo elemento da evidenziare, è la posizione baricentrica del nucleo urbano, sulla direttrice Cosenza-Crotone, ponendosi come “cerniera” fra il territorio della Sila e quello dell'altro marchesato Crotonese, posto in posizione baricentrica fra le città capoluogo di Cosenza, ad ovest e Crotone ad est. Il territorio abbraccia un piccolo bacino geografico che comprende alcuni piccoli comuni quali Cerenzia, Caccuri, Castelsilano e Belvedere di Spinello a sud, e Savelli..
Cronologia storica
Una prima suddivisione, riguardo l'urbanizzazione del territorio comunale è fra il centro urbano sviluppato su Monte Difesa; e le frazioni antiche e moderne. Per ciò che riguarda il centro urbano questo può essere analizzato a seconda di sei fasi “storiche”, che vanno dal 1200 fino alla prima metà del Novecento, ed una fase “contemporanea” post-bellica che inizia nel 1950 e termina alla fine degli anni novanta del secolo scorso.
Le fasi storiche, secondo alcuni studi, sono concentrate in queste fasce temporali: I fase: dalla nascita del monastero e i primi secoli, fase del complesso abadiale; II fase: il casale fino a metà del Cinquecento, fase della nascita dell'Università civica; III fase: seconda metà del Cinquecento e primi anni del Seicento, primo sviluppo della città; IV fase: tra Seicento e Settecento, sviluppo dei rioni popolari; V fase: tra Settecento e Ottocento, fase dell'arrivo delle famiglie signorili; VI fase: tra Ottocento e metà del Novecento, fase del consolidamento urbano.
I Fase: il complesso abadiale
Il primo edificio realizzato a San Giovanni in Fiore è l'Abbazia Florense. Per portare a compimento l'opera ci vollero circa 14 anni, con conseguenti sacrifici sia per l'onerosità del progetto, sia per le condizioni climatiche ed orografiche della Sila. Durante la lavorazione del monastero, la comunità monastica fu costretta a vivere "in disagevoli baracche di legno, costruite ai piedi del gigantesco cantiere".Romano Napolitano, San Giovanni in Fiore Monastica e civica Vol. I, nota 13 p. 43 Il monastero venne progettato e realizzato nello stile romanico-gotico dell'architettura cistercense, imponente e solenne, con linee architettoniche semplici, povere ma originali, seguendo le linee della riforma florense.. Gli anni successivi al completamento del monastero, furono impiegati per il completamento della fabrica florense, che verrà terminata intorno al 1230. Tutto il complesso monastico era protetto da una cinta muraria continua, interrotta solo in alcuni punti d'accesso in archi in pietra, dette porte d'ingresso. Sulle porte d'ingresso vi sono due linee teoriche diverse, la prima teorizza più porte d'ingresso della stessa cinta, mentre la seconda ipotizza un'unica porta d'accesso, costituita in parte dal rimanente Arco normanno, e in parte da un altro arco retrostante del quale restano solo gli ammorsamenti della base. Il "maestro di fabbrica" del cantiere del complesso monastico, fu un certo "frate Giuliano" che operò a San Giovanni in Fiore dal 1215 fino al 1234, anche se vi è l'ipotesi di altre attività profuse da altri "maestri di fabbrica".Pasquale Lopetrone, La chiesa Abbaziale Florense, Librare 2002, p. 13 La cinta muraria è andata completamente scomparsa, salvo impercettibili tracce e pochissimi resti, poiché nel corso dei secoli, i saccheggi, gli assalti e l'incuria, hanno provveduto a farne perdere traccia. Vi è anche l'ipotesi del riuso dei resti della cinta per altri utilizzi, come sicuramente, molte parti di questa, sono state assorbite dall'edilizia che è sopraggiunta dopo il 1500, quando la cinta, già in disuso, non aveva più l'utilità per la quale era stata generata.Sulla cinta muraria è stato condotto uno studio operato dall'architetto Pasquale Lopetrone, riportando le ricerche analitiche e una ricostruzione del complesso monastico integrato nella cerchia delle mura su La chiesa Abbaziale Florense, Librare 2002, p. 23
La fabbrica monastica comprendeva, dunque, oltre il già citato monastero florense, anche una serie di altri edifici tutti racchiusi all'interno della cinta muraria, capaci a far fronte a tutte le necessità della comunità monastica. Vi erano dunque gli ospizi, l'infermeria, il mulino funzionante grazie all'acquedotto badiale, vari laboratori anche officinali, forno, granai e dispense per la conservazione del raccolto, i fienili e le stalle per gli animali, e le case ospitanti i monaci e chi in caso, sarebbe salito sulle pendici delle Sila, e necessitava di ospitalità.
II Fase: nascita dell'Università civica
Nel 1500 venne istituita da parte dello Stato Pontificio la commenda abadiale, che era in grado di controllare e sfruttare le risorse del territorio silano concesso al monastero florense, territorio che dunque era del demanio regio. Il territorio affidato alla commenda, che fino a quel momento rea denominato "Sila Badiale", divenne territorio della "Sila Regia".Salvatore Meluso, La Sila e la sua gente, Grafica Florense, San Giovanni in Fiore, 1997, vol. II, p. 10 Il secondo abate commendatario, Salvatore Rota, sotto il segno della Commenda, si prodigò a conseguire uno sviluppo abitativo legato dunque allo sfruttamento dell'agricoltura e delle poche risorse infrastrutturali esistenti. In quel periodo non vi era una piazza o agorà nella quale ritrovarvisi (ad eccezione della piazzetta antistante l'Abbazia), non vi erano vie pubbliche realizzate appositamente (ma solo mulattiere in terra) e soprattutto non vi era ancora una chiesa parrocchiale. Il beneficio concesso al casale, riuscì ad attirare sui monti della Sila, numerose persone, con una costante crescita demografica, che costrinse alla realizzazione degli uffici amministrativi e giuridici. La crescita demografica e la necessità di amministrare il piccolo paese che si stava costituendo, furono determinanti per ottenere la concessione da parte di Carlo V, del privilegio di urbanizzare ed amministrare l'intera zona. Il 12 aprile del 1530, nacque dunque la San Giovanni in Fiore civica. Dopo tale decreto l'area intorno l'Abbazia si urbanizzò velocemente ma in maniera piuttosto disordinata. Non vi erano normative in vigore che regolassero l'urbanizzazione in quel tempo, cosicché il paese si diffuse in un modo piuttosto sparso, con piccoli nuclei di case separati gli uni dagli altri. I primi nuclei di case furono quello che oggi è il quartiere Cortiglio, e quello che oggi il quartiere della Cona, distanti fra di loro 200-300 metri. Il primo vero elemento che diede ordine alle costruzioni abitative, fu l'attuale piazza Gioacchino da Fiore, che nacque in contemporanea alla realizzazione della Chiesa Madre. La piazza, che in quel tempo doveva con molta probabilità essere uno spiazzo rurale e coltivato, era attraversato da una strada ripida (sielica) che collegava i due nuclei abitativi, e che collegava la nuova chiesa con l'Abbazia.
L'Acquedotto Badiale
Nel 1500 tutto l'impianto del paese era fortemente influenzato dall'Acquedotto Badiale, che captava le acque di Garga, arrivando sul cozzo dove attualmente vi si trova la fontana dei Cappuccini. Da qui l'acquedotto si diramava in due tronconi: il primo scendendo ad est, dalla fontana dei Cappuccini, faceva un percorso che oggi possiamo rintracciare nell'attuale via Panoramica, fino a giungere alla fontana di Fra Vincenzo, per poi cadere nel fiume Neto, posto sotto il costone della fontana; l'altro troncone percorreva il versante orientale di monte Difesa, alimentando un mulino e confluendo nel fiume Arvo. L'acquedotto badiale costituiva in questo modo, il limite urbano del paese, cingendo il casale a nord, ad est e ad ovest, mentre a sud il fiume Neto chiudeva il cerchio naturale.
L'Acquedotto Badiale rappresentava la risorsa più importante per tutta la comunità monastica, ed anche per quella futura, tant'è che venne mantenuto e curato per diversi secoli, anche nei periodi più bui del paese silano., tanto da essere considerato, fino al dopoguerra la spina dorsale dell'insediamento urbano. Nel 1550 l'abbazia, i locali annessi e le officine erano cintati da una muraglia che aveva funzioni giuridiche e difensive, oltrepassandole infatti, si perdevano i diritti d'asilo che il re Federico II aveva concesso nel 1221. Delle vecchie mura è rimasto solo l'arco ogivale, comunemente chiamato Normanno. Fino al 1530, le poche costruzioni esistenti, tutte interamente costruite con la pietra locale, erano interne a questa cinta muraria. Vi si trovavano, oltre ad alcune case realizzate di fronte alla piazzetta antistante l'ingresso dell'Abbazia Florense, un forno, le stalle e le botteghe artigiane. Vi era inoltre l'ospizio dei forestieri e l'ospedale degli infermi.
Alle terre poste al di sotto dell'Abbazia e delle mura, fino a raggiungere il fiume Neto, furono realizzati numerosi ed ampi terrazzamenti a scopo agricolo, che seppur non più utilizzati, sono ancora oggi ben visibili agli occhi più attenti. Altri terrazzamenti furono realizzati a nord del primo nucleo abitativo e sopra di essi nelle aree più acclive e sui crinali, cominciarono a sorgere le prime case contadine. Gli acquedotti, i rigagnoli e il fiume vennero sfruttati per scopo irriguo delle terre coltivabili, grazie ad ingegnose chiuse. Tutto questo per affermare come nel XVI secolo, San Giovanni in Fiore è ancora una campagna abitata da alcuni monaci, ben lontana dal grosso centro abitato che diventerà pochi secoli dopo.
III Fase: primo sviluppo della città
Dopo che il monastero venne dato in commenda agli abati, e la conseguente nascita della San Giovanni civica, si assiste ad un rapido sviluppo urbano e demografico. Ciò che incentiva l'arrivo di nuovi abitanti è in parte riconducibile ai vantaggi fiscali che la “Sila Badiale” godeva, ed in parte anche all'ottima gestione economica delle terre fatte dai vari abati commendatari. Questi infatti, riuscirono a contenere il fenomeno speculativo sulla vendita delle terre (anche se in futuro si avranno problemi per ciò che riguardano le “usurpazioni badiali”), offrendo alle nuove popolazioni che volevano insediarsi, il lotto sulla quale edificare la casa, compreso di terreno circostante da lavorare, dando la possibilità di riuscire a realizzare un reddito familiare. Il cittadino in cambio, pagava la tassa per l'uso del suolo, con il sistema delle “decime”, ossia bisognava dare al monastero florense, la decima parte della produzione agropastorale dell'anno.. Si venne a formare un sistema paese, con tessuto urbano a maglie larghe, un grande territorio che comprendeva numerosi casalini, mentre il centro del paese, il monastero, offriva i servizi primari dell'epoca.
La Sielica La sielica (salita ripida), è la prima arteria stradale realizzata nel paese neocivico. La sua realizzazione, promulgata dall'Abate Salvatore Rota, è di rilevante importanza per ciò che riguarda tutto il contesto urbanistico del casale che si apprestava ad assumere i connotati di un paese. L'arteria delineerà i principali orientamenti urbani del 1530 in poi, è darà origine a successive arterie viarie (altre sieliche), che costituiranno i perni della comunicazione, delle relazioni commerciali e sociali.. Su di essa si innesteranno, infatti, le abitazioni del ceto medio borghese, oltreché vi si innestavano anche i principali edifici della città, specie per uso amministrativo. La sielica inoltre, darà ordinamento alla costituzioni di quella che sarà la prima piazza cittadina, l'attuale piazza Abate GioacchinoSalvatore Meluso, La Sila e la sua gente, Grafica Florens, San Giovanni in Fiore, 1997, vol.I, pag. 2.