Il De lingua Latina libri XXV, o più semplicemente De lingua Latina, è un'opera di Marco Terenzio Varrone, composta verosimilmente tra il 47 e il 45 a.C. (o 44 a.C.B. Riposati, Storia della letteratura latina, Milano-Roma, Società editrice Dante Alighieri, 1965, p. 274.), contenente le teorie linguistiche e grammaticali dell'autore. L'opera godette già in epoca antica di una fama notevole se realmente Vitruvio nel "De Architectura, IX, pref.17" asserisce "Multi posterorum cum Varrone conferent sermonem de lingua Latina". Volente o nolente, lo stesso Quintiliano cita alcune etimologie del libro V nella "Istitutio Oratoria" e Aulo Gellio non nasconde certo la sua predilezione per il De Lingua Latina. Lo scritto, noto anche a Sant'Agostino, già con Isidoro di Siviglia perde la sua facies originaria e viene tramandato al Boccaccio nella versione frammentaria.
Struttura L'opera era formata da 25 libri, di cui ce ne sono pervenuti solo 6 (V-X) e non integralmente, ed era divisa in sezioni ben precise, secondo un procedimento tipico di Varrone: dopo il libro I, che fungeva da introduzione, erano presenti quattro esadi (gruppi di sei libri ciascuno): i libri II-VII (prima esade) erano destinati all'etimologia, i libri VIII-XIII (seconda esade) alla declinazione, in particolar modo alla flessione, mentre gli ultimi 12 libri alla composizione delle parole, ossia alla sintassi:
«Omnis operis de lingua Latina tres feci partes, primo quemadmodum vocabula imposita essent rebus, secundo quemadmodum ea in casus declinarentur, tertio quemadmodum coniungerentur» (De lingua Latina, VII, 110).
Le esadi erano a loro volta suddivise in triadi. I libri II-IV, che erano dedicati a Publio Settimio, suo ex questore, mentre tutti gli altri a CiceroneP. Fraccaro, Varrone, Marco Terenzio, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1937., contenevano il de disciplina verborum originis, ossia una trattazione generale sull'etimologia, cui seguiva una parte speciale, superstite, sempre sull'etimologia (libri V-VII), distinta ulteriormente in: origines verborum locorum et earum rerum quae in locis esse solent (libro V); quibus vocabulis tempora sint notata et eae res quae in temporibus fiunt (libro VI); de poeticis verborum originibus (libro VII)VI, 97; VII, 119.. Lo scambio con Cicerone è visibile nell'opera "Academica" dell'arpinate, dove, sotto suggerimento dell'amico Pomponio Attico e per non essere tagliato fuori dalle grazie di Cesare, gli interlocutori della filosofia accademica sono lo stesso Attico, epicureo per antonomasia, e il Varrone, strenuo studioso della filosofia stoica, più volte citata nel De Lingua Latina. Eppure, non venga confuso il lettore: fra Varrone e Cicerone non vi fu mai un'amicizia come d'altronde la sistematizza Cicerone all'interno del Laelius. Se requisito improrogabile dell'amicizia è seriamente il disinteresse, Varrone e Cicerone erano sia fin troppo coinvolti nelle vicende politiche sia lontani nelle rispettive ambizioni, sicché "Gli è che una amicizia veramente sentita fra Varrone e Cicerone forse non ci fu mai". Beninteso, fra i due vi fu sempre un rispetto reciproco mai interrotto e forse un certo timore dell'arpinate verso lo spessore culturale del Varrone, di cui nel Brutus nega effettivamente l'importanza filosofica.
I libri rimasti ci conservano dunque la parte speciale dell'etimologia (seconda triade della prima esade) e la parte generale della flessione (prima triade della seconda esade), importante per la questione dell'analogia e dell'anomalia nel linguaggio, che Varrone ci tramanda in modo completo. Varrone affrontava nel De lingua Latina le più importanti questioni linguistiche del mondo antico, greco e latino, per cui l'opera costituisce, anche solo nella parte pervenuta, un serbatoio notevolissimo di informazioni.
Libro V Primo libro dell'opera arrivataci: esso è incentrato sulle etimologie riguardanti lo spazio, dunque parla della geografia di Roma, soffermandosi sulle infrastrutture, quartieri e zone sacre. Non è dunque un caso se la prima etimologia sistematica che il Varrone dà è proprio quella di locum. Forse il libro più passato alla storia del De lingua Latina poiché in esso racchiude le etimologie più popolari del mondo romano, come quella del Tevere, in cui Varrone anticipa sia le interpretazioni di Virgilio nell'Eneide sia di Ovidio nei Fasti. Dicasi lo stesso per il mito di Nera e Velino, due fiumi del centro Italia ben conosciuti dallo scrittore del De lingua Latina.
Libro VI All'interno del libro sesto, primo paragrafo, come di consueto, è presentata una rapida introduzione all'argomento, vale a dire tutto ciò che ha da fare con la struttura del tempo nella lingua latina. Senza alcuna remora, Varrone si richiama all'esempio dei suoi maestri e cita, come fonti della sua filosofia, gli Stoici Crisippo e Antipatro, insieme agli scrittori Apollodoro e Aristofane. La base del pensiero varroniano in materia è la convinzione che le parole siano tutte frutto di derivazione da altre termini: per esempio, dice lui, non si può ignorare la derivazione del dio Liber dal greco Loibesom. Il paragrafo due discetta delle etimologie riguardanti lo scorrere del tempo, quindi della mattina, della notte e del pomeriggio. Varrone passa subito dopo a discorrere sopra i movimenti del sole, quali l'equinozio e il solstizio soffermandosi sui loro effetti: le quattro stagioni. Il libro VI, paragrafo tre, parla di tre tipi di feste: quelle a giorni fissi, come i Lupercalia che cadevano il 15 Febbraio; quelle annuali con date mobili come le Feriae Latinae in onore della possibilità da parte dei Latini di accaparrarsi le carni dei sacrifici a loro dovute; quelle non annuali ma mobili come i Novendiali, celebrazioni funebri il nono giorno dopo un funerale. Il quarto paragrafo è invece incentrato sulla classificazioni di giorni fasti e nefasti, come della differenza fra kalendae, nonae e idus nel calendario romano. In ultimo, vengono rintracciate le origini dei nomi dei mesi. All'interno del quinto paragrafo è contenuta la famosa distinzione che Varrone dà della lingua latina, ove le parti variabili del discorso sono quattro: quella con un tempo, ma senza caso (lego); quella senza tempo, con il caso (lectio); quella sia col tempo sia col caso (legens) e quella senza tempo e senza caso (lecte). Il sesto paragrafo stila una lista di vocaboli che si riconnettono con il campo etimologico dell'azione. Infatti Varrone indica come esistano tre tipi di azione: quella mentale, quella del dire e quella del fare. La prima è interconnessa col campo etimologico del tempo tempo: cogitare, reminisci e in generale la volizione umana, che si sintetizza nei verbi metuo, curo e volo. Il settimo paragrafo, in una maniera assai feconda, descrive il secondo tipo di azione, cioè quella puramente narrativa e si dilunga su termini quali fari, loqui, nominare, dicere, docere, disputare e altri. Il paragrafo ottavo procede con la medesima dissertazione ma con tema del fare: il protagonista di questo passaggio è il verbo facio, analizzato nelle sue varianti, ma Varrone non evita di citare il campo semantico dei verbi con video, audire e olere. Il paragrafo nove descrive un rito purificatorio che seguiva in antichità la pratica del censo. Il decimo paragrafo è una congerie di parole latine la cui provenienza Varrone crede di trovare nella lingua greca, sebbene, bisogna ricordare, la maggior parte di esse non derivano dal greco ma sono al massimo sono imparentate col greco: vedasi gignitur da Γίγνεται (ghìgnetai), in entrambi i casi, diventare.
Libro VII Il libro settimo si apre con una nuova premessa: l'analisi dei termini poetici, quantunque si ammetta la difficoltà dell'impresa che Elio aveva già dimostrato nel suo "Carmi Saliari", poiché la lingua poetica è sia lontana dall'uso, sia remota nell'origine. Critica Varrone infatti i critici dell'opera sua e simili: come si fa a imprecare contro una falsa etimologia dell'epoca dei Salii se non si è neanche in grado di identificare il nome dei genitori dei nostri bisnonni? Sempre su questo filone, l'analisi del linguaggio poetico si configura al pari delle opere scultorie di Mirmecidi, un'artista rinomato per il dettaglio contenute nelle sue statue in miniatura: al grammatico, stando nella metafora, serve tanto di giocare con le parole quanto agli spettatori di Mirmecidi servivano delle setole nere per separare i dettagli in rilievo. Non a caso i primi tre paragrafi che trattano la materia in generale possono risultare ostici sia per la mancanza di alcune pagine dall'originale, sia dalle continue citazioni al mondo latino, specialmente Ennio e Plauto. Il quarto paragrafo invece risulta più scorrevole: esso principia con la descrizione dei termini poetici per descrivere il tempo come "Nox Intempesta" di Ennio, cioè un momento di placida tranquillità. L'autore passa subito dopo a descrivere la fisionomia della costellazione dell'Orsa Maggiore, in latino definita da Temo, la stella più brillante, poiché tiene le altre sei, chiamate Triones, cioè divise in gruppi di tre. Segue un breve accostamento fra Lucifer, chiamato Iubar perché risplende della stessa luce della criniera, iuba, di un leone e la puntualizzazione che la parola crepusculum sia di origine sabina. Il quinto paragrafo rispecchia quelli che sono termini poetici con al loro interno una nozione temporale: quali reciprocare, ossia muovere avanti e indietro, aurora da rutilare, rosseggiare e tanti altri. In medias res, Varrone ci fornisce la squisita etimologia di obscaenum , che proverrebbe da scaena, un amuleto portato dai nenonati per stornare la minaccia del malocchio. Del medesimo argomento Varrone parla nel paragrafo sette quando rintraccia l'etimologia di praebia, amuleti, in praebeo ma non come afferma lui nel senso di offrire, bensì in quello di proibire: si proibisce al male di turbare le sorti del piccolo. Il libro termina con una captatio benevolentiae verso il lettore: lo scrittore infatti si protegge dalle future critiche paragonandosi a un fattore: "Nemo reprensus qui e segete ad spicilegium reliquit stipulam", ovvero, nessuno può essere biasimato se nel raccogliere i frutti di un intero campo sia colto nella dimenticanza di una spiga.
Libro VIII