Il folclore romagnolo può essere definito come l'insieme delle pratiche tradizionali condivise dagli abitanti della Romagna, che sono entrate stabilmente a far parte della sua cultura materiale, orale e simbolica: Cultura materiale: dimore rurali, artigianato, vita agricola e marinara; Cultura orale: canti delle stagioni, orazioni, insieme ai gesti e alle danze che li accompagnano. Cultura simbolica: personaggi mitologici, santi protettori.
Il più importante trattato di indagine (e forse anche il primo per completezza in Italia) sul folclore romagnolo lo si deve al forlivese Michele Placucci, con l'opera intitolata Usi e pregiudizj de' contadini della Romagna. Operetta serio-faceta (1818). Placucci scriveva che i contadini romagnoli usavano mangiare fave "nell'anniversario dei morti" (cioè il 2 novembre), perché comunemente si riteneva che questa pianta avesse il potere di rafforzare la memoria, così che nessuno dimenticasse i propri defunti. Altra tradizione riportata dal Placucci è quella di confezionare il ripieno dei cappelletti privo di carne. Ma il trattato del Placucci non è il più antico: nel 1778 il sacerdote riminese Giovanni Antonio Battarra pubblicò a Roma un'opera denominata Pratica agraria, in cui indagava sugli usi, le credenze e le tradizioni dei contadini romagnoli.
Parliamo quindi di una società del passato, in cui la maggior parte della popolazione non era alfabetizzata e svolgeva un'attività agricola di sussistenza. Oggi, in Romagna, il folclore viene mantenuto vivo da benemerite associazioni culturali: alcune raccolgono e catalogano le cante romagnole, altre fanno rivivere la magia della spanocchiata e della sfujareja; altre ancora organizzano vere e proprie sagre che durano dai due ai sette giorni. Tali manifestazioni non sono da confondere con le "Feste medievali" e simili, che sono invece una moda del nostro tempo.
Cultura materiale L'abitazione rurale Esistevano in Romagna vari tipi di abitazione rurale: le famiglie poverissime abitavano in capanne, costruite con i sassi prelevati dal letto di un fiume, con arbusti e con la terra impastata di paglia intrisa di sterco bovino. Le famiglie di modesta condizione vivevano, insieme ai propri animali, in piccole case di un piano. I contadini meno poveri abitavano invece in case costruite in muratura. I muri esterni erano intonacati e tinteggiati, a calce, prevalentemente di bianco. Appena si oltrepassava la porta (l'oss) si apriva la câmbra d'ca (stanza della casa) o câmbra de' fugh (stanza del fuoco), ovvero la stanza della casa dove si svolgevano tutte le attività quotidiane. Vi erano la tavola, attorno alla quale si sedeva la famiglia per mangiare, e l'unico camino di casa (e' camen). Il tipico camino romagnolo è ampio ed è alzato di qualche mattone rispetto al piano del pavimento. Il ripiano del camino è detto arola o irola. Al centro trovavano posto i tradizionali cavdon (alari). Sopra, attaccata a una robusta chiodella fissata al muro all'inizio della canna fumaria, pendeva la cadèna de camen (la catena del camino). Attaccato alla catena vi era sempre un paiolo, di colore nero, per contenere l'acqua calda. Ad alcuni ganci fissati ai lati interni delle sponde del camino erano appesi diversi attrezzi di uso frequente: la tegia par la pié (la teglia per cuocere la piadina), al gardël (le graticole) per cuocere la carne alla brace, al mòl (le molle), che si usavano per mettere in ordine la massa di legno in combustione, oppure per prendere un pezzetto di brace per accendere la pipa. Infine vi erano i tripì (i treppiedi). All'esterno del camino era attaccato uno strumento, la zampiga, che consisteva in un bastoncino di ferro appuntito per smuovere le braci per ravvivare il fuoco. Sempre presente era inoltre e' salaròl, un piccolo contenitore in legno con coperchio, fissato al muro, che serviva come recipiente per il sale. Altro oggetto che non mancava mai era e garnadël (lo scopino) utilizzato per la pulizia del tagliere e per ammucchiare la farina sparsa in esso. Il camino occupava circa il 20% dello spazio. Sempre al piano terra vi erano la stalla e la cantina. Anche queste due stanze avevano una porta d'ingresso. Al piano superiore vi erano le camere per dormire: una per l'azdor, una per i genitori anziani, l'altra per i fratelli e le sorelle dell'azdor. Ai bambini era riservato un grande camerone. Sotto il tetto c'era il solaio, dove si custodivano i cereali immagazzinati per alimentare la famiglia per un anno intero.
Le case rurali erano lunghe 26-28 metri, larghe 16-18 e altre 6, 61/2 metri. Sulla facciata di molte abitazioni veniva eretto un porticato, sostenuto da colonne di cotto a vista distanti l'una dall'altra 4 metri. Sulla sinistra, sotto il portico, vi era il pozzo con a fianco l'abbeveratoio per le bestie (ebi). A destra il forno, il pollaio con sotto il porcile. Nella parte nord, cioè dietro la casa, ad una distanza di due metri circa, la buca del letame (stabi).
Nell'aia trovavano posto 3-4 pagliai (pajera), di forma rettangolare, che ospitavano cani, conigli e piccoli attrezzi. In t'la caléra (il viottolo di entrata nell'aia) non mancavano mai le due tradizionali pioppe, dette al piòpi a la purtèlaMario Bocchini, Romagna. La "caveja" nel tempo, stampa 1977, Cesena, WAFRA..
Le vecchie case della campagna romagnola erano senza servizi. I bisogni si espletavano in un cabinotto situato all'esterno dell'abitazione chiamato, nella Romagna centrale, lucómud/locómed (da locus ad còmmoda, luogo per i propri “comodi”).
Il pozzo contadino Nel cortile delle abitazioni dei contadini romagnoli c'era sempre un pozzo. Il pozzo veniva eretto a ridosso della casa o vicino alla carraia. Attorno al pozzo si ristoravano i contadini impegnati nei lavori sull'aia. Un secchio d'acqua era sempre disponibile per i viandanti; ognuno poteva dissetarsi e riposarsi prima di riprendere il cammino. In famiglia, si attingeva (u s' pischéva) l'acqua del pozzo per i molteplici usi quotidiani: principalmente per abbeverare il bestiame, pulire la stalla, irrigare l'orto, lavare gli indumenti del lavoro e fare il bucato. Per ultimo venivano la cucina (scaldare l'acqua) e l'igiene personale, dove si faceva sempre molta economia. Nella stagione estiva il pozzo veniva usato come "frigorifero". Al suo interno (camísa) venivano calati dei pentolini con dentro gli avanzi dei pasti del giorno prima e poi si conservavano le vivande fresche in occasione dei pranzi domenicali.
Come il focolare domestico era considerato fonte di sacralità, al pozzo venivano attribuite facoltà profetiche, tanto che gli uomini si accostavano sull'orlo (in s'l'urèl) per scrutare il fondo e indovinare gli eventi futuri, lieti o infausti. Secondo le credenze popolari, vicino al pozzo ci si liberava anche dalla iettatura e dal malocchio. Un rito molto frequente era effettuato sui bambini deperiti. Per cacciare i foruncoli che comparivano sulle palpebre dei loro occhi, un adulto faceva le corna con le dita rivolte verso il foruncolo e ripeteva per tre volte la formula liberatoria: Lazaròl [orzaiolo] futù! Torna indrì d'in dov t'sì vnù!
La caveja e il galletto
Caveja e galletto sono i simboli per eccellenza della Romagna. La caveja trae la sua origine, come tutti i simboli della tradizione popolare, dalla vita agricola: si tratta di un'asta in metallo che fissa il giogo dei buoi al timone dell'aratro. Decorata, è fornita in testa di alcuni anelli, in un numero variabile da due a sei. Svolgeva la funzione di perno: serviva a bloccare il giogo, trainato dai buoi, al timone dell'aratro o del carro, per evitare che, in caso di rallentamento o di arresto improvviso, il timone slittasse e colpisse gli animali. In testa alla caveja appariva lo stemma della famiglia del padrone del podere (sid in romagnolo). Altri elementi decorativi erano quelli del gallo, della mezzaluna, del Sole, dell'aquila e alcuni simboli cristiani, tra cui la croce e la colomba.
E' gal (il gallo), da sempre simbolo di virilità e sangue e rappresentato a livello iconografico alla stregua della caveja e del Passatore, ha nei suoi tratti somatici e nei colori del piumaggio un estratto di fierezza ed armonia tipici della terra romagnola. Per il popolo era anche segno di fertilità, in ciò rappresentando la sopravvivenza di antichi culti e superstizioni.
Il plaustro
Elemento caratteristico dell'artigianato popolare, il plaustro (dal latino plaustrum, in romagnolo e' car) era il veicolo da trasporto più usato in Romagna. Carro agricolo a quattro ruote (raggiate con cerchioni di ferro) con timone, il plaustro si distingueva dal biroccio, che è il carro a due ruote con timone. Era utilizzato come mezzo di trasporto delle cose pesanti e ingombranti, ad esempio il trasporto dell'uva dalle vigne alla cantina.
Spesso veniva decorato con pitture a fiorami o ad arabeschi. Il plaustro unisce molti elementi simbolici. Innanzitutto, in Romagna la tradizione vuole che sia dipinto a mano. I carri dai colori sgargianti erano il vanto della casa contadina. Generalmente il carro romagnolo era verde con le ruote dipinte di rosso. Nella parte posteriore, il carro recava l'immagine di San Giorgio a cavallo che trafigge con la lancia il drago, simbolo della lotta contro ogni paganesimo (faceva eccezione solo Forlì, dove il plaustro portava l'icona della Madonna del fuoco, protettrice della città). Nei carri più antichi la trave centrale che collega le ruote posteriori alla volticella portava scolpita l'immagine di una colomba (simbolo dello Spirito Santo), più avanti sostituita con la figura di un gallo, simbolo, secondo l'iconologia cristiana, di vigilanza, ovvero annunzio del Regno di DioMarino Marini, I Pollia alla ricerca di Spina I, Edizioni del Girasole, Ravenna 1984, pag. 90..
Nelle occasioni speciali (specialmente nelle cerimonie nuziali e religiose), il plaustro veniva riccamente adornato con fregi (croce, caveja, i già citati gallo e drago - quest'ultimo sempre in riferimento a San Giorgio) ed era trainato da buoi col pelo bianco e dalle corna infiocchettate di rosso (che allontanano il malocchio)Tonino Pini e Valdo Pirazzini, Dal Plaustro al carro romagnolo, un'opera d'arte trainata dai buoi, «Giornale di massa», aprile 2016, p. 15.. La decorazione dei carri romagnoli era una pratica tutta femminile. La più celebre pittrice di plaustri è stata Maddalena Venturi (Granarolo Faentino, 27 gennaio 1860 - 14 novembre 1935). Nel 1911 Giovanni Pascoli suggerì all'amico Aldo Spallicci d'intitolare «Il Plaustro» la rivista culturale che il medico forlivese voleva lanciare con l'obiettivo di rivalutare il patrimonio artistico e culturale della Romagna. La rivista visse fino al 1914 e fu continuata dalla celebre «La Piê» (1920-2018). Il pittore Tommaso Della Volpe dedicò una copertina della Piê al plaustro (primavera del 1925).
Gli sciucarèn Gli sciucarèn (pronuncia: s-ciucarèn), "schioccatori" (o cioccarini) di fruste, sono un'antica e tipica tradizione romagnola.