La biologia della conservazione (o ecologia della conservazione) è una disciplina che tratta questioni relative alla perdita, al mantenimento o alla restaurazione di biodiversità. Robert Barbault la presenta Biodiversité. Introduction à la biologie de la conservation, Robert Barbault, 15/10/1997, Ed. Hachette, ISBN 2-01-145226-0 / Ean 13: 9782011452269 come una disciplina di gestione della crisi; essa mira ad identificare le popolazioni in declino o residuali e le specie in pericolo, per determinare le cause del loro declino, proporre, testare e validare mezzi per rimediare a tale declino (eventualmente provvisoriamente ex situ). Per G. Evelyn Hutchinson (nel 1965) si tratta a sua volta di «conservare gli attori del dramma evolutivo e lo scenario ecologico nel quale esso si recita».
Questa disciplina è recente e di origine prevalentemente anglosassone. Essa - ai suoi inizi o in certi paesi - è stata influenzata dai metodi di conservazione del patrimonio culturale e architettonico, poi più generalmente dall'ecologia scientifica. Nella seconda metà del XX secolo, la sua multidisciplinarità si è estesa evolvendo verso l'ecologia e appoggiandosi alla biogeografia, all'ecologia del paesaggio, alla genetica delle popolazioni, alla modellizzazione, alla cartografia SIT, ma anche alla sociologia, all'economia, alla filosofia e alle scienze politicheViederman, S., Meffe, G.K. & Carroll, C.R., 1997, «The Role of Institutions and Policymaking in Conservation», Principles of Conservation Biology, 2nd ed. Meffe, G.K. & Carroll, C.R. eds, ecc.
Attualmente, anche nuove tecnologie nei campi della biologia molecolare e della bioinformatica, come le NGS, contribuiscono alla biologia della conservazione. Dal sequenziamento massivo ed economico del materiale genico si possono collezionare molti e importanti dati, sia biologici sia riguardo allo stato di salute delle popolazioni (spesse volte correlato allo stato di salute dell'ambiente stesso in cui esse vivono, dell'impatto antropico che lo caratterizza, etc.) Tutte queste possibilità in ambito di gestione, salvaguardia e monitoraggio delle specie vengono condensate nella nuova disciplina della genomica della conservazione, che analizzando gli interi genomi degli organismi, o gran parte di essi, riesce ad identificare il rischio di estinzione insito nel codice genetico e suggerire adeguate strategie di conservazione volte ad evitare l'estinzione, anche genetica, della popolazione o della specie. Numerosi sono i progetti, sia a livello nazionale sia internazionale, nati per perseguire tale scopo.
La biologia della conservazione ha influenzato molto le strategie internazionali di protezione della natura, tra cui quelle in seno all'ONU e all'UNESCO; l'espressione è molto presente in particolare nella Convenzione sulla diversità biologica (CDB) di Rio de Janeiro, ma non vi è stata ridefinita.
Caratteristiche essenziali della biologia della conservazione Un campo scientifico La conservazione della natura è all'origine della biologia della conservazione, nuova scienza che applica i principi dell'ecologia, della biogeografia e dell'ecologia del paesaggio, nonché della dinamica e della genetica delle popolazioni. L'antropologia, le scienze economiche e la sociologia sono ugualmente impiegate, in un triplice obiettivo di restaurazione, protezione e/o gestione della biodiversità.
Michael E. Soulé, biologo americano e uno dei fondatori di questa nuova scienza, descrive la biologia della conservazione come la «scienza della scarsità e della diversità» (Science of Scarcity and Diversity, titolo di una sua opera).
Egli descrive ugualmente questa disciplina come una «scienza della crisi»: dove i gestori e i biologi devono apportare soluzioni rapide ed efficaci a problemi di conservazione importanti, come ad esempio preservazione di una popolazione di specie minacciata di estinzione. Il biologo della conservazione deve spesso trovare risposte e metodi di gestione a problemi di conservazione di cui non ha tutti i dati, poiché gli strumenti e i principi teorici sono ancora in corso di elaborazione, e noi non disponiamo di tutte le informazioni sulla biologia delle specie da gestire.
Due dimensioni complementari Come ricorda il suo nome, la biologia della conservazione ha due dimensioni: «biologia» e «conservazione», che ne fanno al tempo stesso una scienza ed un campo di applicazione (con scelta dei mezzi, ma obbligazione di risultato).
Una dimensione teorica È quella della biologia, dell'ecologia comportamentale e più generalmente dell'ecologia chiamate a tentare di comprendere le cause, le modalità e le tappe del declino di certe specie o popolazioni, nonché le loro possibilità (probabilità) e condizioni di sopravvivenza, di mantenimento o di restaurazione (di specie o di popolazioni). In particolare la biologia della conservazione valuta, per una popolazione e in un certo contesto, la popolazione minima vitale (MVP o Minimum Viable Population per gli anglosassoni), la quale non dipende soltanto dal numero di individui ma anche dalla loro capacità di incontrarsi e di riprodursi, conservando una diversità genetica sufficiente, il che può non essere più il caso in popolazioni residuali che pure sembrano vitali, ciò perché l'ecologia della conservazione s'interessa alle «depressioni della consanguineità» e alla «deriva genetica»Caughley, G. & Gunn, A., 1996. Conservation Biology in Theory and Practice. Blackwell, Science, Inc. 459 pp.Clark, T.W., Mattson, D.J., Reading, R.P. & Miller, B.J., 2001. Interdisciplinary problem solving in carnivore conservation: an introduction. In: Carnivore Conservation, Gittleman, J.L., Funk, S.M., Macdonald, D. & Wayne, R.K. eds, Cambridge University Press, The Zoological Society of LondonMeffe, G.K. & Carroll, C., 1997. Principles of conservation biology, 2nd ed. Sinauer Associates, Inc.Norgaard, R.B., 1997. Ecology, Politics, and Economics: Finding the Common Ground for Decision Making in Conservation. In: Principles of Conservation Biology, 2nd ed. Meffe, G.K. & Carroll, C.R. Sinauer Associates, Inc..
Una dimensione applicativa concreta È l'aspetto conservazione. Si appoggia a protocolli scientifici d'inventario e di valutazione, compresi elementi di misura della dinamica di una popolazione, e sempre più spesso dati sullo stato genetico delle popolazioni. Su questa base, l'ecologo fa proposte di gestione restaurativa o conservativa degli habitat, e perfino di reintroduzione di specie o di «rafforzamento della popolazione». Questa dimensione comprende certi aspetti di protezione legale (riserva naturale, parchi nazionali, rete ecologica, rospodotti, ecc.).
Essa cerca mezzi per restaurare, proteggere e gestire popolazioni, ma soprattutto le condizioni durevoli della sopravvivenza, nella natura. Il lavoro di inventario biologico è la prima tappa, che può essere prolungata mediante un monitoraggio di specie, di habitat o di popolazioni testimoni. Essi apportano le basi necessarie per valutare lo stato dinamico di una popolazione, e le minacce o i rischi di estinzione che peserebbero eventualmente su di essa Caughley, G. & Gunn, A., 1996. Conservation Biology in Theory and Practice. Blackwell Science, Inc. 459 pp.. Il «conservatore» cerca segnatamente di evitare che il numero di individui di una popolazione non cada al di sotto di una soglia critica (di area di distribuzione, di numero di individui o di omogeneità genetica). Per le specie animali superiori, una 'legge generale è quella della soglia dei 50/500 (ad es. Lodé & Peltier, 2005) : - 50 individui basteranno ad evitare la depressione consanguinea, - 500 basteranno a conservare un potenziale evolutivo. Sotto la sbarra di un totale di 500 individui, la popolazione è considerata come non potente sopravvivere nella natura (salvo beneficiare di misure proattive di protezione ex situ, ad esempio con riproduzione in cattività o in ambiente protetto (Ramade, 1995). Questa legge scaturisce dalla modellizzazione delle dimensioni minime ed effettive delle popolazioni di Franklin (1980) e Lande & Barrowclough (1987). Essa è stata validata da altri autori (quali Frankham, 1995; Franklin & Frankham, 1998; Lodé & Peltier, 2005), ma non ha valore predittivo assoluto, essendo da prendere in considerazione numerosi altri fattori. (Si sa ad esempio che in assenza dei loro predatori naturali, specie introdotte possono proliferare a partire da un piccolissimo numero di individui).
Il «monitoraggio» delle superfici degli habitat e delle aree di distribuzione apporta ugualmente informazioni interessanti perché una diminuzione dell'area di distribuzione tradisce spesso una diminuzione del numero di individui o della cause di estinzioni locali che meritano analisi ed eventuali soluzioni.
Due approcci operativi Questi due approcci sembrano talvolta opporsi, talaltra completarsi. Sono: - il mantenimento di uno stato; - il mantenimento di un processo (che talora si può tradurre in un «non far nulla» o piuttosto in un «lasciar fare la natura»). Detto altrimenti e in maniera molto semplificata: occorre mantenere uno «stadio successorio» (ad esempio, una radura, che si conserva tagliandone gli alberi che vi crescerebbero), o il «gestore» deve vegliare sul mantenimento della successione naturale degli stadi e degli strati (imboschimento-senescenza-radura, poi di nuovo imboschimento, mentre una nuova radura si forma nelle vicinanze dopo uno stadio senescente e/o un'alea climatica, ecc.)? Il secondo aspetto (mantenimento e restaurazione di processi) sembra più giusto ed efficace a lungo termine, ma è poco compatibile con il taglio degli ambienti spesso irrigiditi dalla proprietà privata (che ad esempio fa sì che non si lascino più i fiumi deviare in una piana abitata o coltivata, che le dune siano piantate di Ammophila arenaria per stabilizzarle, che i limitari siano conservati ecc.). La messa in rete - in continuità biologica funzionale - degli spazi gestiti (rammagliatura dei corridoi biologici) è una sfida importante per la scienza e la società e sembra essere una sfida sempre più difficile da raccogliere per la biologia della conservazione.
Storia della biologia della conservazione
Alcune origini molto antiche sono rintracciabili in un atteggiamento spontaneo nell'uomo che è di pensare che certi habitat debbano essere protetti per il loro valore estetico, culturale o religioso intrinseco, atteggiamento che sembra potersi trovare universalmente nelle credenze filosofiche e religiose fondanti la relazione Uomo-Natura. I filosofi animisti, taoisti, shintoisti, e forse il druidismo e le culture dell'Europa antica, riconoscono un valore sacro a siti fonti di emozione o di esperienze spirituali. Il giainismo, l'induismo, il buddismo accordano un valore sacro agli animali. Molte religioni primitive riconoscono luoghi sacri: foreste, laghi, montagne, o animali totem o sacri, la cui caccia è proibita.
Nell'emisfero settentrionale, un marcato interesse per la protezione della natura è emerso nel XIX secolo, sembra in maniera più precoce nelle regioni tedesche (Alexander von Humboldt) e negli Stati Uniti. Sembra che vi si possano trovare almeno due grandi fonti di ispirazione: l'etica e la scienza.