Lipotesi anatolica è stata proposta da Colin Renfrew, che nel 1987 teorizzò una indoeuropeizzazione pacifica dell'Europa a partire dal 7000 a.C. con l'avanzare dell'agricoltura dall'Anatolia. Secondo questa ipotesi la maggior parte degli abitanti dell'Europa neolitica parlava lingue indoeuropee, mentre successive migrazioni (ad esempio dalle steppe) avrebbero al massimo sostituito queste varietà indoeuropee con altre.

Critiche all'ipotesi di una migrazione La teoria degli Indoeuropei invasori, mossisi da una Urheimat settentrionale durante epiche migrazioni preistoriche e protostoriche, sul volgere dell'età del bronzo, viene rifiutata dal nuovo approccio al problema indoeuropeo proposto dall'archeologo britannico Colin Renfrew.Archaeology: Theories, Methods and Practice, con Paul Bahn, Thames and Hudson, Londra 1991. ISBN 0-500-28147-5 Trad. it.: Archeologia. Teoria, metodi, pratica, Zanichelli, Bologna 2006.

L'obiezione fondamentale mossa da Renfrew alle tradizionali ipotesi degli Indoeuropei migranti nomadi invasori, è che, dal punto di vista archeologico, non si individuano cause ben precise dell'ipotetica migrazione di massa degli Indoeuropei in più ondate. Inoltre, non esiste alcuna prova effettiva che la diffusione di un elemento della cultura materiale (l'ascia da battaglia, o anche il bicchiere campaniforme presente nei corredi funerari, altro elemento associato all'indoeuropeizzazione) in un dato territorio, dia automaticamente l'evidenza della diffusione di una certa popolazione (e della sua lingua) in una certa area. Soprattutto, non esistono effettive tracce archeologiche che parlino in modo univoco di una discontinuità di strutture sociali e organizzazione, connesse a un evento violento come un'invasione.

Dinamiche di sostituzione della popolazione Il problema dell'avvicendamento culturale di una popolazione su un'altra appare molto complicato e non può essere giustificato con le semplici invasioni. Renfrew, infatti, descrive le dinamiche con cui si può avere una sostituzione di popolazione (e di lingua) in un dato territorio. I fenomeni che possono portare a un tale avvicendarsi di popolazioni e lingue sono di tre specie:

onda di avanzamento: un'innovazione tecnologica che permette di sostentare più persone in un dato territorio (ad esempio, la rivoluzione dell'agricoltura), fa sì che una certa popolazione si espanda lentamente, spostandosi di poche decine di chilometri nel giro di decenni, fino ad occupare man mano ampie regioni, sostituendosi, solo in virtù del suo volume demografico, senza alcuna sopraffazione violenta, alle popolazioni preesistenti, che si servivano di tecniche di sussistenza meno efficaci quanto all'accumulo di risorse alimentari (ad esempio caccia e raccolta). In tale situazione le lingue preesistenti si ritirano in aree marginali, sopravvivendo laddove la popolazione che prima occupava il territorio apprende le nuove tecniche di sussistenza; la dinamica di espansione è descritta efficacemente dal modello di reazione-diffusione; infiltrazione per crollo di sistema: il crollo delle strutture di controllo del territorio realizzato da un centro di potere, determina la progressiva infiltrazione di popolazioni esterne (o il riemergere di popolazioni precedentemente subalterne, o entrambe le cose) la cui lingua può infine prevalere. Le lingue preesistenti possono mescolarsi con le lingue dei nuovi arrivati o sopravvivere solo in alcuni dei territori controllati dal vecchio sistema di potere; sovrapposizione di un'élite: una popolazione dotata di una superiore tecnologia, specie in ambito militare, si sovrappone a una popolazione preesistente, soggiogandola e imponendole la sua lingua. Le lingue preesistenti possono essere talora limitate ad usi definiti (ad esempio, possono trasformarsi in lingue liturgiche o di cultura) o sparire del tutto, lasciando come traccia degli influssi di substrato; in alcuni casi, la lingua delle popolazioni soggiogate conserva in gran parte il suo materiale costitutivo e la sua struttura di fondo, ma subisce forti alterazioni per influsso delle lingue dei nuovi dominatori.

Gli studiosi sostenitori di una qualche versione dell'ipotesi degli Indoeuropei invasori, sarebbero propensi a identificare senz'altro l'avvento dell'indoeuropeizzazione con la dinamica della sovrapposizione di una élite. Renfrew tuttavia nota che in Europa l'unico evento rimarchevole, tale da imporsi all'attenzione dell'archeologia per aver introdotto un forte fattore di discontinuità nella preistoria del continente europeo, è l'avvento dell'agricoltura, la neolitizzazione.

Assenza di discontinuità culturale L'assenza di significative discontinuità archeologiche dopo la neolitizzazione e l'avvento delle società agricole, unitamente al fatto che, ovunque, comunità unite dalla stessa cultura materiale si rivelano linguisticamente differenti, portano Renfrew a formulare un'ardita ipotesi, vale a dire che indoeuropeizzazione e rivoluzione neolitica hanno marciato di pari passo in Europa, considerando che il modello della migrazione è messo in crisi dalla mancanza di dati archeologici che indichino motivazioni plausibili dello spostamento di grandi masse umane. Gli Indoeuropei non sarebbero allora da considerarsi un'élite militare di guerrieri dell'età del bronzo, ma semplicemente dei pacifici agricoltori del neolitico.

Gli indoeuropei pacifici agricoltori In tal modo Renfrew aderisce alla prima descrizione di sovrapposizione culturale: quella progressiva e pacifica.

La progressione demografica degli Indoeuropei avrebbe lentamente, ma inesorabilmente sommerso, con la sua onda di avanzamento pacifica, i precedenti abitatori dell'Europa occidentale e della valle dell'Indo. Tutto ciò sarebbe avvenuto non già fra il 4000 e il 2000 a.C., attraverso ondate di invasori sovrapponentisi, bensì nel 6000 a.C.

Una prova linguistica indiretta dell'appartenenza degli Indoeuropei al neolitico (o al più alla prima età del rame) è data dal fatto che il protolessico non ha voci saldamente ricostruite e ben identificabili per altro metallo che il rame (e anche la radice indoeuropea per rame non è presente in tutte le lingue della famiglia, per quanto questa sia un'obiezione relativa, poiché è frequente in vari rami dell'indoeuropeo), mentre le parole connesse alla sfera semantica dell'agricoltura e della domesticazione degli animali sono ben consolidate e panindoeuropee, a partire dal cane (mesolitico: *kwōn) per arrivare al bestiame dei pastori neolitici, alla mucca (*gwous), al cavallo (*ekwos), alla pecora (*owis), al maiale (*sūs), per non parlare dell'animale piaga dei granai e delle popolazioni neolitiche, il topo (*mūs).

Si deve inoltre considerare, ricorda Renfrew, che le teorie degli Indoeuropei pastori nomadi invasori del Nord sono fondate su un implicito presupposto ormai confutato, cioè che la pastorizia nomade fosse il passaggio immediatamente precedente l'agricoltura, nell'evoluzione dalle comunità di cacciatori-raccoglitori alle comunità stanziali agricole. Il quadro degli Indoeuropei pastori, a metà strada fra i rozzi uomini del mesolitico e le prime comunità di contadini poteva essere valido nell'Ottocento, ma non lo è più oggi. In realtà, ogni comunità di pastori nomadi interagisce con comunità agricole preesistenti. Queste mancavano in Europa prima della neolitizzazione.

Urheimat secondo Renfrew Dove dovrebbe allora collocarsi la patria originaria degli Indoeuropei, se sono stati questi ultimi a portare l'agricoltura in Europa? Renfrew identifica la cosiddetta Heimweh nella parte orientale dell'Anatolia (similmente, secondo l'ipotesi di Gamkrelidze e Ivanov, la Urheimat andrebbe collocata in qualche zona del Medio Oriente, tra l'Anatolia e il nord della Mesopotamia), attuale Turchia, a ridosso della mezzaluna fertile, cioè del centro di irradiazione della rivoluzione neolitica e della cultura materiale connessa all'agricoltura e all'addomesticamento di animali e piante.

Dall'Anatolia orientale le prime comunità parlanti dialetti dell'indoeuropeo si sarebbero lentamente diffuse fino al mare, interagendo variamente con le popolazioni di substrato; avrebbero popolato l'area egea e poi i Balcani e da lì si sarebbero diffuse verso nord-ovest; alla loro onda di avanzamento avrebbero resistito solo comunità periferiche come i Baschi, che appresero per tempo le tecniche agricole e conservarono la loro lingua, ultimo relitto di una famiglia linguistica mesolitica ormai estinta; un analogo movimento si sarebbe prodotto verso sud est, attraverso l'altopiano dell'Iran, e verso nord, in direzione del bassopiano sarmatico. Inoltre, si è speculato sul fatto che intorno al V millennio a.C. i Balcani abbiano funto da Urheimat secondaria durante la diffusione dei gruppi proto-indoeuropei in Europa.

Come si può notare, si è di fronte a un quadro totalmente innovativo rispetto alle teorie precedenti: alle confutazioni di carattere archeologico l'archeologo britannico risponde secondo i modelli di interpretazione dei dati precedentemente proposti, ovvero asserendo che la diffusione di una cultura materiale non implichi in modo necessario la diffusione di una lingua. Quanto ai dati della paleontologia linguistica, essi appaiono piuttosto fragili, come indicazioni. Un caso piuttosto esemplare sono le parole che in molte lingue indoeuropee indicano il faggio (*bhāghos) o la quercia (*drūs). Queste parole talora si scambiano di ruolo (è il caso del greco phēgòs in opposizione al latino fāgus -ma cfr. gr. drŷs), oppure hanno un significato generico (ingl. tree, albero). Ciò che queste differenze semantiche lievi, eppure indicative, sembrano denunciare, è soltanto il fatto che l'indoeuropeo possedeva una parola bhāgos per indicare un albero d'alto fusto, ma la sua identità con una delle specie di faggio europee è totalmente aleatoria. In altre parole, se le prove archeologiche non sono indicative, le prove collegate alla fauna e alla flora della ipotetica Urheimat sono potenzialmente fuorvianti.

Società indoeuropea secondo Renfrew Insieme alla teoria della migrazione e all'idea dell'invasione calcolitica dal nord, Renfrew mette in discussione anche l'idea della società di guerrieri, sacerdoti e lavoratori, con a capo un re. Il tipo di cultura neolitica che si diffonde in Europa con gli Indoeuropei dà in realtà luogo a una serie di comunità egualitarie, poco gerarchizzate, tipo chiefdom, comandate da un capovillaggio che è più un punto di riferimento di carattere amministrativo-cultuale che un capo guerriero.

Le società di tipo chiefdom possono all'occasione, scrive Renfrew, mobilitare, attraverso la collaborazione spontanea, un apporto notevole di risorse umane e materiali: del resto, è a comunità di tipo chiefdom che vengono fatte risalire le prime strutture monumentali in pietra del neolitico europeo. Lo sviluppo delle società egualitarie di tipo chiefdom in società gerarchizzate sembra invece essere un successivo sviluppo delle culture (sia indoeuropee sia non indoeuropee) storicamente attestate. Il trifunzionalismo che Dumézil riteneva tipicamente indoeuropeo si scopre in effetti essere un'evoluzione tipica di ogni civiltà (ad esempio è attestato fra i Turchi, fra i Mongoli, fra i Cinesi, popoli certamente non indoeuropei).

Dati a favore dell'ipotesi di Renfrew