Il Palazzo Chiablese è una dimora signorile, situata a Torino, nella regione del Piemonte, in Italia, in particolare in Piazza San Giovanni, tra Via XX Settembre e Piazza Castello, nel centro storico cittadino. Costruito alla fine del XVI secolo, il palazzo fu proprietà di Casa Savoia, in particolare del principe Benedetto di Savoia, appunto duca di Chiablese. Con l'ascesa al trono di Carlo Alberto di Carignano, l'edificio divenne dimora torinese di Ferdinando, duca di Genova e dopo di lui del ramo Savoia-Genova. Nel palazzo nacque Margherita di Savoia, futura prima regina d'Italia. Dal 1958 al 1985 è stato sede del Museo Nazionale del Cinema di Torino, dal 1997 è iscritto alla lista del Patrimonio dell'umanità UNESCO come edificio parte del sito seriale "Residenze Sabaude".

Storia

Palazzo Chiablese venne costruito, probabilmente su fondamenta di edifici medievali preesistenti, alla fine del XVI secolo quando Emanuele Filiberto di Savoia, il "duca di ferro", il quale volle rinnovare la piazza davanti alle residenze ducali: Palazzo Ducale (poi Reale) ed il Castello (poi Palazzo Madama). Il duca commissionò il riordino urbanistico degli spazi e degli edifici all’architetto Ascanio Vittozzi, autore anche del progetto per la nuova Cittadella di Torino. I primi proprietari del palazzo erano Beatrice Langosco ed il consorte, Francesco Martinengo Colleoni che lo ricevono in dono dallo stesso duca. Rientrato in possesso dei Savoia all’inizio del XVII secolo, l’edificio ospita, tra il 1600 ed il 1601, il cardinale Pietro Aldobrandini, invitato a Torino dal pontefice Clemente VII presso il duca Carlo Emanuele I per risolvere le discordie tra il Ducato sabaudo e la Francia, riguardanti il possesso del Marchesato di Saluzzo.

Nel 1608, il cardinale ritornò nel palazzo per presenziare ai matrimoni delle figlie del duca, Margherita con Francesco IV Gonzaga e Isabella di Savoia con Alfonso III d’Este. Nel 1642, l’edificio venne assegnato come residenza torinese al cardinale Maurizio di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I di Savoia; durante la guerra civile piemontese, Maurizio presentò le sue dimissioni da cardinale al papa Urbano VIII e sposò la nipote Maria Ludovica Cristina, figlio del fratello Vittorio Amedeo I. La coppia preferiva Villa della Regina, residenza sulle colline torinesi, che il cittadino Palazzo Chiablese. Nel 1692, alla morte della principessa Maria Ludovica Cristina, il palazzo accolse alcuni appartamenti a servizio della corte reale.

Nel 1753, re Carlo Emanuele III di Sardegna destina il palazzo al figlio Benedetto di Savoia, duca del Chiablese, nato dalla terza moglie, Elisabetta di Lorena: in quegli anni, il sovrano progettava per l’amatissimo secondogenito un matrimonio con una principessa Asburgo-Lorena e la creazione di uno stato indipendente da ricavare nei feudi imperiali dell’Italia settentrionale o dell’Austria meridionale. L’incarico di rinnovare ed estendere gli appartamenti venne affidato a Benedetto Alfieri, che aveva ereditato da Filippo Juvarra il ruolo di architetto di corte, proseguendone i cantieri nelle residenze sabaude. Con l'intervento di Alfieri, il palazzo ha acquisito il suo aspetto attuale. Le ambizioni dinastiche di Benedetto Maurizio subirono un secco ridimensionamento per l’opposizione di Maria Teresa d'Austria al suo matrimonio asburgico e così il principe che, dopo l’ascesa al trono del fratello maggiore Vittorio Amedeo III, nel 1773, aveva ormai un ruolo secondario nella corte, finì per sposare la giovane nipote, Maria Anna di Savoia, nel 1775. Con la caduta dell’Ancien Régime e l’arrivo delle truppe rivoluzionarie, i duchi di Chiablese furono costretti ad abbandonare Torino nel 1798, rifugiandosi prima in Sardegna e poi a Roma, dove Benedetto Maurizio morìnel 1808.

Con l’occupazione francese di Torino, Palazzo Chiablese, come altre residenze sabaude, venne messo a disposizione di Napoleone Buonaparte e della famiglia imperiale: dopo essere stato la sede per gli uffici della “Commissione esecutiva” formata da Carlo Botta, Carlo Bossi e Carlo Giuli (“il governo dei tre Carli”), l’edificio ospitò tra il 1808 ed il 1814 il governatore generale dei dipartimenti transalpini, il principe Camillo Borghese, insieme con la moglie, Paolina Bonaparte, sorella dell’imperatore. A questo momento risale la decorazione di alcuni ambienti nella manica tra i due cortili, contraddistinta da un linguaggio ancora improntato al classicismo tardo settecentesco. Nel 1814, con la dissoluzione dell’Impero francese, l’edificio ritornò in possesso della duchessa vedova di Chiablese che, nel 1824, morì lasciando in eredità al fratello Carlo Felice, salito al trono nel 1821. Il nuovo sovrano, quando soggiornava a Torino, preferiva Palazzo Chiablese al contiguo Palazzo Reale e qui vi morì nel 1831.

Il palazzo passò così al principe Ferdinando di Savoia-Carignano, secondogenito del re Carlo Alberto di Savoia, duca di Genova. In occasione del suo matrimonio con Elisabetta di Sassonia, celebrato nel 1850, le sale furono oggetto di modifiche e di rinnovamenti dell’arredo e delle decorazioni, sotto la direzione di Alfonso Dupuy: in modo particolare la galleria piccola venne trasformata nella camera da letto della duchessa. Nel 1851 vi nacque Margherita di Savoia-Genova, futura prima regina d’Italia. Palazzo Chiablese, abitato dai Savoia-Genova fino al 1940, fu oggetto tra XIX e XX secolo di alcuni interventi di aggiornamento funzionale.I bombardamenti anglo-americani che devastano il centro di Torino, soprattutto tra il 1943 ed il 1944, colpirono più volte l’edificio con ordigni e spezzoni incendiari, danneggiando così gravemente alcune delle sale monumentali verso la Piazzetta Reale e distruggendo l’angolo verso il Seminario Maggiore.

Dopo un lungo lavoro di ricostruzione e di restauro, indirizzato peraltro a rendere il palazzo adatto alla sua nuova funzione di edificio pubblico, sono trasferiti qui gli uffici di due Soprintendenze. In questi ultimi anni, i restauri progressivamente avviati negli appartamenti monumentali in parallelo con il trasferimento degli uffici in spazi privi d’interesse storico, stanno cercando di ricomporre l’aspetto di fastosa residenza dinastica che aveva palazzo Chiablese fino a un secolo fa, in vista di un percorso museale fruibile dal pubblico. In una delle sale danneggiata dalle bombe è poi restituita l’immagine degli storici uffici della Soprintendenza, a ricordare l’uso più recente di questa sede. L’iniziativa della Soprintendenza per la restituzione al pubblico del palazzo ha trovato in città importanti supporti: la Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali ha avviato l’opera dal 2017 promuovendo il restauro dell’oratorio e del gabinetto del duca; la Fondazione Compagnia di San Paolo, nel quadro della sua importante azione a favore del patrimonio culturale, sostiene il restauro delle sale private e da parata dell’appartamento, promuovendo la competenza del Centro di Conservazione e Restauro La Venaria Reale. Alla riapertura alle visite si affianca un accordo con la Città di Torino, per ospitarvi anche la celebrazione dei matrimoni civili nelle sale di rappresentanza.

Descrizione

L’intervento dell'architetto Alfieri, nel XVIII secolo, che ha comportato la parziale demolizione e la sopraelevazione dell’edificio preesistente, ha conferito all’edificio l’aspetto attuale, tanto negli esterni quanto negli interni, anche se i progetti sono rimasti in parte incompiuti. Attraverso un portone monumentale aperto sulla sobria facciata in laterizio verso il duomo, si accede a un atrio porticato con colonne, pilastri in pietra e volte a crociera e, di qui, ai due cortili interni, divisi da una manica centrale (1761). Il portico tra la piazza San Giovanni e la piazzetta Reale e la soprastante galleria al piano nobile raccordano l’edificio al Palazzo Reale, con il quale condivide un muro perimetrale. Un maestoso scalone in marmo (1753-1754) conduce agli appartamenti aulici: due campagne decorative, una risalente al 1756-1758, l’altra al 1760-1764, interessano le sale affacciate verso la Piazzetta Reale, che sono organizzate in una doppia enfilade, funzionale alle esigenze cerimoniali. Alfieri diresse anche la decorazione a stucchi dorati degli ambienti, che si accompagna a una boiseries e ad un arredo di grande raffinatezza, eseguiti secondo modelli di gusto filo-francese, dalle équipes di plasticatori (Bartolomeo Papa, Angelo Maria Somasso, Enrico Bitli, Giuseppe Bolina, Giovanni Battista Sanbartolomeo), di intagliatori (Giovanni Battista Bolgiè, Giovanni Antonio Riva, Antonio Gritella) e indoratori (Bartolomeo Monticelli) già attivi per i cantieri reali. Anche la decorazione pittorica, concentrata soprattutto nelle grandi sovrapporte, vide nelle sale del Palazzo Chiablese la presenza di alcuni fra i principali protagonisti della cultura figurativa alla corte di Torino in quegli anni. Si trovano qui, infatti, tanto i più affermati pittori locali, come Michele Antonio Rapous, Mattia Franceschini, Claudio Francesco Beaumont, Vittorio Amedeo Cignaroli, quanto le più prestigiose personalità forestiere che rappresentano bene gli indirizzi di gusto della committenza sabauda, come il romano Gregorio Guglielmi, il napoletano Francesco De Mura, il veneto Giovanni Battista Crosato.

La ricchezza e l’importanza dell’arredo è infine suggellata sia dalle opere dell’ebanista Pietro Piffetti, documentate fra il 1759 e il 1767-1768 (sopravvive il doppio corpo, oggi nella sala dell’Alcova), sia dall’inserimento di uno tra i pezzi più preziosi delle guardarobe reali: si tratta della serie di arazzi con le Storie di Artemisia, tessuta a Parigi nella manifattura dei Gobelins ed acquistata nel 1620 dall’ambasciatore sabaudo per conto di Vittorio Amedeo I. Il palazzo, abitato dai Savoia-Genova fino al 1940, fu oggetto tra XIX e XX secolo di alcuni interventi di aggiornamento funzionale con l’inserimento di una sala da bagno, il rinnovamento impiantistico e la realizzazione di nuovi collegamenti verticali per gli appartamenti di servizio. Le fotografie scattate nelle sale nei primi anni del Novecento ci presentano l’immagine di una sontuosa residenza principesca dove le decorazioni settecentesche convivono con i fastosi mobili eclettici dei duchi di Genova. Questa situazione cambia repentinamente allo scoppio della seconda guerra mondiale, quando gli eredi di questo ramo della casa reale abbandonano il palazzo, trattenendo con sé gran parte dell’arredo.