Il tesoro delle Sante Croci è un gruppo di beni di alto interesse storico, artistico e religioso custodito nel Duomo vecchio di Brescia nella cappella delle Sante Croci, nel transetto nord. Il tesoro, di regola chiuso all'interno di una cassaforte tranne durante le brevi esposizioni, è composto da: la reliquia della Vera Croce, detta Reliquia Insigne; la stauroteca, un cofanetto in legno argentato dell'XI secolo, originale custodia alla Reliquia Insigne; il reliquiario della Santa Croce, in argento e oro con smalti e gemme, risalente in parte al 1487 e in parte al 1532; la Croce del Campo (detta anche Croce dell'Orifiamma), la croce in legno argentato e gemme dell'XI-XII secolo che veniva issata sul carroccio bresciano durante le battaglie della Lega Lombarda; un bauletto in legno rivestito di metallo, opera della prima metà del Quattrocento; il reliquiario delle Sante Spine, opera di inizio Cinquecento dei Delle Croci proveniente dal monastero di Santa Giulia; il reliquiario della Croce del vescovo Zane, contenente altri due frammenti della Vera Croce, realizzata nel 1841 dall'orafo Antonio Pedrina.
Il tesoro, conservato nella cattedrale da quasi mille anni e ampliato nel corso dei secoli, è curato dalla compagnia dei Custodi delle Sante Croci, che si occupa della manutenzione dei pezzi e, soprattutto, della loro salvaguardia durante le esposizioni ordinarie, che avvengono l'ultimo venerdì di Quaresima e nella festa dell'Esaltazione della Santa Croce, il 14 settembre, e straordinarie, legate in genere a importanti eventi liturgici.
Storia Le origini del tesoro La prima notizia documentaria sull'esistenza del tesoro è una disposizione contenuta negli Statuti di BresciaArchivio storico civico di Brescia, statuti dal 1200 al 1282, foglio 17. del 1260 circa. o del 1251Così in ., con la quale il podestà prende accordi con il capitano e agli anziani del popolo su dove custodire il tesoro e a chi affidarne le chiavi. Non sono note fonti archivistiche precedenti e, pertanto, non è possibile ricavare dai documenti le origini del tesoro, in particolare la storia della Reliquia Insigne, che ne costituisce il filo conduttore.
La reliquia della Santa Croce: leggende e verità
La leggenda più nota che spiega l'origine del tesoro è quella narrata per la prima volta da Giacomo Malvezzi nella prima metà del Quattrocento: lo storico racconta che all'inizio del IX secolo, durante la traslazione delle reliquie dei santi Faustino e Giovita dalla chiesa di San Faustino ad Sanguinem (dal 1956 rinominata in chiesa di Sant'Angela Merici.), i resti dei due patroni, durante una sosta accanto a Porta Bruciata, avrebbero trasudato sangue. Il duca Namo di Baviera, governatore di Brescia, trovatosi casualmente nel corteo, assistendo al miracolo si convertì immediatamente e pubblicamente al cattolicesimo, donando subito dopo la Reliquia Insigne, la Croce del Campo e lo stendardo dell'Orifiamma all'abate del monastero dei Santi Faustino e Giovita ed entrando lui stesso come monaco nel cenobio. Il duca Namo, oltretutto, non era il primo proprietario della reliquia bensì, sempre secondo il racconto, l'aveva avuta in dono direttamente da Carlo Magno. Verso la fine dell'XI secolo, dopo un tentativo di furto, le due croci sarebbero state trasferite in Duomo vecchio, per una migliore e sicura custodia...
Non esiste documentazione in grado di supportare tale leggenda, tanto che non è nemmeno possibile confermare o smentire l'effettiva esistenza di Namo di Baviera, personaggio che appare solamente in alcuni brani del ciclo carolingio.. L'unico fatto documentato dell'intera leggenda è la traslazione dei corpi dei due santi, che effettivamente avvenne il 9 maggio 806. Può dirsi però documentato, ma con margine di dubbio, anche il miracolo avvenuto durante la processione, poiché sul luogo dove i due corpi trasudarono sangue fu fondata proprio nel IX secolo la chiesa di San Faustino in Riposo, che ha conservato l'antico appellativo in riferimento al "riposo", cioè alla sosta che il corteo compì durante il miracolo.
Andrea Valentini, nel 1882, fa un sunto di altre leggende legate alle origini della reliquia e del tesoro, recuperate da scritti di autori precedenti. Lo studioso, fra le altre, riporta le ipotesi che la Reliquia Insigne sia legata alla quarta crociata, partita da Venezia nel 1202, oppure che sia stata portata a Brescia da Alberto da Reggio, vescovo cittadino presente alla quinta crociata tra il 1219 e il 1221, oppure che sia un dono di Gaudenzio o addirittura di Filastrio, il quale l'avrebbe ricevuta direttamente da sant'Elena..
La leggenda più radicata nella letteratura storica successiva al Malvezzi rimane comunque quella legata alla figura di Namo, almeno fino al Settecento quando, prima con gli studi di Giovanni Girolamo Gradenigo., seguiti da quelli di Giuseppe Brunati., Alessandro Sala. e Federico Odorici., il mondo critico, legando lo stile delle decorazioni sulla reliquia a quelle della stauroteca, ritenuta opera bizantina del XII-XIII secolo, colloca alla prima metà del Duecento il suo arrivo a Brescia, ridando credito alla leggenda che vedeva in Alberto da Reggio il donatore della Reliquia Insigne. Nemmeno tale conclusione, però, è ritenuta oggi valida, poiché nuovi studi formulati durante il Novecento hanno convintamente separato, dal punto di vista cronologico, la reliquia dalla stauroteca..
In ogni caso, la nota leggenda di Namo di Baviera narrata dal Malvezzi è ormai da ritenersi priva di fondamento, come già commentava il Valentini nel 1882 suggerendo di "relegarla tra le favole", ed è assumibile come leggenda già probabilmente fissata nel Duecento e in seguito radicata da una grande fortuna letteraria. Diventa inoltre impossibile, pertanto, connettere alla storia della Reliquia Insigne la Croce del Campo: anche dal punto di vista storico, i due manufatti ebbero origini diverse e finirono per essere affiancati, in epoca medievale, a causa della sempre più accreditata leggenda di Namo, per il solo fatto di essere custoditi assieme nel tesoro della cattedrale.
La Croce del Campo e la stauroteca Non sono ugualmente note le vicende all'origine della Croce del Campo, fabbricata nell'età dei Comuni come croce comunale di Brescia, da issare sul carroccio durante le battaglie. La croce era chiamata anche Croce dell'Orifiamma, poiché sul carroccio dove era fissata svettava sullo stendardo comunale, chiamato appunto Orifiamma. Un riferimento alla Croce del Campo è forse riscontrabile nell'inno della battaglia della Malamorte ed è nuovamente il Malvezzi a dare notizia che, oltre a Rudiano, la croce fu innalzata sul carroccio bresciano nella battaglia delle Grumore e nella battaglia di Legnano. Terminata l'epoca comunale, dovette finire semplicemente custodita nel tesoro, acquistando man mano valore spirituale in quanto affiancata alla Reliquia Insigne dalla leggenda di Namo di Baviera.
Sempre a partire dal Duecento, peraltro, è rilevabile nei documenti una certa confusione nei nominativi delle croci: mentre la Croce del Campo mantiene invariato il proprio nome, la reliquia insigne assume il titolo di Croce dell'Orifiamma, quando quest'ultimo era invece il secondo nome della Croce del Campo. L'errore, mantenutosi invariato per secoli, è stato corretto solo a partire dall'Ottocento, quando con il titolo di "Croce dell'Orifiamma" si è tornati ad intendere il secondo nome della Croce del Campo.
Anche della stauroteca, l'originale cofanetto della Reliquia Insigne, non sono note le vicende all'origine, ma è chiaro che fu realizzata appositamente. Per contro, non è dato sapere se arrivò in sostituzione a una teca precedente, anche se la puntigliosa volontà di custodia nel tempo di tutto ciò che ebbe a che fare con la Reliquia Insigne basterebbe per escludere la possibilità che un cofanetto posteriore sia esistito e in seguito eliminato..
La dominazione viscontea
Durante la dominazione dei Visconti su Brescia, iniziata nella prima metà del Trecento e conclusa un secolo dopo, il tesoro non dovette godere di buona reputazione fra i signori della casata milanese, probabilmente a causa del grande fervore devozionale che i bresciani provavano nei confronti della Reliquia Insigne. Durante la sua reggenza, Bernabò Visconti contrastò la memoria del tesoro, facendo bruciare tutti i libri delle cronache, comprese le scritture pubbliche e private, riguardanti la memoria della Reliquia Insigne e dei manufatti conservati assieme ad essa...
Sotto Gian Galeazzo Visconti, però, la situazione pare nettamente migliorare: il 13 maggio 1400 viene riunito un folto gruppo di notai, abati e avvocati con l'obiettivo di ricostruire la memoria del tesoro attraverso i racconti e le testimonianze dei cittadini colti, anziani o che semplicemente erano in grado di dare informazioni: i vari contributi, dopo essere stati vagliati e selezionati dal gruppo, vennero raccolti in una grande pergamena, nota come Memoria delle Sante Croci.Archivio della Compagnia dei Custodi delle Sante Croci, A 1-1... La principale testimonianza raccolta è quella dello speziale Leoncino Ceresoli, il quale racconta che da ragazzo lavorava come chierichetto nella chiesa dei Santi Faustino e Giovita e nei momenti liberi conversava con i monaci, fra i quali il novantenne priore Antonio il quale gli aveva raccontato la leggenda di Namo di Baviera, che viene interamente trascritta nella pergamena della Memoria. Il racconto dello speziale viene confermato, sotto giuramento, da altri anziani cittadini, i quali a loro volta affermano di aver udito lo stesso racconto da altre fonti.
La leggenda viene ripresa alla lettera dallo storico Giacomo Malvezzi nel suo Chronicon Brixianum pubblicato entro pochi anni dalla stesura delle memorie, inaugurando la fortuna letteraria della leggenda di Namo di Baviera.
Il tesoro nel Rinascimento Il primo pezzo noto del tesoro ad aggiungersi ai tre originali (Croce del Campo, Reliquia Insigne e stauroteca) è il piccolo bauletto fabbricato nella prima metà del Quattrocento per contenere alcuni oggetti secondari, quasi tutti perduti.. Il nuovo, grande arrivo si ha invece nella seconda metà del secolo: il 12 agosto 1474 il Consiglio Speciale della città e il Consiglio Generale il 30 dello stesso mese commissionano all'orafo Bernardino delle Croci un nuovo reliquiario per il frammento della croce, simile a quello che l'artista stava già assemblando per il convento di San Domenico (perduto), da consegnare entro il maggio 1475, cioè l'anno successivo...
Il lavoro, nonostante il termine fissato, non dovette essere eseguito subito, oppure richiese molto tempo: il 15 giugno 1486 il Consiglio deliberò di recuperare il denaro con cui pagare Bernardino mediante la vendita dell'argenteria donata da Domenico de Dominici alla fabbrica del Duomo.. Il saldo dell'orafo per il suo lavoro arriva finalmente nel 1487, ben tredici anni dopo la commissione. Il reliquiario eseguito dal Delle Croci non assolveva, inizialmente, a nuova custodia della reliquia: in un primo periodo, essa veniva semplicemente fissata sulla sommità e quindi portata in processione, come si può vedere nello Stendardo delle Sante Croci del Moretto eseguito nel 1520. A esposizione terminata, la reliquia veniva nuovamente riposta nella stauroteca e il foro lasciato al sommo del piedistallo veniva chiuso con una vite d'argento decorata ancora oggi custodita nel tesoro, nel piccolo bauletto.
La bellezza del nuovo piedistallo processionale e, probabilmente, l'innovativa ventata rinascimentale nelle arti portarono il Consiglio Speciale a deliberare il 29 agosto 1532, con conferma del Consiglio Generale il 31 luglio 1533, l'esecuzione di una nuova teca per la Reliquia Insigne da fissare in cima al piedistallo già predisposto, creando un unico, grande reliquiario in sostituzione della vecchia stauroteca. L'incarico viene affidato all'orafo Giovanni Maria Mondella, che lo completò verosimilmente negli anni successivi..