La cappella Pellegrini, inizialmente denominata "Guaresco",«Questa Cappella fu per gran tempo denominata Guaresco da nome gentilizio della famiglia Raimondi, e le fu conservato sin che il collegio de' Notaj in Verona (così volendo la testatrice) ne sostenne il patronato». In . è un'architettura religiosa commissionata dalla contessa Margherita Pellegrini al celebre architetto Michele Sanmicheli ed edificata tra il 1528 e il 1559. Occupa un posto di rilievo nell'ambito dell'architettura rinascimentale..In tal proposito Giorgio Vasari, nell'edizione del 1568 del suo Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, scrive: «Fu eccellente Michele non pure nelle fortificazioni, ma ancora nelle fabriche private, tempii, chiese e monasterii, come si può vedere in Verona et altrove in molte fabriche, particolarmente nella bellissima et ornatissima cappella de' Guareschi in San Bernardino, fatta tonda a uso di tempio e d'ordine corinzio, con tutti quegli ornamenti di che è capace quella maniera. […] Per essere adunque di dentro la detta cappella di questa bellissima pietra e lavorata da eccellenti maestri d'intaglio e benissimo commessa, si tiene che per opera simile non sia oggi altra più bella in Italia, avendo fatto Michele girare tutta l'opera tonda in tal modo, che tre altari che vi sono dentro con i loro frontespizii e cornici, e similmente il vano della porta, tutti girano a tondo perfetto, quasi a somiglianza degl'usci che Filippo Brunelleschi fece nelle cappelle del tempio degl'Angeli in Firenze, il che è cosa molto difficile a fare».
Si trova all'interno del complesso francescano di San Bernardino a Verona, costituito da una chiesa in stile gotico e da una serie di pregevoli chiostri e divenuto un luogo ambito dalle famiglie nobili veronesi per l'edificazione di cappelle gentilizie tra il XV e il XVI secolo.. Storia La progettazione e la direzione dei Sanmicheli
Intorno al 1527, terminato il soggiorno a Roma e prima dell'incarico di realizzazione di importanti fortificazioni per la Repubblica di Venezia, Michele Sanmicheli dimorò a Verona presso il cugino Paolo, con il quale collaborò in numerosi cantieri. In quel periodo ebbe modo di frequentare diverse famiglie nobili, stringendo amicizia con Guaresco Raimondi, suocero della contessa Margherita Pellegrini. La vita della nobildonna veronese fu funestata da gravi lutti familiari, tra i quali la morte del marito Benedetto Raimondi, di due figli, Nicola e Anna,.. del suocero e infine, nel 1528, del figlio diciottenne Niccolò, con la quale si interruppe definitivamente la linea di discendenza della famiglia Raimondi-Pellegrini.
Questa cappella, originariamente intitolata a Sant'Anna, fu quindi voluta dalla Pellegrini per ricordare la scomparsa del figlio ma parimenti per celebrare sé stessa e la famiglia di appartenenza: la costruzione doveva fungere da monumento funebre per contenere le spoglie della committente e dei suoi familiari, anche se il risultato finale tradì questo progetto... L'idea di realizzare una cappella, piuttosto che un più semplice sepolcro, le venne probabilmente dopo aver saputo della realizzazione della cappella Emilei presso la chiesa di San Michele in Isola,. mentre alla decisione di far erigere un'opera così monumentale contribuì sicuramente il fatto che questa assumeva il significato di voler tramandare ai posteri l'importanza della famiglia, destinata a sparire..
La progettazione dell'opera fu affidata a Sanmicheli, che realizzò uno spazio dotato di una grande armonia delle parti e di una limpida distribuzione della luce, con un'architettura che ricorda le costruzioni antiche, in particolare il Pantheon di Roma, porta Borsari e l'arco dei Gavi di Verona. L'edificazione iniziò tra la seconda metà del 1528, dopo la morte di Niccolò, e il 15 ottobre 1529, data di uno dei testamenti di Margherita Pellegrini, in cui è confermato che i lavori erano già avviati..
La controversia e il completamento dei Marastoni
Inizialmente Sanmicheli diresse personalmente i lavori ma nel 1534 dovette abbandonarli per recarsi a Venezia per ulteriori incarichi, per cui il cugino Paolo assunse la direzione del cantiere. In disaccordo su alcuni aspetti contrattuali, l'8 luglio 1538 Margherita ottenne dal podestà di Verona l'annullamento del contratto e un risarcimento dei danni. Da allora l'architetto e i suoi collaboratori non lavorarono più alla fabbrica..
Nell'apprendere l'avversità della contessa riguardo alla gestione del cantiere da parte di Paolo Sanmicheli, bisogna considerare la premura che la donna aveva nel vedere ultimata la cappella, considerate le sue precarie condizioni di salute: constatare che i lavori proseguivano molto lentamente le procurava ansie e preoccupazioni. Inoltre, tra i motivi che portarono all'esautorazione dei cugini Sanmicheli, vi fu probabilmente anche l'elevato costo dell'opera, caratterizzata (come le altre opere giovanili di Michele) da un ricco e articolato apparato decorativo, che sposa elementi e temi dei monumenti romani di Verona con le proporzioni e i moduli dell'architettura rinascimentale.
La bottega a cui fu assegnata la prosecuzione dei lavori risultò quella degli scalpellini Marastoni, che trovarono la cappella già realizzata fino all'altezza della balconata con balaustra. Nonostante i cambiamenti apportati in corso d'opera, che prevedevano l'utilizzo di materiali meno nobili e di un linguaggio decisamente più asciutto, i nuovi artigiani non riuscirono a velocizzare i lavori. I Marastoni, infatti, impiegarono diciannove anni per completare l'opera, che la committente non riuscì a vedere ultimata. L'ultimo testamento della Pellegrini è datato 24 settembre 1557 e riporta che il monumento risultava ancora in fase di completamento, per questo motivo ella chiedeva di continuare l'edificazione della cappella anche dopo la sua morte e di conservare in buono stato l'edificio. La nobildonna si spense poco dopo la redazione del documento mentre i lavori terminarono nel 1559..
L'intervento di restauro del Giuliari
Dopo due secoli di incuria, nel 1793, l'abate Giuseppe Luigi Pellegrini si interessò all'opera e decise di restaurarla con il benestare del fratello Carlo Pellegrini, maresciallo dell'Impero austriaco. I lavori furono diretti dall'architetto Bartolomeo Giuliari, che si era già occupato in precedenza di restauri di opere sanmicheliane e che preliminarmente eseguì un accurato rilievo dello stato di fatto del monumento. Ciò permise di notare come nella prosecuzione dei lavori i Marastoni non utilizzarono più il cosiddetto "bronzo", raffinata pietra bianca veronese così chiamata per il suono che emette durante la sua lavorazione, impiegata particolarmente per gli ornamenti, bensì sfruttarono materiale meno nobile. Inoltre, gli scalpellini ridussero la quantità e qualità di decorazioni, per cui le pareti risultavano nude, le colonne e le paraste prive di scanalature e i capitelli di intagli.
Il progetto del Giuliari andò così ad aggiungere, alla porzione di cappella realizzata dai Marastoni, un ricco apparato decorativo in pietra e stucchi, in modo da avvicinare l'aspetto del monumento al progetto originale del Sanmicheli. In particolare, sulla cupola venne ripristinata l'apertura della lanterna mediante la rimozione del rosone che decorava la sommità, mentre i cassettoni furono risistemati con migliori proporzioni, secondo quelle suggerite dal Piranesi, con dimensioni digradanti verso l'alto e definendo ogni lacunare con una serie di tre cornici e un fiore al centro. Nel secondo ordine, invece, si intagliarono alcune decorazioni sulla cornice e le foglie sui capitelli, si scanalarono le colonne e i pilastri e si introdussero i festoni in rilievo sotto l'architrave, analogamente a quanto era già stato fatto nel primo ordine..
I lavori, conclusisi nel 1795, andarono così a ristabilire una continuità decorativa e stilistica tra il primo e il secondo ordine, dove l'opera dei Marastoni aveva impoverito l'architettura sanmicheliana, anche se ciò volle dire progettare ed eseguire un intervento piuttosto invasivo.
Interventi di conservazione
Nel corso del Novecento il monumento fu oggetto di diversi interventi di restauro, aventi prevalentemente l'obiettivo di risolvere problemi di infiltrazioni e di umidità, finanziati in parte dall'ordine religioso e in parte con contributi dello Stato, delle banche e di varie fondazioni, ma sempre condotti sotto la sorveglianza della locale Soprintendenza..
Dopo anni di scarsa manutenzione che avevano provocato un certo livello di degrado all'interno della cappella gentilizia, su spinta dei proprietari, rappresentati dall'ingegner Ottorino Pellegrini, nel 1925 si intervenne con il restauro della cupola e della lanterna: furono rifatte le coperture, restaurati i serramenti e le decorazioni del cupolino e sostituite le vetrate della lanterna. Il cantiere fu seguito dalla Regia Soprintendenza ai Monumenti di Verona, guidata dall'ingegner Alessandro Da Lisca..
Copertura e vetrate, nel corso dei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, furono oggetto in più occasioni di riparazione: nei primi anni sessanta, quando la Soprintendenza contribuì con una spesa di lire; nel 1971, con il soprintendente Piero Gazzola che seguì i lavori di rifacimento della copertura, con sostituzione di terzere, tavolame e tegole in laterizio, per un importo di circa lire; infine tra il 1987 e il 1993, quando con un contributo statale di lire si proseguì con il restauro della copertura (consolidamento delle centine lignee, ripristino della cornice di gronda in laterizio e inserimento di canali di gronda) e della lanterna (rivestimento in piombo della calotta e ricomposizione e piombatura delle finestre)..
Considerevoli interventi di conservazione si svolsero infine tra il 1987 e il 2000, vigilati dal funzionario della Soprintendenza Pietro Maria Cevese. Durante i lavori si operò per risolvere problemi relativi all'umidità di risalita nelle murature perimetrali della struttura, oltre che alle infiltrazioni d'acqua provenienti dalle vetrate del tamburo. Si colse l'occasione per eseguire opere di pulitura delle superfici lapidee della cappella e del vestibolo, oltre che di ripristino degli intonaci, degli stucchi e delle coloriture; in particolare furono recuperate le cromie originarie della cupola, con la riproposizione del fondo blu nei lacunari.
Descrizione
La presenza dei disegni preliminari di Michele Sanmicheli presso la Galleria degli Uffizi ha consentito di conoscere le fasi evolutive dell'opera: l'architetto veronese, infatti, in un primo momento aveva previsto la realizzazione di una cappella con una pianta a croce greca di dimensioni maggiori rispetto a quella effettivamente realizzata; esternamente, poi, la superficie doveva essere più articolata e decorata grazie alla presenza di alte paraste, di ordine corinzio poste su piedistalli, e della cupola, visibile anche da fuori. Un progetto monumentale quindi, che prendeva ispirazione dal Pantheon di Roma e dalla cappella Chigi di Raffaello nella basilica di Santa Maria del Popolo. Il progetto definitivo fu oggetto di numerose modifiche, tuttavia l'opera mantenne un aspetto solenne, specialmente all'interno..