La messa stazionale è la messa celebrata con particolare solennità dal papa o da un altro vescovo diocesano con la partecipazione del suo clero e dei suoi fedeli. In origine era la messa celebrata tradizionalmente dal papa con un numeroso seguito di vescovi, presbiteri, diaconi, suddiaconi, accoliti, cantori e con la partecipazione del popolo.Arisi, op. cit., p. In essa il vescovo diocesano celebra l'eucaristia (soprattutto nella chiesa cattedrale) circondato dal suo presbiterio e dai ministri, con la partecipazione piena e attiva dei laici.Cerimoniale dei Vescovi, 119; cfr. Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, 41.

A Roma la messa stazionale celebrata dal papa serviva da modello a tutte le altre, che la riproducevano con la massima esattezza possibile, anche se erano celebrate con minore solennità e le funzioni svolte dai ministri della messa stazionale venivano concentrate in un numero minore di persone, fino al livello della messa bassa tridentina celebrata da un solo sacerdote servito da un solo ministro.

Le altre messe celebrate a Roma non avevano la solennità della stazionale, di quella grande assemblea liturgica alla quale si convocava tutto il clero e tutti i fedeli, addirittura presumendone la presenza. Ciò che distingueva la messa stazionale non era il rango episcopale, superiore a quello di un presbitero, perché abbastanza frequentemente, quando il papa si trovava impedito, la messa stazionale veniva celebrata da un presbitero con cerimoniale quasi identico per imponenza e complessità. In comparazione con la stazionale, veramente pubblica, le altre messe erano private, perché ad essa partecipava la Chiesa romana nella sua interezza. Louis Duchesne, Origines du culte chrétien: Études sur la liturgie latine avant Charlemagne, Paris, 1920, pp. 171–172

Etimologia

Il significato basico del latino statio deriva da stare (stare, fermarsi, prendere posizione), e venne a significare un raduno in un luogo fisso per un determinato scopo: il Libellus precum luciferiano del 384 l'adopera per descrivere un'assemblea strettamente liturgica (Migne, Patrologia Latina 13:83).

A volte il termine statio era usato dai primi cristiani per significare "digiuno", più specificamente un digiuno o giorno di digiuno parziale, distinto da un giorno di digiuno completo (in latino ieiunium).Robert Francis McNamara, "Stational Church" in New Catholic Encyclopedia, vol. XIII, pp. 662-664 Nel Pastore di Erma, scritto a Roma in greco a metà circa del II secolo, si trova il dialogo: "Perché mai di buon'ora sei venuto qui?" "Perché ho stazione, signore". "Che significa stazione?" "Digiuno, signore".Pastore di Erma , LIV, 1–2Il testo originale è: Νηστεύων καὶ καθήμενος εἰς ὅρος τι καὶ εὐχαριστῶν τῷ κυρίῳ περὶ πάντων ὧν ἐποίησε μετ’ ἐμοῦ, βλέπω τὸν ποιμένα παρακαθήμενόν μοι καὶ λέγοντα· Τί ὀρθρινὸς ὧδε ἐλήλυθας; Ὅτι, φημί, κύριε, στατίωνα ἔχω. Τί, φησίν, ἐστὶ στατίων; Νηστεύω, φημί, κύριε (Constantinus Tischendorf, Hermas Pastor Graece ex fragmentis Lipsiensibus instituta quaestione de vero Graeci textus Lipsiensis fonte, Lipsia, J. C. Hinrichs, 1856, pp. 35–36 Tertulliano (155 circa – 230 circa) sia nell'opera Ad uxoremAd uxorem, liber II, IV, 1 sia nel De orationeDe oratione, XIX, 5 usa statio nel senso di giornata di digiuno, forse un po' meno prolungata. Henri Leclerq, "Station Days" in Catholic Encyclopedia, New York, 1912

Sant'Ambrogio (339 o 340 – 397) interpretò i digiuni dei cristiani figurativamente in relazione alla loro lotta contro gli spiriti malvagi: «I nostri digiuni sono i nostri accampamenti, che ci difendono dagli attacchi del maligno, e li chiamiamo "stazioni", perché ci assistiamo in piedi (stantes) e perseverando in essi, respingiamo le insidie dei nemici».Archdale Arthur King, Liturgy of the Roman Church, Longmans, Green and Company, 1957, p. 434Il testo originale è: «Castra enim nobis sunt nostra ieiunia, quae nos a diabolica oppugnatione defendunt. Denique stationes vocantur, quod stantes et commorantes in eis, inimicorum insidias repellamus». Sermo XXI. De Quadregesima V, 1, PL 17, p. 666In un altro sermone scrive sant'Ambrogio: «Ieiunia enim nostra mansiones quaedam sunt, per quae iter spiritualiter facientes, animae virtutibus ambulamus, diurno profectu repromissae nobis terrae viciniores efficimur». Sermo XIX. De Quadregesima III, 2, PL 17, col. 662

La stessa metafora si trova in Tertulliano (155 circa – 230 circa), sia nell'opera Ad uxorem sia nel De oratione, dove spiega: «Statio de militari exemplo nomen accipit, nam et militia Dei sumus». («La stazione deriva il suo nome dal mondo militare, poiché infatti siamo esercito di Dio»)De oratione, XIX, 5 I Romani davano infatti il nome "statio" ad una caserma (es. "statio primae cohortis")."Roma" in Enciclopedia italiana, capitolo "Roma medievale" Tertulliano parla di "processioni, digiuni, stazioni, preghiere"; e dice che nelle stazioni i soldati cristiani stavano di guardia, e vegliavano in preghiera. Il termine militare per questo atto di preghiera, dice Pompeo Ugonio (Historia delle stationi di Roma, 1588), è entrato in uso durante le persecuzioni e Tertulliano suggeriva che significasse il tempo della battaglia della Chiesa, la veglia della Chiesa militante, la sua penitenza, che terminerebbe con la vittoria.M. A. R. Tucker e Hope Malleson, Handbook to Christian and Ecclesiastical Rome, London, British Museum, 1900 citato da Shawn Tribe, "The Stational Liturgies of the Roman Church" in Liturgical Arts JournalIl testo di Ugonio è riprodotto in Historia delle Stationi di Roma, Roma, 1588, sezione "Breve discorso generale intorno le Stationi", ma senza numerazione delle pagine.

Secondo la New Catholic Encyclopedia, la forse più plausibile teoria avanzata per spiegare come la statio abbia acquisito la connotazione penitenziale è la congettura secondo cui, poiché i giorni del semidigiuno erano in molti luoghi anche giorni di osservanza liturgica, il termine "stazione" venne comunemente applicato sia al digiuno del giorno sia al rito del giorno.

Pasquale Iacobone pure mette il termine statio in relazione con l'idea di "veglia". Dice che Il termine latino ricorda anche la figura della sentinella che vigila nell'accampamento, e riprende così il tema della vigilanza e dell'attenzione verso le opere di penitenza, carità e digiuno, tipiche della quaresima, il tempo liturgico in cui spesso si tengono queste Messe.

Dopo il periodo delle persecuzioni, il nome di "stazione" venne dato ad "una solenne liturgia celebrata dal Papa o da un suo delegato in una basilica o, per la crescita del culto dei martiri, in un cimitero"."'Statio' came finally to denote a solemn liturgy celebrated by the Pope or his delegate, either in one of the basilicas or, with the growing cult of the martyrs, in a cemetery": Archdale Arthur King, [Liturgy of the Roman Church], Longmans, Green and Company, 1957, p. 434] Shawn Tribe, "The Stational Liturgies of the Roman Church" in Liturgical Arts Journal, 8 marzo 2019. Il testo è: «Whatever the origins of the term, the meaning of "station," as it came to be used, came in reference to "a solemn liturgy celebrated by the Pope or his delegate, either in one of the basilicas or, with the growing cult of the martyrs, in a cemetery" (Archdale King, Liturgy of the Roman Church, Appendix VIII)».

Nell'antichità anche altre diocesi svilupparono delle liturgie stazionali, che comprendevano una processione, in genere in correlazione al culto liturgico dei martiri.Mario Righetti, Storia liturgica, vol. III, Milano, Ancora, 1949, p. 517 Fra queste vi erano Gerusalemme e Costantinopoli, Milano, Antiochia, Tours, Ossirinco in Egitto, Metz, Vercelli e Pavia.Mario Righetti, Storia liturgica, vol. III, Milano, Ancora, 1949, pp. 517-521 Ad Aquileia le stazioni si svolgevano per le tre messe di Natale, nelle feste dei tre giorni successivi e nelle ferie di Pasqua.Mario Righetti, Storia liturgica, vol. III, Milano, Ancora, 1949, p. 518 Più tardi, si cercò di imitare le stazioni romane introducendo un ciclo di messe celebrate dal vescovo nelle diverse chiese delle città dell'impero carolingio.John F. Romano, The Fates of Liturgies: Towards a History of the First Roman Ordo, p. 71

Henri Leclerque dice che il nome di "stazione" era dato anche a quella chiesa che era la meta verso la quale i fedeli andavano in processione, e il percorso che seguivano per raggiungerla diventò statio ad... Nelle edizioni del Messale Romano fino a quella del 1962 se ne conserva il ricordo con l'espressione "Statio ad..." che segue il titolo con il giorno liturgico.

Le edizioni del Messale Romano successive al Concilio Vaticano II, raccomandano "vivamente che, soprattutto nel Tempo di Quaresima, si conservi e si incrementi, l'uso di riunire la Chiesa locale nella forma delle «stazioni» romane. Nelle domeniche o nei giorni più adatti durante la settimana, in particolare quando presiede il pastore della diocesi, si potranno radunare tali assemblee di fedeli presso i luoghi di sepoltura dei santi, nelle principali chiese o santuari [...] Se prima della celebrazione della Messa, secondo i luoghi e le circostanze, si svolge una processione, ci si raduna in una chiesa minore o in altro luogo adatto fuori della chiesa versi la quale si dirige la processione".Messale Romano, 3ª edizione 2020, p. 68

Stazioni romane

In origine l'unica messa che si celebrava nella città di Roma era quella celebrata dal vescovo, il papa, alla quale dovevano assistere tutti i fedeli, ma poi si rese necessario fondare delle chiese rurali alle quali il vescovo delegava dei sacerdoti.«Nei primi secoli, quando la vita religiosa era concentrata prevalentemente nella città episcopale, tutti i fedeli dovevano assistere alla Messa del Vescovo. S. Ignazio e S. Giustino, fin dal II sec. lo dichiarano espressamente. Tuttavia, dappoiché si rese necessario fondare delle chiese rurali a notevole distanza dalla Chiesa madre, il Vescovo vi delegò dei sacerdoti.» Mario Righetti, Storia liturgica, vol. III, Milano, Ancora, 1949, pp. 110-111

Il papa celebrava la messa con un numeroso seguito di vescovi, presbiteri, diaconi, suddiaconi, accoliti, cantori e con la partecipazione del popolo. Questa messa serviva da modello a tutte le altre, che la riproducevano con la massima esattezza, anche se erano celebrate con minore solennità e le funzioni svolte dai ministri della messa stazionale venivano concentrate in un numero minore di persone, fino alla messa bassa tridentina celebrata da un solo sacerdote servito da un solo ministro.

Al principio del IV secolo la crescita della comunità cristiana rese necessaria la celebrazione di più messe, cosicché papa Milziade dispose che i sacerdoti dei diversi titoli potessero celebrare una messa nella propria basilica, dopo la messa stazionale. Tuttavia, per rimarcare l'unità della Chiesa, alle altre messe era inviata una parte dell'eucaristia consacrata nella messa stazionale.Arisi, op. cit., p. -

Dopo le persecuzioni, le esistenti domus Dei, chiese nelle case private, divennero i tituli o chiese parrocchiali, delle quali esistevano 25 nel V secolo. A queste si aggiunsero, sotto gli imperatori cristiani, le basiliche maggiori e alcuni edifici ecclesiastici minori. Nello stabilire un ciclo di visite stazionarie, i vescovi di Roma, come altri vescovi, videro in esso un simbolo appropriato dell'unità del pastore con il suo gregge. Infatti, sebbene l'intera comunità diocesana non potesse partecipare alla messa stazionale, questa messa sarebbe stata comunque la liturgia diocesana ufficiale, e ci sarebbero delegazioni per rappresentare i vari quartieri della città, con il proprio clero per assisterli. Se il sacerdote incaricato di un titulus era assente, il celebrante gli inviava, in segno di unione eucaristica, il fermentum una porzione del pane da lui consacrato.