La battaglia delle Alpi Occidentali () avvenne sul confine fra il Regno d'Italia e la Repubblica francese tra il 10 e il 25 giugno 1940, durante la seconda guerra mondiale. All'entrata in guerra dell'Italia fascista a fianco della Germania nazista e la dichiarazione di guerra a Francia e Regno Unito non corrispose un piano preordinato: il Regio Esercito, ammassato lungo la frontiera, intraprese disordinate azioni offensive che furono efficacemente contrastate dall'esercito francese, trincerato sulle posizioni difensive della Linea Maginot alpina. Solo la sconfitta dellArmée française per opera dell'esercito tedesco mascherò in parte la notevole impreparazione militare italiana; il governo di Philippe Pétain sottoscrisse il secondo armistizio di Compiègne il 22 giugno, nel quale la Germania impose alla Francia di arrendersi entro pochi giorni anche all'Italia, nonostante sul campo di battaglia si stesse delineando l'effettivo fallimento tattico-strategico delle forze armate italiane e una sostanziale vittoria difensiva francese. L'armistizio di Villa Incisa, nei pressi di Roma, firmato il 24 giugno ed entrato in vigore il giorno successivo, sancì l'annessione di alcune porzioni di territorio francese all'Italia, la creazione di una zona demilitarizzata lungo il confine e l'inizio dell'occupazione italiana della Francia meridionale.
L'aggressione italiana fu percepita come una «pugnalata alla schiena» a una nazione ormai allo stremo, oltre che un atto moralmente dubbio, dato che la dichiarazione di guerra avvenne in contemporanea con le fasi finali della campagna di Francia, quando ormai le sorti della Repubblica francese erano segnate di fronte all'avanzata inarrestabile della Wehrmacht. Oltre a essere stati alleati durante la prima guerra mondiale, i due Paesi avevano una fitta rete di relazioni sociali ed economiche, soprattutto nelle zone di confine, che furono sconvolte dalla guerra. La battaglia delle Alpi dunque ruppe definitivamente queste relazioni, facendo nascere il risentimento delle popolazioni francesi che si sentirono tradite dall'attacco italiano.
Contesto storico
Con lo scoppio del conflitto, la dichiarazione di guerra di Regno Unito e Francia alla Germania nazista e la fine della campagna di Polonia, fra il novembre del 1939 e il marzo del 1940 caddero definitivamente anche le ultime speranze di pace in Europa. In quei mesi di stasi operativa sul fronte occidentale, definiti dalla storiografia come "strana guerra", le forze armate tedesche occuparono in aprile prima la Danimarca e successivamente la Norvegia, assicurandosi una via sicura per l'importazione di metallo svedese e anticipando così i piani anglo-francesi tesi a impedirlo. La campagna nel nord rientrava nel piano strategico tedesco per la conquista dell'occidente: protetta alle spalle dalla conquista della Polonia e della Cecoslovacchia, nonché dal trattato di non aggressione con l'Unione Sovietica, e coperta sul fianco meridionale dal patto d'Acciaio con l'Italia, occupando la Norvegia la Germania allontanò anche lo spauracchio del blocco navale britannico e iniziò i preparativi per l'attacco risolutore a occidente.. L'attacco alla Francia ebbe inizio il 10 maggio 1940, cogliendo di sorpresa anche l'alleato italiano: Benito Mussolini, come accadde per l'invasione della Polonia, non venne informato dei preparativi di guerra e ricevette la notizia solo alle 05:00 di quello stesso 10 maggio dall'ambasciatore tedesco a Roma Hans Georg von Mackensen.. La notizia dell'inizio dell'offensiva non fece piacere al Duce, anche se a von Mackensen disse che «approvava toto corde l'azione di Hitler», dopodiché inviò a Berlino un messaggio dai toni vaghi che il conte Galeazzo Ciano definì «caldo ma non impegnativo», ma che nei fatti era un passo importante verso la via dell'impegno bellico..
Nell'agosto del 1939 Mussolini fu messo di fronte alla scelta di scendere o meno in campo a fianco di Adolf Hitler, ma, conscio dell'impreparazione dell'esercito e dell'industria italiana, optò per l'ambigua posizione di «non belligeranza» che mantenne fino al giugno del 1940.. Taciuta all'opinione pubblica, l'ammissione di Mussolini circa il fatto che l'Italia non fosse in grado di sostenere una guerra europea costituiva un fallimento di quella politica di potenza condotta negli anni precedenti ben al di sopra delle reali capacità del Paese.. D'altro canto egli stesso sapeva che l'Italia non poteva «rimanere neutrale per tutta la durata della guerra, senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci»; restava la speranza di poter condurre una «guerra parallela» che avrebbe consentito all'Italia fascista di raccogliere qualche guadagno territoriale senza perdere la faccia.. La notizia dell'offensiva tedesca fece rimanere gli italiani col fiato sospeso, tutti più o meno consapevoli che da essa dipendevano le sorti dell'Europa e dell'Italia in primo luogo, e causò in Mussolini una serie di reazioni contrastanti che, «con gli alti e bassi tipici del suo carattere», continuarono ad accavallarsi rendendolo incapace di prendere una decisione che sentiva inevitabile, ma alla quale, tutto sommato, cercava di sottrarsi.. Contemporaneamente la diplomazia europea si impegnò per evitare che Mussolini scendesse in campo: sebbene l'Italia fosse impreparata militarmente, il suo apporto avrebbe potuto essere decisivo per piegare la resistenza francese e avrebbe potuto creare grosse difficoltà anche al Regno Unito. Il 14 maggio, su insistenza francese, Franklin Delano Roosevelt indirizzò a Mussolini un messaggio dai toni concilianti per dissuadere il dittatore italiano dall'entrare in guerra, e due giorni dopo anche Winston Churchill seguì l'esempio del presidente americano, ma con un messaggio dai toni meno concilianti e più intransigente, in cui avvertiva che i britannici non avrebbero desistito dalla lotta, qualunque fosse stato l'esito della battaglia sul continente..
Le risposte di Mussolini a entrambi i messaggi confermarono che il Duce voleva rimanere fedele alla scelta fatta con l'alleanza con la Germania e agli obblighi d'onore che essa comportava. Privatamente però non aveva ancora raggiunto la certezza sul da farsi e nemmeno se fosse venuto il momento «giusto» per intervenire.. Pur parlando continuamente di guerra con Ciano e con gli altri suoi collaboratori e anche se profondamente colpito dai successi tedeschi, durante le due settimane precedenti l'attacco della Germania a occidente e fino almeno al 27-28 maggio (se si esclude un'improvvisa convocazione dei tre sottosegretari militari la mattina del 10 maggio), non risulta che i colloqui con i responsabili delle forze armate avessero avuto alcun incremento e nulla faceva presagire un immediato intervento.. Il crollo della Linea Maginot, la mancata "seconda Marna" e l'evacuazione franco-britannica da Dunkerque convinsero una parte dell'opinione pubblica, ma soprattutto Mussolini, che la Francia e il Regno Unito avessero ormai perso la guerra, e in questo clima particolare nacque il timore di «arrivare tardi», che faceva un tutt'uno con la convinzione che la guerra sarebbe stata brevissima.. In quegli ultimi giorni di maggio Mussolini ebbe una decisiva virata verso l'intervento: il 26 ricevette una lettera da Hitler e contemporaneamente un rapporto inviato a Roma dal ministro Dino Alfieri sul suo colloquio con Hermann Göring. Entrambi produssero nel dittatore una forte impressione, tanto che Ciano annotò sul suo diario: «Si propone di scrivere una lettera a Hitler annunciando il suo intervento per la seconda decade di giugno».. Il 28 maggio Mussolini comunicò al generale Pietro Badoglio la decisione di intervenire contro la Francia e la mattina successiva si riunirono a Palazzo Venezia i quattro vertici delle forze armate, Badoglio e i tre capi di stato maggiore, il generale Rodolfo Graziani, l'ammiraglio Domenico Cavagnari e il generale Francesco Pricolo della Regia Aeronautica: in mezz'ora tutto fu definitivo. Mussolini trasmise ad Alfieri la sua decisione. di entrare in guerra il 5 giugno e il 30 maggio la comunicò ufficialmente a Hitler. Il giorno dopo il Führer rispose di posticipare di qualche giorno l'intervento, ma in un altro messaggio del 2 giugno von Mackensen comunicò a Mussolini che la richiesta di posticipare l'azione era ritirata e, anzi, sarebbe stato gradito un anticipo.. Così si giunse al 10 giugno: alle 16:30 Ciano fece convocare a Palazzo Chigi gli ambasciatori francese e britannico, André François-Poncet e Percy Loraine, e comunicò loro la dichiarazione di guerra. Alle 18:00 dal balcone di Palazzo Venezia Mussolini annunciò l'avvenuta dichiarazione di guerra al popolo italiano..
Terreno La frontiera
Il teatro di guerra tra Italia e Francia sulle Alpi Occidentali si snodava su un'impervia catena montuosa che va dal monte Dolent al Mar Ligure, dominata da massicci come il Bianco, la catena del Rutor e la Grande Sassière, il Rocciamelone-Charbonnel, il monte Thabor, il Gruppo del Monviso, l'Argentera e il Clapier, con pochi colli transitabili: il colle del Piccolo San Bernardo, il colle del Monginevro, quello del Moncenisio, della Maddalena e il colle di Tenda, con un'altitudine media di che li rendeva spesso impraticabili per la neve.. Le Alpi Occidentali rappresentano dunque una barriera naturale formidabile; l'altitudine media, pur decrescendo da nord a sud verso il mare, si mantiene sempre assai elevata, dai metri delle Alpi Graie ai metri delle Alpi Marittime, per un totale di 515 chilometri che i due contendenti avevano fortificato con opere militari nei punti strategici.
Con l'unificazione dell'Italia nel 1861 e la cessione alla Francia di Nizza e della Savoia, la costruzione di sistemi fortificati lungo la nuova frontiera subì un'accelerazione su entrambi i versanti, dalla val Roja fino al Moncenisio e al Piccolo San Bernardo. Nel 1885 l'Italia predispose un programma chiamato «piano Ferrero» da Emilio Ferrero, il ministro della Guerra che lo propose, che prevedeva la realizzazione di campi trincerati e numerosi capisaldi difensivi che si appoggiavano reciprocamente, in modo da rallentare eventuali azioni offensive francesi. Negli anni ottanta e novanta del XIX secolo si sviluppò così nella regione alpina un'intensa attività fortificatoria, il cui apice fu rappresentato dall'imponente forte dello Chaberton ma che realizzò opere significative anche sul Moncenisio (con i forti Varisello, Roncia e Malamot), al colle di Tenda, al colle di Nava e al Melogno. Sforzo enorme fu compiuto soprattutto dalla Francia, la quale dopo la sconfitta del 1871 contro la Germania investì enormi risorse nel Sistema Séré de Rivières, un insieme di oltre 450 opere fortificate di cui 90 sul confine alpino. A metà anni ottanta il programma fu pressoché completato, con capisaldi attorno ai punti strategici del confine, formati da piazzeforti attorno alle quali vennero costruiti numerosi forti, ridotte e sbarramenti in alta quota che sfruttavano le caratteristiche morfologiche del terreno..
Nel 1885, però, il chimico francese Eugene Turpin brevettò l'uso di acido picrico pressato per cariche esplosive e proiettili d'artiglieria. L'effetto distruttivo dei nuovi proiettili d'artiglieria, unito alle gittate sempre più lunghe dei nuovi cannoni a retrocarica con canna rigata, resero i forti ottocenteschi rapidamente obsoleti. In entrambi i Paesi iniziarono così imponenti lavori di modernizzazione delle strutture fortificate esistenti e la costruzione di nuove strutture in calcestruzzo armato, lavori interrotti dalla prima guerra mondiale e ripresi negli anni venti e trenta del XX secolo..