La sirena (dal latino tardo sirena, classico sīrēn – pl.: sīrēnes, trascrizione del greco , Seirḗn – pl.: , Seirênes) è una creatura della mitologia greca classica, ma anche del folklore popolare, raffigurata con la parte superiore del corpo di donna, e quella inferiore di uccello, o, in epoca successiva, di pesce.Vedi Raffigurazione. Il canto melodioso delle sirene ammaliava i naviganti e provocava naufragi.

Etimologia Deriva dal latino tardo sirena, classico siren, dal greco Seirén. Secondo alcuni dalla radice del svar (= cielo), gr. séirios (= splendente). Altri, partendo dal mito, hanno proposto il gr. syro (= io attraggo) o seiráo (= io incateno); altri ancora sono ricorsi all'ebr. sir (= canto); inoltre si è pensato a una radice indoeuropea svar- (= suonare), da cui lit. svirati (= suonare il flauto), anglo-sass. sarian (= parlare), gr. sŷrinx (= flauto, zampogna) e syrízein (= suonare il flauto).

La cultura letteraria dell'antichità classica L'origine letteraria, nell'antichità classica, della figura delle sirene è nellOdissea di Omero dove vengono presentate come cantatrici marine abitanti presso Scilla e Cariddi, secondo alcuni antichi scrittori greci, precisamente a Hipponion (oggi Vibo Valentia), le quali incantavano, facendo poi morire, i marinai che incautamente vi sbarcavano. Omero descrive le isole delle sirene ricoperte da scheletri e cadaveri degli incauti marinai che erano naufragati udendo il canto delle sirene. Le Sirene tentano Odisseo con l'invito "a sapere più cose". L'invito alla conoscenza "onnisciente" che fa perdere i propri legami familiari e civili interrompendo il proprio viaggio nella vita è condannato da Omero. La loro isola mortifera era disseminata di cadaveri in putrefazione. Odisseo, consigliato da Circe, la supererà indenne.

Per via del loro canto melodioso esercitavano sugli uomini un mortale incantesimo: Ulisse, ascoltando i consigli di Circe, si fece legare all'albero della nave per poterle ascoltare senza correre verso loro ché lo avrebbero in breve ucciso. Obbligò però i compagni a tapparsi le orecchie con cera. Già gli Argonauti erano sfuggiti al loro incantesimo perché Orfeo le aveva superate nel canto. Sconfitte una seconda volta, da Ulisse, si gettarono in mare dove divennero scogli, come aveva loro profetizzato un oracolo. Le Sirene, secondo Omero, erano due, ma successivamente divennero molte di più; la più famosa fra esse fu Partenope (= vergine), che diede il suo nome all'omonima città (l'attuale Napoli). Erano note anche Leucosia (= dea bianca), Aglaofeme (= voce meravigliosa), Ligea (= voce chiara), Molpe, Imeropa (= voce che suscita nostalgia), Pasinoe (= maliarda).

Nella tradizione figurativa e in quella letteraria le sirene sono generalmente tre, si tratta delle sorelle Partenope, Leucosia e Ligea.

Secondo un racconto anticoIgino 125,13 le sirene che tentarono Odisseo, erano in origine tre fanciulle, ancelle della dea Persefone che venne rapita dal dio dell’oltretomba Ade mentre raccoglievano fiori nei campi dell’antica Hipponion (odierna Vibo Valentia). Per non essere riuscite ad impedire il rapimento, le tre fanciulle vennero trasformate da Demetra, madre di Persefone in sirene. Persa la loro umanità, le tre sirene iniziarono ad ammaliare i naviganti con il loro canto, per poi divorarli. Ulisse, riuscì ad ascoltare il loro canto, legato all’albero maestro della propria nave, per tanto elle si uccisero gettandosi in mare perché non erano riuscite a trattenere l'eroe. Una di esse, Partenope, si arenò sulla spiaggia di ciò che diverrà la città di Napoli e a lei vennero dedicati giochi annuali, le Lampadedromie. Il corpo di Leucosia emerse nelle acque del golfo di Poseidonia (Paestum) da cui il nome di Leucosia dato a un'isoletta presso quella città, Punta Licosa. Le onde del mar Tirreno avrebbero invece rigettato il corpo di Ligea sulla riva tirrenica della Calabria, presso l'antica città di Terina, dove ora sorge Lamezia Terme. La sirena Ligea, raffigurata con un busto di donna con le braccia nude ed il corpo di uccello con coda e ampie ali, compare in varie monete di Terina, seduta su un cippo mentre gioca con una palla, oppure mentre riempie un'anfora con l'acqua che sgorga dalla bocca di un leone.

Omero non descrisse l'aspetto fisico delle sirene; a tal proposito si è presupposto. che ciò sia dovuto al fatto che sia il cantore che l'uditore conoscessero bene le forme di queste creature grazie ad altri racconti mitici già diffusi, come le avventure di Giasone e degli ArgonautiCfr. a tal proposito la stessa Odissea XII, 69-72.

Come Odisseo anche Orfeo, nelle Argonautiche riportate da Apollonio Rodio, salva il suo equipaggio composto dagli Argonauti. Arrivati nei pressi di Antemoessa, l'isola delle sirene, gli eroi avvistarono questi esseri "simili a fanciulle nel corpo ed in parte uccelli". Il canto delle sirene stava spingendo gli eroi a gettare gli ormeggi sulla riva, quando Orfeo prese la cetra Bistonia e risvegliò dalla malía i suoi compagni, intonando una canzone allegra e veloce. Omero riporta il canto delle sirene, intonato per causare la morte di Odisseo e del suo equipaggio:

Ascendenza

Apollonio Rodio riprende la narrazione delle sirene figlie di Acheloo, Plutarco invece, citando Sofocle scrive che sia Forco (figlio di Ponto (il Mare) e di Gea (la Terra) o di Urano (il Cielo) e di Gea ) il padre delle Sirene.Sofocle, fr. 861 Radt.

Libanio, nella Progymnasmata IV, ricorda che Eracle aveva staccato un corno al dio acquatico quando lottò con lui per conquistare l'affascinante Deianira e dalle gocce di sangue cadute dalle ferite provocate al dio erano nate le sue figlie, le sireneCfr. il mito delle Erinni..

Un'altra tradizione, riportata da Pseudo-Apollodoro, le vuole figlie di Acheloo e di Melpomene, una delle Muse e dà loro la forma di uccello, dalle cosce in giù. Con il suono della cetra, dell'aulo e del canto, persuadevano i navigatori a fermarsi. Lo stesso racconto narra di una profezia per la quale le sirene sarebbero morte se una nave fosse riuscita a sfuggirgliPseudo-Apollodoro. Epitome VII, 19-20. Traduzione di Maria Grazia Ciani in I miti greci Milano, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, 2008, p. 405.

Raffigurazione Seirênes (Σειρῆνες), nome plurale femminile nella antica lingua greca, nella sua forma maschile significa "vespe" o "api", è collegato quindi alla figura di Penfredo: una delle Graie, le "vergini simili a cigni".. I pittori vascolari rappresentavano le sirene anche come esseri maschili con la barba e sia se fossero di forme maschili o femminili, si può individuare la loro natura per il corpo che richiama sempre quello di un uccello (con le parti inferiori a volte a forma di uovo) con una testa umana, a volte con braccia e mammelle, quasi sempre con artigli ai piedi, artigli non aventi però la funzione del rapimento, funzione propria delle Arpie, in quanto, altra caratteristica loro fondante, le sirene sono strettamente collegate al mondo della musica, suonando la lira o il doppio flauto (aulos) e accompagnandosi con il cantoEuripide. Elena, 167-179. 2007, Mondadori, Milano. Traduzione di Filippo Maria Pontani, p. 485..

Nel primo periodo greco, le sirene erano raffigurate con il volto di donna e il corpo di uccello, ma dal periodo classico i Greci iniziarono sporadicamente a raffigurarle anche come fanciulle con la coda di pesce al posto delle gambe: Susan I. Rotroff e Arthur Waugh riportano di una ciotola di Megaride trovata nell'agorà di Atene nel 1947 e risalente al II secolo a.C. Su di essa è raffigurata la scena dell'incontro tra Ulisse e le sirene, ma queste ultime hanno inequivocabilmente la coda di pesce. Jane Ellen Harrison cita una lampada di Canterbury, sempre del II secolo: è conservata al Royal Museum della città di Kent e raffigura la celebre scena dellOdissea con una sirena dalla coda di pesce.

Il loro corpo per metà donna e metà uccello sarebbe frutto di un incantesimo vendicativo da parte di Afrodite disprezzata dalle vergini sirene per i suoi amoriScholia ad Od. XII,168.. Un'altra tradizione le vuole punite da Demetra per non aver impedito il ratto della figlia Persefone da parte di Ade mentre insieme coglievano dei fiori. Le vergini sirene chiesero agli dei, secondo Ovidio, di essere trasformate in uccelli per poter meglio cercare la perduta amica PersefoneOvidio. Metamorfosi V, 555-563. Traduzione di Guido Paduano, Milano, Mondadori, 2007, p. 225..

Le sirene sono anche onniscienti e in grado di placare i venti, forse con il loro cantoEsiodo. Frammento 69, cantando le melodie dell'AdeSofocle. Frammento 861..

Il rapporto tra le sirene e il mondo dell'Ade è presente anche in Euripide quando, nellElena, la protagonista invoca le "piumate vergini" affinché la consolino con la musica del flauto e della cetra. Questo canto è in relazione con il ruolo delle sirene nei culti funerari: esse stazionavano alle porte dell'Ade con il compito di consolare le anime dei defunti con il loro dolce canto e di accompagnarle negli inferi. Questo stretto collegamento con il mondo dei morti, testimoniato dalla ricorrente presenza delle loro immagini nel corredo delle tombe, fa supporre ad alcuni autori che le sirene fossero in origine degli uccelli in cui trovavano dimora le anime dei defuntiGeorge M. A. Hanfmann. Oxford Classical Dictionary 1970; trad. it Dizionario di antichità classiche. Cinisello Balsamo (Milano), San Paolo, 1995, pp. 1952-3.. Ciò senza contare il ruolo che gli uccelli avevano nell'antichità come tramite fra il mondo dei morti e quello dei vivi.

Esemplificativi di tale tradizione sono 2 askos del V sec. a.C. provenienti dalla chora meridionale di Kroton e dalle Murgie di Petelia da ambienti funerari; nell'askos di Petelia è raffigurata una sirena con il corpo di uccello e la testa di fanciulla, con le braccia distese con in mano un melograno ed un flauto di Pan (syrinx) a simboleggiare rispettivamente il legame l'oltretomba e lo strumento che la sirena usa per accompagnare il defunto, rappresentato come un giovane portato sulle spalle della sirena (si tratta del manico del vaso).

L'identificazione delle loro sedi, non determinata nei poemi omerici, fu stabilita successivamente nelle regioni prossime allo stretto di Messina, per via della creduta vicinanza di sede fra le Sirene e Scilla e Cariddi. Dunque, si riteneva che le Sirene abitassero presso l'Etna, Catania e Capo Posidonio, dov'era localizzato il culto della sirena Leucosia, Terina, dove si venerava sirena Ligea. Un noto centro del loro culto era anche il tempio delle Sirene, che era ubicato nella penisola di Sorrento, in correlazione probabilmente con le difficoltà della navigazione delle bocche di Capri: le vicine isolette erano denominate Sirene o Sirenuse, identificate con gli scogli detti li Galli. Strabone, in Gheographikà I,22, ci dice che i popoli marinari di Napoli, Sorrento, della Calabria e della Sicilia, le veneravano.

Vi sono due tradizioni apparentemente contraddittorie, quindi, su queste figure mitiche: una le vuole mortifere e dannose per gli uomini, mentre l'altra le indica come consolatrici per gli stessi rispetto al proprio destino e, soprattutto, alla morte. Da notare, tuttavia, che nel primo caso nulla indica una loro natura volutamente crudele, bensì è il loro destino e la loro funzione di cantatrici/incantatrici ad essere disastroso per gli uomini.

Nel V secolo d.C., le Argonautiche orfiche riassumono il mito arricchendolo di particolari: Minii e Aneo, volendo conoscere il canto delle sirene, dirigevano la nave verso il promontorio funesto. Orfeo intona allora un canto a Zeus, accompagnato dalla sua lira e mette così a tacere le sirene che si gettano dalla rocca nell'abisso del mare, mutando il loro corpo in pietraArgonautiche_orfiche 1265-90. Traduzione di Luciano_Migotto in Argonautiche orfiche. Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1994, pagg. 96-8.

I nomi delle sirene