Il discordo è un componimento metrico che risale alle origini della poesia italiana, erede del descort della lirica provenzale da cui mutua anche il nome.

Il discordo si diffuse in Italia nel Duecento tramite la Scuola siciliana con la caratteristica, per quanto concerne soprattutto la forma, di tratti astrofici, schema rimico alquanto variegato da strofa a strofa, versi preferibilmente brevi (con l'esclusione dell'endecasillabo), variabili numericamente da una strofa all'altra e nel numero delle sillabe.

Per quanto concerne il contenuto, il discordo poteva essere a tema: contrasto amoroso, contrasto tra il lamento d'amore e la piacevolezza della melodia, contrasto tra schema poetico e melodico e contrasto fra più lingue.

Il carattere fortemente cortese del "discordo" spiega la sua diffusione in ambito siciliano e il suo scarso successo postsiciliano nella rimanente penisola.

Tra i poeti del XIII secolo che hanno composto discordi troviamo: Bonifacio Calvi (discordo trilingue: provenzale, italiana e spagnola) Giovanni di Brienne (Donna, audite como) Iacopo da Lentini (Dal core mi vene ) Giacomino Pugliese (Donna per vostro amore) Federico I di Svevia (Plas mi cavalier frances, del 1160 ca; discordo bilingue: italiano e provenzale Dante Alighieri (Aï faux ris, pour quoi traï aves)

Esempi Donna, audite como, di Giovanni di Brienne, rappresenta la prima testimonianza di discordo in Italia (ca 1225).

Schema metrico: stanze num. versi schema rimico tipo di rima

I. (9) aad bbd ccd II. (14) ededededededed baciata III. (23) fgfgfgfffgfffgffgffgffg baciata IV. (22) hihihihihihihihihihihi baciata V. (7) jjjjjjj monorima VI. (6) gfgfgf baciata VII. (6) iikiik VIII. (6) hlhlhl baciata IX. (6) mmnoon Per quanto riguarda la loro lunghezza, i versi variano tout court dal quaternario all'ottonario.

Donna, audite como Donna, audite como mi tegno vostro omo e non d'altro segnore. La mia vita fina voi l'avete in dot[t]rina ed in vostro tenore. Oi chiarita spera! la vostra dolze ciera de l'altr[e] è genzore. Così similemente è lo vostro colore: color non vio sì gente né 'n tinta, né 'n fiore; ancor la fior sia aulente, voi avete il dolzore. Dolze tempo e gaudente inver[i] la pascore! ogn'om che ama altamente si de' aver bon core di cortese e valente e le[a]l servitore inver donna piagente, cui ama a tut[t]ore. Tut[t]ora de' guardare di fare fallanza ché non è da laudare chi non à leanza, e ben de' om guardare la sua [o]noranza. Certo be[n] mi pare che si facc[i]a blasmare chi si vuole orgogliare là ove non à possanza. E chi ben vuol fare, sì si de' umiliare inver sua donna amare e fare conosc[i]anza. Or venga a rid[d]are chi ci sa [ben] andare, e chi à intendanza si degia allegrare e gran gioia menare per [sua] fin[a] amanza; chi no lo sa fare, non si facc[i]a blasmare di trarersi a danza. Fino amor m'à comandato ch'io m'allegri tut[t]avia, faccia sì ch'io serva a grato a la dolze donna mia, quella c'amo più 'n celato che Tristano non facia Isotta, como cantato, ancor che li fosse zia. Lo re Marco era 'nganato perché 'n lui si confidia: ello n'era smisurato e Tristan se ne godia de lo bel viso rosato ch' Isaotta blond' avia: ancor che fosse pec[c]ato, altro far non ne potia, c'a la nave li fui dato onde ciò li dovenia. Nullo si facc[i]a mirato s'io languisco tut[t]avia, ch'io sono più 'namorato che null'altro omo che sia. Perla, fior de le contrate, che tut[t]e l'altre passate di belleze e di bontate, donzelle, or v'adornate, tut[t]e a madon[n]a andate e mercede le chiamate, che di me agia pietate; di que', ch'ell'à, rimembranza le degiate portare; già mai 'n altra ['n]tendanza non mi voglio penare, se no 'n lei per amanza, ché lo meglio mi pare. Dio mi lasci veder la dia ch'io serva a madonna mia a piacimento, ché io servire le vorrìa a la fiore di cortesìa e insegnamento. Meglio mi tegno per pagato di madonna, che s'io avessi lo contato di Bologna e la Marca e lo ducato di Guascogna. E le donne e le donzelle rendano le lor castelle senza tinere. Tosto tosto vada fore chi non ama di bon core a piacere

Aï faux ris, pour quoi traï aves

Nel discordo Aï faux ris, pour quoi traï aves, attribuito a Dante Alighieri, il testo poetico è intriso di francese (o provenzale secondo alcuni), toscano e latino. Aï faux ris, pour quoi traï aves oculos meos? Et quid tibi feci, che fatta m'hai così spietata fraude? Iam audi[vi]ssent verba mea Greci! E selonch autres dames vous saves che ‘ngannator non è degno di laude. Tu sai ben come gaude miserum eius cor qui prestolatur: je li sper anc, e pas de moi non cure. Ai Dieus, quante malure atque fortuna ruinosa datur a colui che, aspettando, il tempo perde, né già mai tocca di fioretto il verde! [...]

Plas mi cavalier frances Plas mi cavalier frances e la dama catalana e l'onrar del genoes e la cour de castellana, lo cantar provenzales e la danza trivisana e lo corps aragones e la perla iuliana, la mans e cera d'angles e lo donzel de Touscana.

Note

Bibliografia

Voci correlate Descort

Categoria:Metrica Categoria:Forme poetiche