LUnione Sportiva Livorno 1915 s.r.l., meglio nota come Livorno, è una società calcistica italiana con sede nella città di Livorno. Milita in Serie C, la terza divisione del campionato italiano di calcio.
Rifondata nel 2021 in continuità de facto con la tradizione sportiva iniziata nel 1915, ha disputato 29 stagioni al più alto livello del campionato italiano, 18 delle quali nella massima serie a girone unico. Dopo aver raggiunto la finalissima nazionale nella stagione 1919-1920, è stata una delle 18 squadre ammesse nel 1929 a disputare il primo campionato di A, dove vanta come miglior risultato il secondo posto conseguito nel 1942-1943. Nel suo palmarès annovera inoltre la vittoria di vari campionati e coppe minori nazionali, che gli è valsa la 26ª miglior tradizione sportiva in Italia, mentre in campo europeo vanta una partecipazione alla Coppa UEFA nell'annata 2006-2007.
Il Livorno occupa la 27ª posizione nella classifica perpetua della Serie A, nonché la 28ª nella classifica perpetua della Serie B.
Storia Anni 1910 La nascita
LUnione Sportiva Livorno nacque il 17 febbraio 1915 dalla fusione delle due preesistenti realtà calcistiche cittadine, la Virtus Juventusque e la SPES Livorno. L'accordo di unione, voluto dai dirigenti di SPES e Virtus, venne sottoscritto il 14 febbraio ma ufficializzato soltanto tre giorni dopo, poiché si temeva il malcontento dei tifosi delle due compagini, divisi da un forte antagonismo. Il cavaliere Arrigo Galeotti venne nominato primo presidente. Come colore sociale fu scelto l'amaranto, simbolo della città. Il primo terreno di gioco fu quello di Villa Chayes.
La finalissima nazionale Il Livorno ebbe il suo battesimo calcistico a livello nazionale nella stagione 1919-1920, quando sfiorò addirittura il titolo di campione d'Italia: trascinati dai gol del giovane Mario Magnozzi, gli amaranto vinsero infatti il campionato centro-sud battendo in finale la Fortitudo Roma per 3-2 e si qualificarono così alla finalissima contro l', vincitrice del campionato del nord, perdendo solo per 3-2 una partita disputata per la maggior parte in inferiorità numerica per un infortunio. Tale fu il giudizio de La Stampa sul Livorno: «L'Internazionale F.C. ha arrischiato di farsi mettere in iscacco dall'[...]audace squadra dell'U.S. Livorno, campioni di football dell'Italia centro-meridionale. L'U.S. Livorno dev'essere tornata piena di orgoglio ai propri lari. Cedere di misura ad una squadra come quella dei nero azzurri, per due goal contro tre, dopo di aver giuocato due terzi della partita con dieci uomini, può essere considerato dai livornesi come una mezza vittoria.
Essi dovettero il brillante risultato alla loro resistenza e ad una grande tenacia di tutti i loro elementi, sorretti da un meraviglioso entusiasmo». Per i toscani nel primo tempo della partita andò tutto storto: il Livorno non solo, secondo la cronaca de Il Telegrafo,Il telegrafo, 21 giugno 1920, archivio online. fallì un calcio di rigore sullo 0-0 (anche se la cronaca de La Stampa, meno dettagliata, non ne fa menzione), ma dovette giocare la maggior parte della partita in 10 uomini per colpa di un infortunio (allora non erano permesse le sostituzioni) che costrinse, al 29°, il terzino livornese Innocenti I a lasciare il campo anzi tempo; l'Inter approfittò dell'uomo in più e si portò sul tre a zero grazie a una doppietta di Agradi al 12° e al 34° e gol di Aebi al 44°. Nella ripresa tuttavia si ebbe il risveglio dei livornesi e i neroazzurri «devono subire una superiorità effettiva da parte di coloro i quali sono stati fino allora dominati»: addirittura la difesa dell'Inter «deve prodigarsi a tutt'uomo per evitare gravi sorprese» perché sfinita.
All'8º minuto della ripresa il giocatore neroazzurro Viganò si infortunò e, anche se riuscì a rientrare in campo, il suo rendimento ne risentì molto. I gol livornesi arrivarono nel finale: al 38º minuto, dopo una palla gol del Livorno sventata in corner da Francesconi, sul successivo calcio d'angolo, battuto da Corte, Magnozzi insaccò di testa, accorciando le distanze; quattro minuti dopo, approfittando di una mischia in area neroazzurra e di «un arresto insufficiente» del portiere neroazzurro, coperto dai compagni, il Livorno segnò di nuovo, portando il risultato sul 3-2 (si hanno discordanze sull'autore del gol: o autorete di Campelli o rete di Magnozzi). A questo punto il Livorno cercò di pareggiare, non riuscendoci anche perché ormai non mancavano che tre minuti alla fine della partita. L'Inter vinse così, anche se con più fatica del previsto, il suo secondo tricolore. Secondo il giudizio del quotidiano labronico Il Telegrafo, «i livornesi hanno giocato in dieci per quasi tutto il primo tempo e per tutta la ripresa; nell'insieme, come prova il numero dei corner, hanno dimostrato una certa superiorità in campo; e sono stati danneggiati, e non lievemente, dalla scarsa attenzione dell'arbitro. Egli ha concesso il terzo punto fatto in evidente posizione di off-side e non ha veduto i due falli di mano commessi dai terzini milanesi in area di rigore. I livornesi hanno perduto ma onorevolmente perduto». L'anno dopo il Livorno ci riprovò, ma questa volta si fermò in finale del campionato centro-sud, sconfitto dal .
Dagli anni 1920 ai 1940 Gli anni venti non trovarono più il Livorno all'altezza di simili exploit, anche se la squadra riuscì sempre a mantenersì al massimo livello nazionale, disputando prima i campionati di Prima Divisione e poi quelli di Divisione Nazionale; continuò invece a farsi notare Magnozzi, che si laureò capocannoniere di Prima divisione nella stagione 1924-1925 ed ottenne un posto in nazionale per poi passare al .
Ai nastri di partenza del campionato di Serie A 1929-30, il primo della storia a girone unico, l'unica squadra toscana fu il Livorno, che conquistò una meritata salvezza. Gli anni successivi videro gli amaranto fare la spola tra la A e la B, alternando salvezze con più o meno affanni a retrocessioni presto rimediate con la risalita. Durante quegli anni, a seguito di un crescente interesse che aveva reso angusto il campo di Villa Chayes, vide la luce il nuovo stadio, all'epoca intitolato ad Edda Ciano e successivamente al compianto Armando Picchi.
Il secondo posto nel 1942-1943
Nella stagione 1942-1943, dopo due sofferte salvezze consecutive, la squadra venne affidata a Ivo Fiorentini, ex tecnico dell'Ambrosiana. Sei vittorie consecutive iniziali, tra cui il successo per 2-1 sul campo del , promossero a seria candidata per lo scudetto il Livorno che all'ottava giornata, dopo la vittoria a Milano contro l'Ambrosiana, guidava la classifica con cinque punti di vantaggio sul Torino secondo. Superato un periodo di leggero calo, i toscani ottennero il titolo di campione d'inverno in coabitazione coi granata. Nel girone di ritorno gli amaranto proseguirono la propria marcia: a sette turni dal termine erano quattro i punti di vantaggio sulle inseguitrici.
Alla quart'ultima giornata però il Livorno venne sconfitto dalla e per la prima volta venne superato dal Torino. Il testa a testa proseguì fino all'ultima giornata, con i piemontesi avanti di un punto sui toscani. Il 25 aprile 1943, mentre gli amaranto si imposero in casa sul Milan, il Torino faticò sul campo del che lottava per non retrocedere; il gol di Valentino Mazzola a pochi minuti dal termine regalò vittoria e scudetto ai granata, mentre il Livorno chiuse il campionato al secondo posto con 43 punti, frutto di 18 vittorie, 7 pareggi e 5 sconfitte.
Questo l'undici di base della squadra che sfiorò l'impresa: Silingardi, Del Bianco, Lovagnini; Capaccioli, Traversa, Tori; Piana, Stua, Raccis, Zidarich, Degano. Capocannoniere della squadra fu Piana con 12 reti.
Dal dopoguerra agli anni 1960 In seguito alla sospensione dei campionati a causa della guerra, la vecchia U.S. Livorno sospese ogni attività mentre in città, dopo la liberazione del 1944, furono costituite due nuove società, l'U.S. Livorno 1944 (casacca amaranto) e la S.S. Pro Livorno (casacca bianco-verde). Nell'aprile 1945 l'U.S. Livorno venne assorbito dalla S.S. Pro Livorno, la quale mantenne la casacca bianco-verde limitandosi ad aggiungere uno scudetto amaranto al centro. I biancoverdi della S.S. Pro Livorno disputarono il campionato toscano di guerra eliminando gli amaranto dell'U.S. Livorno 1944 nelle finali provinciali ma perdendo la finalissima contro la Fiorentina. Nel frattempo la S.S. Pro Livorno aveva intavolato trattative di fusione con l'U.S. Livorno 1944 che entrarono presto nella fase conclusiva. Il 5 agosto 1945 fu stabilito che la nuova società avrebbe assunto la denominazione di U.S. Pro Livorno e avrebbe adottato le storiche casacche amaranto. Nel 1946 la società tornò ad assumere la storica denominazione U.S. Livorno.
La sospensione bellica aveva però spezzato l'incantesimo e alla ripresa dei campionati il Livorno si allontanò inesorabilmente dai vertici, fino alla retrocessione in B nella stagione 1948-49. Sarebbero passati 55 anni prima che gli amaranto facessero ritorno in Serie A.
Nel corso degli anni cinquanta con la maglia amaranto fece il suo esordio il livornese Armando Picchi, futuro capitano e bandiera della Grande Inter. Picchi rimase 5 campionati a Livorno, dal 1954 al 1959, disputando 105 partite, prima di passare alla SPAL e poi all'Inter.
Questo periodo vide il Livorno retrocedere addirittura in Serie C per ben due volte, fino ad un più stabile ritorno in B al termine della stagione 1963-64, con la squadra allenata da Guido Mazzetti e trascinata dai gol di Virgili (ex centravanti della ) e Mascalaito. Seguirono in serie cadetta vari campionati senza particolari sussulti, a parte quello del 1967-68, che passò alla storia per l'invasione di campo dei tifosi indispettiti dalle decisioni dell'arbitro Sbardella durante l'incontro casalingo contro il , episodio che costò non solo ben 5 giornate di squalifica del campo, ma anche una irrecuperabile flessione in classifica, dove fino a quel momento gli amaranto avevano occupato le prime posizioni.
Anni 1970 e 1980 Nella stagione 1971-72 il Livorno retrocesse di nuovo in serie C, ed entrò in una grave crisi finanziaria (culminata nel fallimento) che venne risolta con l'acquisizione della società da parte del petroliere Corasco Martelli, la cui presidenza segnò la storia del calcio labronico per un decennio. Fu comunque un periodo piuttosto avaro di soddisfazioni, con il Livorno che non riuscì a schiodarsi dalla serie C, nonostante potesse disporre prima di uno degli attaccanti più prolifici della sua storia, Bruno Graziani, e poi di uno dei più amati, Miguel Vitulano; da ricordare le stagioni 1978-79, con un giovane Stefano Tacconi tra i pali ed una storica vittoria nel derby a Pisa con gol di Vitulano, e quella successiva, in cui il Livorno, guidato da Tarcisio Burgnich, mise in mostra una difesa granitica e sfiorò la promozione, giungendo terzo alle spalle di e .
Nel 1982 si concluse l'era Martelli e nel 1983 la squadra retrocesse addirittura in Serie C2, per poi risalire immediatamente l'anno successivo quando, guidata da Renzo Melani, stravinse il campionato senza mai perdere e con sole 7 reti al passivo. Tra il 1985 e il 1988 indossò la maglia amaranto il giovane attaccante Igor Protti, destinato, in futuro, a scrivere pagine indelebili nella storia della società livornese. Furono però ancora anni bui, se si esclude il memorabile successo in Coppa Italia di Serie C nella stagione 1986-87, con il Livorno che, nella finale di ritorno tra le mura amiche col , ribaltò lo 0-1 subito all'andata grazie ad un rotondo 3-0 (a segno Casilli, Susi e D'Agostino). Si trattò di un episodio isolato, tanto che nel 1988 la società venne posta in liquidazione e assume il nome di Pro Livorno. Nel campionato 1988-89 il Livorno sprofondò nuovamente in C2 al termine di un'annata disastrosa.
Anni 1990: fallimento e rinascita