Le fontane di RomaTutte le notizie sono tratte dai volumi riportati in “Bibliografia” e, per quelle non presenti nei testi, dai siti web riportati nella sezione "Collegamenti esterni": in particolare si sono seguite le informazioni contenute in e , integrate ed emendate, ove necessario, con quelle degli altri siti citati. dimostrano come i romani abbiano sempre avuto una gran passione per le acque pubbliche, dagli acquedotti alle terme e come, dopo i secoli della decadenza, tale passione si sia esternata nella costruzione delle numerose fontane (oltre ) che ancora oggi ornano vie e piazze romane. I problemi di igiene, poi, non sembravano preoccupare nessuno, se l'acqua del fiume (decantata in apposite cisterne) era considerata talmente buona che i papi se la portavano anche in viaggio.

Origini ed evoluzione delle fontane a Roma Le fontane sono state, per i romani, quasi una naturale conseguenza della conformazione geologica del terreno su cui la città era stata edificata: il suolo vulcanico sui colli e alluvionale in pianura (del tutto permeabile) sovrapposto a uno strato argilloso (impermeabile) faceva sì che le numerose vene d'acqua naturali di cui la zona era ricca scorressero a una profondità minima, producendo, quando non riuscivano a confluire nel Tevere, numerose sorgenti spontanee sparse qua e là ai piedi o a mezza costa dei colli, con conseguenti rivoli d'acqua. Quasi tutte definitivamente scomparse nel tempo, su quelle sorgenti oggi è possibile solo ricavare poche notizie dalle testimonianze dell'epoca, che tra l'altro consentono una localizzazione, peraltro approssimativa, di non più di una decina di esse. Alcune di queste vene sono tuttora vive sotto le case di Trevi e Campo Marzio.

Come per tutti i popoli antichi, anche per i Romani l'acqua era considerata un dono degli dei, e quindi sacra. Alla responsabilità delle sorgenti era dunque preposto un dio, Fons, il cui tempio venne eretto nel 221 a.C. ai piedi del Campidoglio, nell'area dell'attuale Vittoriano, nei pressi della porta chiamata appunto Fontinalis. Ogni fonte aveva poi un “personale” nume tutelare, di solito una ninfa, come la nota Egeria, una delle quattro protettrici della fonte delle Camene, secondo la leggenda amante, ispiratrice e poi moglie del re Numa Pompilio.

Le fontane vere e proprie, ancora chiamate “fontes”, ebbero origine quando, per l'esigenza di raccogliere quelle acque sorgive, furono attivati i primi interventi di incanalamento, drenaggio e parziale immagazzinamento delle acque.

Le prime soluzioni erano ovviamente di tipo utilitaristico e funzionale alle necessità degli abitanti e all'abbeveraggio degli animali. Si trattava di vasche generalmente quadrangolari in muratura o pietra impermeabilizzata, all'interno delle quali da un pilastrino contenente un cannello (magari con un elemento decorativo) sgorgava l'acqua; oppure erano piccoli ambienti coperti a volta e aperti su un solo lato per l'utilizzazione: abbeveratoi, più che vere fontane. Solo in un secondo momento, ma abbastanza presto, si aggiunsero motivi estetici, di prestigio e visibilità, con la realizzazione di ornamenti architettonici e/o scultorei. L'utilizzazione, in questa fase, di vasche e bacini insieme con i condotti, portò oltre a una nuova definizione della fontana, (il “lacus”), anche all'affrancamento della fontana stessa, che non doveva quindi più essere condizionata dalla posizione della sorgente. Un ulteriore passo avanti in questo senso, anche se con una diffusione inizialmente limitata, avvenne con la costruzione degli acquedotti, che consentivano la creazione di fontane anche prescindendo dall'esistenza di sorgenti che le alimentassero. Le fontane subirono dunque un processo di “monumentalizzazione” (ovviamente rimanevano in vita e continuavano a essere realizzate anche quelle “minori”): i piccoli ambienti a volta vennero ampliati, alle pareti laterali vennero aggiunte nicchie e magari un'abside in fondo, che potevano ospitare statue ed elementi decorativi; nacquero i modelli “a saliente” (che ebbero grande fortuna e sviluppo almeno fino al XVII secolo): una vasca circolare, possibilmente monolitica, contenente un elemento verticale che sorreggeva un'altra vasca più piccola dalla quale, con o senza zampillo, fuoriusciva l'acqua spinta a pressione che precipitava nella vasca sottostante. Molto apprezzati e scenografici erano anche i modelli “a emiciclo”, in cui l'esedra, chiusa o a cielo aperto, conteneva una vasca circolare o ellittica, che poteva anche essere circondata da nicchie e magari dotata di una serie di gradini concentrici o a parete da cui l'acqua scendeva “a cascata”.

Un particolare tipo di fontana, realizzata però senza uno specifico modello che la caratterizzasse, era la “mostra” terminale degli acquedotti: si trattava di fontane poste al termine del condotto principale o in corrispondenza dell'inizio delle diramazioni secondarie o del “castello” di distribuzione.

Le citazioni dell'epoca fanno intendere diverse altre varianti e modelli, dalle fontane “a facciata”, addossate a pareti e sviluppate nel senso della larghezza, fino ad arrivare, nel III secolo d.C., a una sorta di veri edifici con apposite, specifiche caratteristiche architettoniche che li rendevano utilizzabili anche come luoghi di ritrovo e di soggiorno, adatti per feste e riunioni in ambienti freschi e ombrosi: i “nymphaea”, il cui intento era di richiamare, con un ritorno alle origini, le grotte e i boschi abitati dalle “ninfe”. Dei 15 ninfei esistenti a Roma nel IV secolo, solo di 4 si conosce il nome: “Nymphaeum Iovis”, “Nymphaea tria”, “Nymphaeum Flavi Philippi” e “Nymphaeum divi Alexandri”, l'unico del quale si conosce anche con esattezza la dislocazione, in quanto è stato identificato con i ruderi presenti in Piazza Vittorio e noti come “Trofei di Mario”.

I ninfei rappresentarono il punto più alto dell'evoluzione delle fontane, ma occorre ricordare che una buona parte delle fontane esistenti in città (in aggiunta ai numeri citati) era a uso privato. La grande disponibilità di acque consentiva infatti la distribuzione idrica sia nelle case e ville private, dove all'aspetto utilitaristico si aggiungeva quello ornamentale, con fontane che quindi richiamavano, in parte, le caratteristiche illustrate, sia in molte insulae popolari, in cui una “fontanella” dislocata generalmente nel cortile del fabbricato serviva per il rifornimento d'acqua di tutto il “condominio”.

Grazie all'apporto degli acquedotti, la disponibilità di acqua in Roma divenne tale che a metà del IV secolo i Cataloghi regionari dell'epoca censivano dalle 1.204 alle 1.352 (secondo la versione) fontane pubbliche (dalle “fontanelle” di strada a quelle monumentali), senza contare dunque quelle, numerosissime, presenti nelle case private e i 15 ninfei, le piscine e le terme, che costituivano categorie a parte.

La gestione delle acque nell'antica Roma Fino all'epoca imperiale, competente per la cura aquarum (acquedotti, fontane, terme, ecc.) era il censore, cioè il magistrato responsabile delle opere pubbliche, affiancato di solito da un edile curule che era invece responsabile, più genericamente, del demanio, e dai questori, che curavano l'aspetto economico, dal finanziamento per la realizzazione dell'opera (quando, ovviamente, si trattava di un'opera pubblica) alle spese di manutenzione e di retribuzione delle maestranze.

Dopo un periodo, dal 33 al 12 a.C., in cui Agrippa, con il consenso di Augusto, monopolizzò il controllo di tutto l'apparato idrico della città, alla sua morte la gestione passò nelle mani dell'imperatore, che la affidò a un'équipe di tre senatori che poi trasformò in un vero e proprio ufficio, in cui uno dei tre, di livello consolare, assumeva la carica di curator aquarum.

Il rango di questo funzionario era tale da consentirgli il controllo assoluto della gestione delle risorse idriche cittadine: manutenzione degli impianti, interventi, regolarità e distribuzione del flusso. Alle sue dipendenze aveva un organico molto ampio, composto da tecnici, architetti e ingegneri, da amministrativi e dai 240 schiavi di Agrippa, che Augusto trasformò in “schiavi pubblici”, mantenuti dallo Stato, con mansioni varie, a cui se ne aggiunsero, all'epoca di Claudio, altri 460 mantenuti direttamente dalle finanze imperiali. Un tale impegno di risorse umane era ovviamente giustificato non tanto dalla gestione delle fontane, quanto piuttosto da quella, molto più impegnativa, degli acquedotti.

La magistratura rimase in vigore per oltre tre secoli, finché, prima con Diocleziano e poi con i suoi successori, il controllo dell'approvvigionamento idrico venne affidato al preafectus urbi.

Le fontane antiche Diversamente da quanto accade per molti altri monumenti di Roma antica, in cui i resti archeologici e le fonti consentono identificazioni certe, le conoscenze riguardo alle fontane sono di tre tipi: a) coincidenza di reperti archeologici e citazioni dell'epoca; b) monumenti noti solo grazie alle citazioni ma di cui non si conosce la localizzazione o non si sono trovati resti; c) reperti archeologici ai quali non è possibile attribuire alcuna citazione che consenta un'identificazione certa.

Tipologia a) coincidenza di reperti archeologici e citazioni delle fonti dell'epoca:

“Fontana del Ludus Magnus”: è una piccola fontana triangolare, posta in corrispondenza della curva nord-occidentale del “Ludus Magnus”, il piccolo anfiteatro per le esercitazioni dei gladiatori fatto costruire da Domiziano nei pressi del Colosseo. È l'unica rimasta delle probabili quattro esistenti intorno alla struttura, ed è testimoniata in un frammento della ”Forma Urbis Severiana”, la pianta marmorea della città risalente al III secolo;

“Fons (Lacus) Iuturnae”: la “Fontana di Giuturna”, dedicata alla sorella di Turno, re dei Rutuli, venne edificata dopo il 168 a.C. forse da Lucio Emilio Paolo Macedonico sfruttando direttamente l'alimentazione fornita da un'acqua che sgorgava alla base del lato nord del Palatino. Era una grande vasca quadrata con una più piccola, rettangolare, al centro;

“Meta Sudans”: nei pressi dell'Arco di Costantino, tra il Celio e il Palatino, nel punto in cui il corteo trionfale svoltava per imboccare la Via Sacra. Costruita da Domiziano verso la fine del I secolo, forse su una fontana preesistente, venne distrutta nel 1936 per i problemi viari connessi con l'apertura di via dell'Impero (un disco in pietra ne segna oggi la posizione). Attualmente sono visibili solo alcuni resti delle fondazioni, riesumati tra il 1981 e il 1989. Si trattava di una struttura conica (somigliante alle “metae” poste alle estremità della pista dei circhi) da cui l'acqua, anziché zampillare, stillava direttamente dalla pietra porosa, come se questa “sudasse”;

”Nymphaeum Divi Alexandri”: costruito dall'imperatore Alessandro Severo entro il 226, i resti sono ancora visibili nell'angolo nord-occidentale dei giardini dell'attuale Piazza Vittorio . Concepita come “mostra” di una diramazione secondaria dell'acquedotto Claudio e Anio novus, era una struttura di 20 m di altezza (su tre piani) per 25 di larghezza e 15 di profondità. Papa Sisto V, nel 1589, provvide ad asportare cospicue parti del monumento per la realizzazione di altre opere;

”Ninfeo dei Licinii”: erroneamente noto come “Tempio di Minerva Medica”, è un ambiente circolare, risalente al IV secolo, coperto da una cupola, con una vasca centrale in cui l'acqua zampillava da varie statue circostanti. Era inserito negli “Horti Liciniani”, la villa che la Gens Licinia possedeva nell'area tra Porta Maggiore e l'attuale sede ferroviaria della stazione Termini;