Le storie di fantasmi, i racconti di personaggi fantastici fatti di misteri e di segreti trovano in Lunigiana un vasto numero di leggende che sono state tramandate di generazione in generazione. La sera le famiglie si riunivano attorno al focolare e le persone più anziane raccontavano ai più piccoli storie di folletti, lupi mannari e streghe che praticavano la magia. Queste ragazze, ritenute streghe perché avevano scoperto i poteri curativi delle erbe, venivano processate e arse vive nelle piazze dei paesi della Lunigiana. Ancora oggi si possono trovare testimonianze di queste storie e leggende che vengono riportate dalle persone più anziane, com'è il caso di "Divina", una signora abitante a Villafranca in Lunigiana che viene chiamata "la fatina". La madre prima di morire le lasciò in eredità delle formule segrete, delle preghiere particolari e dei riti strani, per curare alcune malattie, come la crosta lattea dei bambini, il fuoco di Sant'Antonio, il raffreddore.
La magia in Lunigiana Studiosi contemporanei, tra cui R. Boggi e C. Gabrielli Rosi hanno notato quanto radicate e diffuse siano le credenze magiche in Lunigiana e quanto spazio occupino nelle tradizioni e nelle leggende popolari., 2003. Numerosi sono i luoghi che l'immaginario popolare vuole frequentati da presenze soprannaturali e inquietanti, come "la buca del diavolo", "la tana delle fate", "la grotta delle streghe", "la pianta dei fantasmi", ecc. Vi sono zone in cui gli abitanti sono guardati in malo modo da quelli dei paesi vicini e considerati dotati di qualità fuori del comune o di poteri magici.
In particolar modo, ritroviamo leggende che si raccontano in vari paesi della Lunigiana di defunti che si trasformano in spiriti e tornano a visitare i luoghi dove hanno trascorso la loro vita, alcune macabre e terrificanti, altre poetiche e malinconiche., 2003. Assai diffusa è per esempio la leggenda delle feste da ballo dei morti, racconti di processioni di fantasmi, di streghe, di riunioni di morti che si danno appuntamento in determinati luoghi. Queste leggende nella provincia di Massa Carrara, vengono chiamate menade, mentre nella provincia della Spezia, vengono chiamate m'na.
Invece le andade, erano processioni notturne di streghe o di morti che ritornavano. In qualche caso apparivano formate da monaci che avanzavano a due a due, in qualche altro caso da incappucciati e a volte da fantasmi simili ai vivi. Tutti portavano un cero acceso in mano e l'ultimo della fila porgeva il suo lume a chi si trovasse per caso a far da spettatore. Sia le andade che le menade erano temute e considerate segnali di sventura.
La via del vecchio fosso di Villafranca in Lunigiana
Un racconto popolare tratto dal Cantastorie Apuano In Lunigiana vi sono molti posti densi di mistero e di ancestrali paure, antichi borghi in pietra, chiese abbandonate e boschi lugubri, luoghi che conservano memorie e ricordi del passato che fanno accapponare la pelle. Una di queste storie è ambientata nella cosiddetta via del Fosso, ora piccola via laterale del borgo di Villafranca, ma anticamente fogna a cielo aperto del villaggio, dove spesso, assieme ai rifiuti, si nascondevano anche corpi di nemici, tragedie familiari e traffici illeciti. Gli anziani, seduti sugli antichi scranni vicino al focolare, fumando le vetuste pipe, narrano che se dopo mezzanotte devi uscire, assicurati che sia una vera emergenza; se sì, prendi con te il lume, legati alla cintola un coltello, non portare con te valori né in oro né in argento, non parlare con nessuno che incontri per strada, vai sempre dritto nel tuo percorso evitando il fosso. Se un giorno, per sbaglio, non seguirai queste istruzioni e per fretta o per pigrizia passerai accanto al fosso vedrai sicuramente sagome nere che ti sovrasteranno, come avvolte in neri mantelli, che brandiscono i coltelli più grandi che hai mai visto; sentirai grida femminili che ti geleranno il sangue, e se questo non basta per farti morire di spavento, non guardare per terra, perché spesso vi sono pozze di sangue dall’odore nauseabondo. Evitate quel posto, se potete. Credete agli anziani custodi delle tradizioni che hanno visto questi fenomeni, tramandati per generazioni. Si narra che nel Medioevo nei pressi del vecchio fosso, luogo maleodorante essendo una fogna, vi si riunivano sette che praticavano sacrifici umani, e che spesso facessero sparire giovinette vergini e bambini. Inoltre anticamente in quella località c’era anche una strega, che non era come le streghe delle favole o dei racconti; era una donna, in là con gli anni, che praticava alcune arti proibite della medicina, tra cui l’aborto forzato, che spesso portava alla morte tra urla inumane le donne e i bambini innocenti. Spesso le piccole faide di famiglia si macchiavano di sangue; le vittime venivano gettate dalle finestre nei liquami maleodoranti del fosso, destinate a diventare nutrimento di topi, mosche e scarafaggi. Si narra, inoltre, che tanti anni fa un giovane del paese che non credeva per nulla ai racconti popolari, malgrado le ammonizioni materne, decise di avventurarsi in quel posto assieme a un amico. I due ragazzini, che avevano tra gli undici e i dodici anni, decisero di partire all’insaputa delle famiglie. Stabilirono un punto d’incontro alla porta sottana, che si trovava alla fine del borgo; da lì, proseguirono per il fosso. Il primo ammoniva il secondo dicendo: <<I nostri vecchi raccontano solo delle sciocchezze dovute alla superstizione e all’ignoranza. Chissà cosa si nasconde nel fosso. Vuoi vedere che ci sono anche delle prostitute?>> <<Mah, se lo dici tu ci credo. Del resto, i miei genitori si spaventano praticamente di ogni rumore o sibilo nella notte; hanno la testa talmente piena di questi racconti che ascoltavano sin da bambini che faticano a distinguere la realtà dalla fantasia.>> Proseguivano a passi lenti, tenendo tra le mani la lanterna; arrivati all’imboccatura del fosso, sentirono una brezza gelida che li fece indietreggiare. Ma i due, raccolto un po’ di coraggio, proseguirono per la loro strada. A terra c’erano liquami. Videro, all’altezza della bottega del marmista, una grande pozza di sangue; il secondo giovane disse: <<Torniamo a casa, abbiamo visto anche troppo.>> Il primo, spavaldo, disse: <<Dai, sicuramente avranno ucciso o un maiale o un cinghialetto; avranno lasciato il sangue a scolare, ed ecco risolto il mistero della pozza.>> E scoppiò in una risata forzata. In quel mentre, come in un turbinio di vento, videro sulle pareti delle ombre di non meno di trenta uomini, con lunghi cappucci neri, che brandivano lame affilate come rasoi. I due furono presi da un tale spavento che cominciarono a gridare invocando l’aiuto di Santi. Si misero a correre e nella foga ruppero la lanterna che si spense; quindi si trovarono ad avanzare alla cieca, quando videro una donna anziana che disse loro: <<Vi siete perdute, care creature? Venite dalla nonna, dai.>> Ma i giovani sbirciarono dalla porta aperta dietro la vecchia e videro un lettino insanguinato dal quale pendevano delle corde. I due, col cuore in gola, corsero, corsero nel buio più totale, andando a sbattere contro le pareti. Arrivati all’uscita del fosso si accorsero di avere i vestiti sporchi di sangue, le braccia ferite e le ginocchia escoriate sotto i pantaloni corti. Nella piazza videro la luce di altre lanterne; si avvicinarono e videro i rispettivi genitori, in camicia da notte e vestaglia. Gli uomini indossavano ancora il berretto da notte e le donne la cuffia; tutti e quattro avevano un’aria preoccupata e innervosita. Abbracciarono i ragazzi dopo averli sculacciati. I due non dimenticarono mai gli avvenimenti di quella notte di paura; vissero nel borgo fino a un’età avanzata, senza mai uscire di sera, se non in caso di assoluta emergenza, evitando il fosso sia nel senso fisico, sia nel senso più strettamente morale, rifuggendo rivalse e qualunque altro genere di nefandezze. Tuttora, anche se sono passati tanti anni e il fosso non è più una fogna ma una strada bonificata, conserva immutata quell’aura di fascino e di mistero che solo le nostre leggende tramandate per secoli sanno donare.
La leggenda del lupo mannaro La leggenda del lupo mannaro nacque e si diffuse nel territorio di Pontremoli, è considerata l'unica leggenda autoctona, poiché molte altre le ritroviamo un po' ovunque in altre zone. Di essa abbiamo la versione in versi dialettali di Luigi Poletti, che apparve nel 1906 sulle pagine del periodico Apua giovane. Si narra che il borgo del Piagnaro, sia abitato ancora oggi da un lupo mannaro (licantropo), che abita il castello del paese. Nelle notti di luna piena, il licantropo, emette il suo lacerante ululato e comincia a girovagare per gli stretti vicoli del paese per spaventare gli abitanti del posto. Ad accompagnarlo nelle sue notti, un gruppo di cani randagi che lo seguono come se fosse il suo capo-branco.
I luoghi più bui e disabitati lo attirano e cerca di entrare nelle case salendo le scale. Per fortuna, egli non è in grado di salire più di tre gradini, perciò dopo qualche tentativo è costretto a rinunciare emettendo orribili ululati. L'effetto della sua mutazione dura dalla mezzanotte alle tre del mattino. Il suo più grande nemico, è il gallo, perché con il suo "chicchirichi", annuncia l'arrivo del giorno. La leggenda dice che le notti più propense alla metamorfosi, sono quelle umide e buie.
Le madri mettono in guardia i propri figli e raccomandano loro di non uscire per il paese la sera quando c'è la luna piena, ma di starsene in casa e sprangare bene la porta. Se qualcuno lo dovesse incontrare per le stradine del borgo, per salvarsi, basta che salga tre scalini per considerarsi fuori pericolo e poi non deve assolutamente guardarlo negli occhi, altrimenti morirebbe immediatamente di paura. Secondo la tradizione, per guarire qualcuno che è affetto da licantropia, l'unico rimedio efficace è quello di forargli una mano con una lesina da calzolaio.
Il fantasma della marchesa di Fosdinovo La storia più famosa che si racconta in Lunigiana è quella del castello di Fosdinovo che ha come protagonista la marchesina Bianca Maria Aloisia Malaspina, figlia di Giacomo Malaspina, la casata proprietaria del maniero che governava la regione e di Olivia Grimaldi. La marchesina si era innamorata di un giovane stalliere dai modi gentili, che ella spesso aveva occasione di incontrare nella corte e nelle scuderie del castello. Il giovane non era indifferente al fascino della fanciulla, le regalava ogni giorno mazzi di fiori e insieme si giurarono eterno amore. Si incontravano di nascosto anche grazie alla balia della ragazza, a cui lei le aveva confidato tutto l'amore che provava per il giovane stalliere.
Tutto ciò non era molto gradito dai genitori, contrari a quell'amore che avrebbe infamato l'intera famiglia. I due innamorati sapendo di vivere un amore in contrasto con le scelte del tempo, decisero di fuggire insieme non appena la fanciulla avesse compiuto i sedici anni. La festa del compleanno della ragazzina animò tutto il paese e tutti accorsero per vedere la sua bellezza. Tra tutti gli invitati, ella attirò particolarmente l'attenzione di un giovane, figlio di un duca della Pianura Padana, ma la marchesina aveva nel cuore solo il giovane stalliere. Purtroppo, qualcuno, forse un servitore, tradì i due giovani e quando il padre poi venne a sapere le intenzioni della figlia, minacciò di rinchiuderla a pane ed acqua nelle segrete del castello.