Colombaro (Culumbér in dialetto brescianoComune di Corte Franca - Statuto.) è una delle frazioni che compongono il comune italiano di Corte Franca.
Costituì un comune autonomo fino al 1928, quando venne unito ai comuni di Borgonato, Nigoline e Timoline, a formare il comune sparso di Corte FrancaRegio Decreto 14 luglio 1928, n. 1837..
Geografia fisica Colombaro è la frazione di Corte Franca più vicina al Monte Alto. Le pendici del monte sono solcate da quattro piccole valli, percorse da torrenti. Da sud a nord si trovano la Valle di San Michele, la Valle del Forno, la valle di Boccanigo (o Boccaglio) e la Valle di Santa Maria. Le acque delle prime due valli (San Michele e del Forno) si raccolgono nella zona delle Pissine (più o meno nella zona a sud di Via S.Afra e a est della strada per Nigoline), mentre anticamente alimentavano un fiume che scorreva al posto dell'attuale via S.Afra. Le altre due valli (Boccanigo e Santa Maria) si scaricano nelle polle, in zona Formaci. Tutti i torrenti oggi sono stati intubati, con i relativi rischi nel caso di piogge abbondanti.
Storia In un documento del 1158 si cita un Monasterolo (piccolo monastero) situo in un località denominata "Columbarii" (più avanti nel testo "Columbario" ) il quale era alle dipendenze del monastero di San Pietro in Monte Ursino di Serle, il quale ne godeva di proprietà e diritti (la proprietà passò probabilmente poi al monastero di Leno). Si presuppone che questo citato Monasterolo sia un edificio ecclesiastico ubicato in località Zenighe in tale periodo storico. Nel documento la località è citata insieme ad altri paesi della zona (Timoline e Clusane). Alcuni storici sono incerti riguardo alla correttezza di questo riferimento, in quanto, in un altro documento del 22 ottobre 1175 (proveniente dalla medesima fonte), si riporta una lite del monastero di Serle con quelli di Colombaro, riferendosi però ad una località presso Marguzzo frazione di Nuvolento. L'antica chiesa di Santa Maria del Monasterolo o di Zenighe apparteneva comunque già alla pieve di Iseo intorno al VIII o IX secolo.Archivi Vaticani, Fondo veneto, Vol I, N° 2657 e 2679
I primi riferimenti certi al paese di Colombaro si rintracciano nei documenti della mensa vescovile. In due atti, uno del 1274 (registro N°2 f. 28. r.) l'altro del 1295 (registro N° 3 a f. 48 v.) si dice "Ecclesia de Columbario XX soldos imperiales pro decima novalium de Cluzanis", vale a dire che il paese e la sua Chiesa dovevano pagare 20 soldi imperiali per la decima delle terre bonificate di Clusane.
L'origine del toponimo è ignota. Molto probabilmente deriva dalla presenza in queste zone di una torre colombaia, alcuni autori sospettano l'edificio situo in Loc. Cashulìne. Si segnala, comunque, che il termine Columbarium in Latino si riferisce anche (data la similitudine delle nicchie presenti nelle murature) alla costruzione funebre dedita al deposito delle ceneri e più tardo dei corpi dei defunti, il Colombario.
Nel 1366 la chiesa di Colombaro viene tassata da Bernabò Visconti per 1 lira e 12 soldi.Tracce successive della località le si riscontrano nei benefici delle varie giurisdizioni ecclesiastiche che sono succedute nella zona, riferendosi alla "parochialem S. Marie de Columbario". Nel 1400 ecclesiasticamente il paese era soggetto a Iseo. Tra il XVII e il XVII secolo la parrocchia di Colombaro apparteneva alla vicaria di Adro. Divenne vicaria autonoma con le parrocchie di Clusane, Nigoline e Timoline al inizio del XIX secolo, per poi essere incorporata nuovamente in quella di Iseo.
Il catasto Napoleonico mostra il paese diviso in due parti: il cortivo del castello era l'unico nucleo compatto, mentre il resto del paese presentava un'urbanizzazione solo lungo le vie.
Castello (Curtif) Dell'insieme di case che formavano il piccolo “castrum” (castello) rimangono ancora oggi alcuni inequivocabili segni della sua esistenza (muri a vista di medolo squadrato, finestre con strombatura, una casa con base circolare e un'altra di forma trapezoidale, la torre che si trova sul lato nord della valletta...)
Non è stato possibile sapere con precisione a quando risalga l'edificazione del castello, ma di certo si sa che: nel 1609, nel suo “catastico”, Giovanni Da Lezze scrive di un « [...] castello in monte circondato da mure, senza fosse, dirocato et hinabitabile», non è certo se si riferisse al Curtif, alla Rocca in loc. San Michele o al castello di Nigoline; buona parte dei fabbricati situati intorno alla “piazzetta col pozzo” (che è un po' il cuore di questo abitato) sono databili intorno al '300-'400; le mappe napoleoniche (1810 circa) denominano Cortivo l'area compresa tra Via Castello, Via Nazario Sauro, Vicolo del Corbello, strada vicinale della Santella e la Valle del Troso. Un Cortivo (Curtif in dialetto bresciano) è una zona chiusa fortificata che comprendeva una torre, un edificio fortificato e edifici agricoli (stalle, granai, …) Il castello non aveva una vera e propria cinta fortificata, ma era un insieme di vari cortivi chiusi delimitati da un torrente a nord (che scorreva al posto dell'attuale via Castello, è lo stesso che continuava nell'attuale via S.Afra) e allineati a sud. All'incrocio della strada per Nigoline (l'attuale via Nazario Sauro) con via Castello è ancora visibile una feritoia archibugiera, alta e strettissima, tranne in un punto che serviva per far passare l'archibugio.
Le stradine secondarie interne, con andamento prevalente nord-sud sono strettissime e conservano tracce dei portali in pietra che le chiudevano.
La parte alta del castello è stata stravolta da interventi recenti. Nella piazzetta c'era un pozzo usato per attingere acqua, che negli anni '20 o '30 del XX secolo ha causato un'epidemia di febbre tifoide con alcuni morti. Per scongiurare altri futuri problemi, il pozzo è stato chiuso e al suo posto è stata costruita una santella dedicata a S.Anna per proteggersi dalle malattie.
Il lato nord della piazzetta è occupato da un edificio massiccio, originariamente senza aperture (quelle attuali sono posteriori), con intonaci del '300. Faceva parte di un antico cortivo. La torre originariamente era più alta di quanto non lo sia oggi: lo si deduce perché l'attuale falda del tetto taglia a metà un'antica feritoia ormai chiusa).
La parte bassa del castello (con edifici del '300) si sviluppa intorno a Palazzo Barboglio.
La torre e la rocca I resti del basamento della torre sono poco più in alto della chiesa di San Michele, completamente sommersi dalla vegetazione. Nella Valle del forno sottostante si trova un troncone della torre, scivolato a valle al momento del crollo, lungo circa 7 metri, con muri spessi circa 270 centimetri. Esso è adagiato in posizione orizzontale. La torre è stata demolita nel 1457 probabilmente quando Venezia ordina la distruzione di tutte le torri presenti sul territorio per evitare che potessero essere usate da banditi.Per abbattere le torri, si scavava sotto un angolo o si toglievano le pietre del basamento, mentre la torre era retta da una serie di puntelli di legno. Quando il lavoro era completato, si dava fuoco ai puntelli e la torre crollava.
Alcuni storici sospettano che nei pressi della torre (probabilmente sopra il versante nord-ovest della valle del forno) fosse ubicata una rocca. Infatti in un documento del 1266, Dalfino de Uguzzonibus di Iseo racconta avvenimenti successi nel 1240, quando aveva grandi possedimenti a Colombaro. A Adro si erano asserragliati i Malesardi (ghibellini) che facevano scorrerie a danno dei guelfi dei paesi limitrofi, tra cui Colombaro. La popolazione fu costretta a rifugiarsi nella rocca. Dalfino è costretto alla fuga e all'esilio in Val Camonica. Quando Brescia diventa guelfa, Dalfino si fa aventi per chiedere la restituzione delle sue proprietà. Non è dato di sapere se la richiesta sia stata accolta. Non è nemmeno certa l'identificazione e l'ubicazione certa di questa rocca, se fosse nei pressi della torre o in tutt'altra zona. Essa potrebbe essere il castello diroccato sul monte citato da Da Lezze nel suo "catastico".
Il documento riportante la storia di Dalfino è importante per un altro motivo: si tratta del documento più antico che riporta il nome Franza Curta. Fino al suo ritrovamento, la citazione più antica era quella degli Statuti del Comune di Brescia del 1277.
Monumenti e luoghi d'interesse
Architetture religiose Colombaro storicamente ha avuto sette chiese (a cui oggi si aggiunge la moderna chiesa di S.Rita), la maggior parte delle quali allineate sull'antico percorso Clusane - Zuccone - Zenighe - Colombaro - Nigoline - S.Eufemia - Valle di Favento - Adro. Si tratta di un percorso non documentato negli scritti conosciuti, ma ricostruito proprio in base agli edifici e ai ritrovamenti.
Chiesa di San Faustino Chiesa dedicata a San Faustino (San Faüstì in bresciano), sorgeva più o meno dove oggi c'è il parcheggio del cimitero, leggermente ad est dell'attuale cimitero e ad ovest dellAcquasplash. Si ipotizza una probabile proprietà dell'omonimo monastero di Brescia. Nel 1672 era in pessime condizioni e viene data l'autorizzazione a demolire il coro mentre a fine '600 scompare definitivamente. Al suo posto è stata costruita una santella, a sua volta demolita probabilmente quando è stato costruito l'attuale cimitero.
Di questa chiesa rimane traccia solo nel nome el San Faüstì (corrispondente al S. Faustino delle mappe napoleoniche) che i contadini usano per indicare il campo che si trovava a cavallo di quel tratto dell'odierna via Carlo Alberto Dalla Chiesa che porta all'ingresso degli impianti sportivi, una volta detta “Viali”.
Non si sa che funzione avesse una chiesa in un posto così, ma sicuramente non quella di cimitero perché fino all'arrivo di Napoleone il Campo Santo era adiacente alla vecchia chiesa parrocchiale di Santa Maria in Zenighe.
Chiesa di San Rocco Si trova nella parte alta di via S.Afra, proprio di fronte (lato sud) della stessa chiesa di S.Afra, con cui non deve essere confusa. Intorno al 1990 era in stato di abbandono, usata come autorimessa e cantina, ma aveva ancora al suo interno l'arco traverso. Alla fine del decennio è stata completamente ristrutturata e trasformata in appartamenti, pertanto oggi è individuabile solo da un osservatore attento.
È citata nei documenti delle visite pastorali, redatte più o meno dall'inizio del '500 in poi (soprattutto dopo il Concilio di Trento di metà ‘500), quando ai Vescovi viene dato l'incarico di visitare regolarmente tutte le chiese in funzione della propria diocesi. Sorgeva accanto al fiume che scorreva al posto dell'attuale via S.Afra, nella zona dove il cambio di pendenza tra il monte e la pianura favoriva i depositi di detriti portati a valle dai torrenti. Nel corso dei secoli il terreno si è alzato di circa 3 metri: la cima di un arco a sesto acuto che sporge di pochi centimetri dall'attuale marciapiedi è la dimostrazione visibile ancora oggi di questo deposito.
Chiesa di Sant'Afra Si trova in mezzo all'incrocio tra via S.Afra e via Nazario Sauro. Nella visita pastorale di San Carlo Borromeo viene citata come chiesa sotterranea, perché molto più bassa del terreno circostante. Nel '600 è stata abbandonata senza più il tetto. Ai primi del '700 un Barboglio la ristruttura e gli dà la forma attuale, rialzata rispetto all'originale. Sui lati sono ancora visibili i muri precedenti. Sul lato est ci sono ancora le impronte degli stipiti, dell'arco trionfale e dell'abside probabilmente semicircolare. Ci sono ancora tracce di affreschi che “entrano” nel nuovo muro. All'interno si vede ancora l'andamento della falda originale del tetto, molto più bassa di quella attuale. In una stanzetta laterale c'è un affresco del 1448 che mostra la lapidazione di Santo Stefano. È possibile che ci siano altri affreschi sotto l'attuale pavimento.
La chiesetta da allora è sempre stata di proprietà della famiglia Barboglio, fino a qualche anno fa, quando è stata donata al comune