Gli Aborigeni () sono indicati dalle antiche fonti storico letterarie come tra i più antichi abitanti dell'Italia centrale.
Etimologia Tradizionalmente si ritiene che l'etnonimo sia da ricollegarsi all'espressione latina ab origine, ossia "dall'inizio". Secondo molti studiosi, tuttavia, il termine Aborigines avrebbe in realtà una genesi prelatina, andata perduta, e l'associazione con ab origine sarebbe paretimologica, ossia sviluppata a posteriori.
Un'altra interpretazione, tramandataci da Dionigi di Alicarnasso, sostiene che il nome deriverebbe da Aberrigenes, dalla parola latina aberrare, vagare, in quanto si trattava di popolazioni inizialmente nomadi,Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 10.2 mentre l'Origo gentis Romanae riconduce Aborigines al greco ὄρος, "montagna", a indicare la provenienza appenninica della popolazione. Secondo Licofrone, Aborigines starebbe per "uomini del nord", dal greco Βορέας,Lycophron. Alexandra, 1253. e un'ulteriore ipotesi etimologica collega il termine ad Arborigines, ossia "nati dagli alberi".
Storia e origini Gli Aborigeni sono elencati tra gli abitanti del Lazio primitivo da Plinio il VecchioPlinio il Vecchio, Nat. hist., 3. 56 e Tito LivioTito Livio, Ab Urbe Condita, 1. 1. 5. Per Dionigi di Alicarnasso, concordemente con il contemporaneo Virgilio che ne fa un rapido cenno,Virgilio, Eneide, 8. 314-327. i Latini
Considerando che gran parte della storiografia greca antica, in accordo con le datazioni proposte dagli scavatori moderni per la fase VIIa del sito di Troia, pone gli eventi narrati nell'Iliade e la conseguente caduta della città anatolica negli anni attorno al 1200 a.C., ne consegue che per Dionigi la definizione dellethnos latino avvenne verso gli inizi del XII sec. a.C. La mutazione del nome è imputata da Dionigi all'esistenza del re eponimo Latino, secondo una comune tendenza degli storici greci a far discendere i nomi delle popolazioni da mitici eroi fondatori (come dei Tirreni/Etruschi da Tirreno, degli Enotri da Enotro, dei Peucezi da Peucezio, e così via). Le vicende di Latino e del suo incontro con l'esule troiano Enea, sbarcato sulle coste del Lazio durante il suo regno, sono dettagliatamente narrate nell'Eneide virgiliana; ma già nel VII secolo a.C. il poeta greco Esiodo, nella TeogoniaEsiodo, Teogonia, vv 1010-1014, cita Latino quale sovrano di un popolo del Tirreno, definendolo figlio dell'amore tra Circe ed Ulisse.
Anche il grammatico Servio, nel commento all'Eneide, afferma che
Per Servio il cambiamento dell'etnonimo sarebbe avvenuto, concordemente con la versione di Dionigi, solo quando, dopo la venuta di Enea, i Troiani si unirono agli Aborigeni dando vita ad un nuovo gruppo etnico.
Riguardo agli Aborigeni/Latini, Dionigi riferisce che essi vivevano in precedenza sugli Appennini e che si insediarono nel Latium dopo averne scacciato i precedenti abitanti, i Siculi, a conclusione di una lunga guerra.Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, 1. 9. 1-2 Essi così stabilirono il proprio dominio su un’area compresa tra il fiume Tevere ed il Liri. Dionigi ricorda ancora che alcuni autori riportavano la tradizione secondo cui gli Aborigeni fossero coloni dei Liguri stanziati nell'Italia settentrionale e nelle regioni in seguito colonizzate dai Celti (la pianura padana, dai Romani inclusa nella Gallia Cisalpina).Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, 1. 10. 3
La lunga disquisizione di Dionigi continua riferendo dei tentativi degli storici greci e latini di definire per i Latini e per gli altri popoli italici una nobile origine greca, citando, spesso in modo discorde, leggende riguardanti remote migrazioni di eroi eponimi dalla Grecia verso la penisola italiana. Lo storico di Alicarnasso non si esime dal proporre la sua personale tesi secondo cui "se veramente il popolo degli Aborigeni era di stirpe greca, come Catone, Sempronio e molti altri affermano, essi erano i discendenti di questi Enotri".Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, 1. 13. 2 Per altri ancora, invece, gli Aborigeni erano una popolazione da sempre stanziata sugli Appennini e per nulla discendente da Greci immigrati.Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, 1. 10. 1
Trattando delle città fondate dagli Aborigeni, Terenzio Varrone, riportato da DionigiDionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, 1. 14-15, cita Palatio (Belmonte in Sabina) presso Rieti, Trebula Mutuesca (Monteleone Sabino), Suesbula (Osteria Nuova), Suna (Toffia), Mefula (Monte San Martino presso Fara in Sabina), Orvinio, Carsula (Santa Susanna di Rivodutri), Issa (Montisola di Contigliano), Marruvio, Vazia, Tiora (Santa Anatolia), Cotilia (Terme di Cotilia) ed infine la capitale Lista (Corvaro di Borgorose), tutte situate nella regione storica della Sabina. Christian Mauri, La Sabina prima dei Sabini: gli Aborigeni e l'età del Bronzo. I santuari romani in opera poligonale, Aracne editrice, 2018.
Secondo Dionigi lo stanziamento degli Aborigeni nella Sabina era avvenuto a scapito del più antico popolo degli Umbri.Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, 1. 16. 1 Poiché è noto che gli Umbri parlassero una lingua indoeuropea, così come i Siculi stanziati nel Latium prima che l'arrivo degli Aborigeni li costringesse a migrare verso l'Italia meridionale ed in particolare verso la Sicilia (che da loro prese il nome), le informazioni riferite dallo storico sulla migrazione "a tappe" dei Latini verso le loro sedi definitive possono essere intese come relative ad un'ondata migratoria indoeuropea che si sovrappose ad una o più ondate precedenti. Il quadro non sorprende se si considera che secoli dopo, nel corso del V sec. a.C., lo stato romano subì a sua volta l'invasione della tribù indoeuropea dei Volsci provenienti dall'Appennino a settentrione di Roma, cui, stante l'impossibilità di concludere vittoriosamente il conflitto, fu concesso di stanziarsi nel Lazio meridionale.
La causa che indusse gli Aborigeni a migrare più a sud e ad invadere il territorio dei Siculi fu, secondo Dionigi, la sovrappopolazione delle comunità nella Sabina. Per ovviare al problema gli Aborigeni ricorsero al rituale del Ver Sacrum, comune tra le popolazioni italiche: gruppi di giovinetti erano indotti a lasciare la terra natia e a cercare fortuna nei territori confinanti dove, con il permesso degli abitanti o attraverso atti ostili, avrebbero dovuto fondare colonie.Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, 1. 16. 1-4 Tra queste sono annoverate Antemnae (Monte Antenne, oggi nel territorio di Roma), Tellene, Ficulea (lungo la via Nomentana) e Tivoli. La discesa dai monti e l'occupazione della fascia settentrionale del Latium, che i Siculi rivendicavano come propria, provocò, a detta di Dionigi, il più vasto conflitto che si fosse sino ad allora mai combattuto in Italia.Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, 1. 16. 5. La notizia della fondazione di una colonia degli Aborigeni a Tivoli deve intendersi, come in molteplici casi attestati durante l'età storica, nel senso che la deduzione della colonia avvenne dopo la conquista militare di un sito precedentemente occupato, e fu nel concreto realizzata attraverso l'immissione, in un tessuto sociale preesistente, di molteplici nuclei familiari di nuovi coloni; questo quadro sembra confermato dallo stesso Dionigi, quando egli precisa che a Tivoli “vi è tuttora un quartiere che si chiama Siculo”.
Mentre la guerra si protraeva gli Aborigeni entrarono in contatto con i Pelasgi, una tribù greca originaria della Tessaglia che aveva fondato una colonia a Spina, alle foci del Po (se la ricostruzione di Dionigi fosse corretta si tratterebbe della prima colonia greca in Occidente), frettolosamente abbandonata a causa della pressione esercitata dalle popolazioni limitrofe. Rimasti senza una patria, i Pelasgi avrebbero disceso gli Appennini, fondato città e combattuto gli Umbri, e avrebbero poi stretto un accordo di reciproco beneficio con gli Aborigeni, convenendo che in cambio dell'aiuto nella guerra contro i Siculi essi avrebbero avuto diritto a stabilirsi in alcuni dei territori strappati al nemico, per convivere in pace al fianco dei nuovi alleati. Il loro determinante apporto permise agli Aborigeni di dilagare nel Latium e costrinse i Siculi a darsi alla fuga.Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, 1. 17-20 Più avanti nel testo Dionigi chiarisce che i termini Pelasgi e Tirreni (la denominazione greca degli Etruschi) sono da molti autori antichi considerati alla stregua di sinonimi, perché fortissima fu l'influenza che l'etnia pelasgica ebbe sui Tirreni in queste epoche remote, tanto da fondersi in un sol popolo.Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, 1. 23-25. "Dal resto degli uomini essi venivano denominati Tirreni o Pelasgi, col nome del territorio in cui erano migrati e in ricordo della loro stirpe. Questo lo dico perché nessuno si meravigli quando sente da poeti o storici la denominazione di Pelasgi e Tirreni e si domandi la ragione della doppia denominazione." Si può dunque affermare che, nel dettagliato racconto di Dionigi, i Siculi si trovarono a fronteggiare la potente alleanza tra Aborigeni e Pelasgi/Tirreni.
Tra i territori strappati ai Siculi vi erano anche aree esterne al Latium propriamente detto e collocate sulla riva destra del Tevere: l'agro falisco, i cui centri principali erano Faleri e Fescennio, e, lungo la costa, la città di Agylla (successivamente conosciuta come Cere, oggi Cerveteri) con il porto di Alsio e Pisa (probabilmente da identificare con Pyrgi), oltre all'abitato posto a guardia del guado tiberino e allora conosciuto col nome di Saturnia, che la tradizione antica colloca sul colle del Campidoglio, nel sito della futura Roma.Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, 1. 20-21 È accertato che la lingua falisca fosse assai strettamente imparentata con il latino, tanto che gli studiosi moderni preferiscono parlare più correttamente del gruppo etnico dei latino-falisci, discendenti degli Aborigeni. Inoltre nei secoli successivi i Falisci rimasero culturalmente e politicamente affini agli Etruschi. Questi dati potrebbero dar forza all'idea che il racconto di Dionigi di Alicarnasso, almeno nelle sue linee essenziali, si basi su fatti storici realmente accaduti durante la tarda età del Bronzo, il cui ricordo si era tramandato oralmente per generazioni, fino ad essere raccolto dalle fonti storiche che l'autore greco aveva avuto l'opportunità di consultare al suo tempo.